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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito.  Il sito del CNR  ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html

 

Topi mutanti insensibili alla cocaina

Poet: la scienza scende in mare nel Golfo della Spezia

Tumori: accertato il ruolo delle cancer stem cell

Coralli negli abissi del Mediterraneo

La Romania, romana ed europea

2007, la primavera più calda degli ultimi due secoli

Ambiente e salute nelle aree ad alto rischio

Musei: molti visitatori, ma distratti

Eden-day: si discute on line di telefonini

La cocaina è anche nell'aria

Un'Arca di Noè per i Beni Culturali

Latino: un appello contro il rischio "estinzione"

Convegno: la biometria nei documenti elettronici

Discariche in Campania: in pericolo la catena alimentare

Costruzioni:nasce il Gruppo di opinione

IUGG-5000 scienziati per studiare la terra

DNA polimerasi lambda, una difesa contro il cancro

Le neuroscienze si tingono di rosa

Risorgono gli agrumi del '500

COMUNICATI:

 

Topi mutanti insensibili alla cocaina

Da uno studio sul recettore GPR37 dell’Ibc-Cnr un modello animale meno sensibile agli effetti stimolanti prodotti dalle droghe d’abuso. Una strada per la possibile produzione di loro antagonisti farmacologici

Un recettore presente nel cervello dei mammiferi, chiamato GPR37, può provocare una maggiore sensibilità, sia a sostanze tossiche legate al morbo di Parkinson, sia agli effetti stimolanti della cocaina e di altre droghe. Lo sostiene un gruppo di ricercatori dell’Istituto di biologia cellulare (Ibc) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Monterotondo, guidato dal direttore, prof. Glauco Tocchini-Valentini, in uno studio pubblicato sull’ultimo numero di PNAS, Proceedings of the National Academy of Sciences of the USA.

La ricerca ha dimostrato come il recettore di membrana GPR37, presente nei neuroni dei mammiferi, riesca a modulare l’attività del trasportatore della dopamina (DAT), che è il principale regolatore del livello di dopamina nelle sinapsi neuronali. La dopamina è un  neurotrasmettitore della famiglia delle catecolamine, che viene rilasciato nel cervello dei mammiferi a livello della substatia nigra, ed agisce come regolatore fondamentale di tutte le principali risposte motorie ed emotive dell’organismo ai più svariati stimoli ambientali.

Il gruppo di Monterotondo ha inoltre prodotto topi geneticamente modificati in cui è stato rimosso il gene che produce il recettore GPR37. “In questi topi, l’assenza di GPR37 provoca un aumento dell’attività della proteina DAT e quindi una diminuzione generale delle risposte motorie dell’animale”, spiegano i ricercatori. “In particolare, i topi mancanti di GPR37 sono nettamente meno sensibili agli effetti stimolanti della cocaina e costituiscono perciò un nuovo modello per lo studio in vivo degli effetti della somministrazione e dipendenza da droghe d’abuso di grandissimo impatto sociale e per la possibile produzione di loro antagonisti farmacologici”.

Questa ricerca è stata svolta presso il Campus “A. Buzzati-Traverso” di Monterotondo, creato nel 1996 dal Cnr, con l’obiettivo essenziale di sviluppare ed internazionalizzare la ricerca biologica e biomedica italiana. A Monterotondo è stata infatti costituita l’infrastruttura in rete dell'Archivio Europeo dei Mutanti (EMMA), unica in Europa, realizzata dal Cnr con il sostegno finanziario dei Programmi Quadro dell'Unione Europea. “Presso EMMA sono già disponibili oltre 1000 ceppi mutanti, modelli ad hoc di malattie umane, in particolare per quanto riguarda malattie complesse multifattoriali, e si prevede l’archiviazione e la distribuzione di 300-500 nuovi ceppi all’anno”, dice Tocchini-Valentini. EMMA, in collaborazione con le altre Istituzioni presenti a Monterotondo, si pone come paradigma per le nuove infrastrutture di ricerca Europee, la cui importanza essenziale è stata recentemente ribadita anche in una lettera alla rivista Nature (pubblicata il 24 maggio u.s.) da parte di Iain Mattaj (Direttore Generale di EMBL) e Tocchini-Valentini.

Il Campus di Monterotondo – che ospita oltre 150 ricercatori e tecnici specializzati, di cui circa 70 di provenienza internazionale - è federato con il “Jackson Laboratory”, la principale Istituzione a livello mondiale operante nel campo della biologia e della genetica dei mammiferi, e con l'Università di California a Davis, con la Harvard Medical School di Boston e con l’Università del Manitoba a Winnipeg, tramite accordi con l’Istituto di biologia cellulare che permettono un fattivo coordinamento e sviluppi complementari delle attività di ricerca e formazione.

 

Roma, 15 giugno 2007

 

La scheda

Che cosa: produzione di topi geneticamente modificati in cui è stato rimosso il gene che produce il recettore GPR37

Chi: Istituto di biologia cellulare del Cnr di Monterotondo

Per informazioni: prof. Glauco Tocchini-Valentini, tel. 06.906.0317, e-mail: gtocchini@ibc.cnr.it 

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/89_GIU_2007.HTM

 

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Poet: la scienza scende in mare nel Golfo della Spezia

Centri di ricerca nazionali ed internazionali insieme nel mar Ligure per la messa a punto di sistemi di previsione marina

Nelle acque del Golfo della Spezia, nel mese di giugno 2007, si svolgerà una fitta attività di ricerca e sperimentazione finalizzata a studiare la circolazione marina nelle aree costiere della zona per mettere a punto sistemi di previsione della circolazione. Una corretta gestione dell’ambiente marino e la capacità di far fronte a possibili emergenze ambientali passa, infatti, per la messa a punto di sistemi previsionali. Le attività si concentreranno tra il 18 giugno ed il 4 luglio e verranno condotte congiuntamente misure sperimentali innovative e analisi da modelli numerici previsionali di vario tipo, a cui parteciperanno complessivamente 13 istituti di ricerca oceanografici nazionali ed internazionali: CNR-ISMAR Istituto di Scienze Marine, ENEA-CRAM Centro Ricerche Ambiente Marino, Istituto Idrografico della Marina Militare, INGV Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, NATO-NURC Nato Underwater Research Center, OGS Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale. La circolazione marina nell’area costiera fra il Golfo ed il Mar Ligure, con il progetto POET (Pilot Oceanographic Experimental Trial), sarà studiato in collaborazione con un esperimento concomitante sulle interazioni mare-atmosfera, coordinato dal NURC (esperimento LASIE Ligurian Air Sea Interaction Experiment).

Il Golfo della Spezia è stato scelto per questo tipo di ricerca e sperimentazione perché è una zona di grande interesse sia dal punto di vista fisico che biologico: è caratterizzato da una dinamica complessa influenzata da diversi fattori (come il vento, la corrente a grande scala, i fiumi) ed è sede di numerose comunità biologiche di pregio, quali il coralligeno presente sui fondali rocciosi delle isole che delimitano il lato occidentale del Golfo. Inoltre, la zona del Golfo può essere presa come esempio di molte aree costiere europee adiacenti ad un porto commerciale e caratterizzate da un uso spesso conflittuale del territorio e del mare, dove attività di turismo, pesca e acquacoltura vengono condotte nelle vicinanze di parchi marini protetti (quello regionale di Porto Venere e quello nazionale delle 5 Terre). Comprendere il funzionamento dell’ecosistema marino e la sua risposta ai cambiamenti naturali e indotti dalle attività umane è di importanza centrale per una corretta gestione di questo complesso territorio.

Il programma di sperimentazione coinvolgerà complessivamente istituti di ricerca, mezzi navali oceanografici e sofisticati strumenti hi-tech. La nave Urania del CNR e le navi idrografiche Aretusa e Galatea della Marina Militare copriranno un largo tratto del mar Ligure con misure sia atmosferiche che marine, la nave Leonardo della Nato il tratto più costiero mentre l’imbarcazione Santa Teresa dell’ENEA sarà utilizzata nell’area del Golfo della Spezia sia per misure fisico-chimiche sia per osservazioni biologiche. Vari tipi di rilevamenti ad alta tecnologia saranno effettuati al fine di capire i meccanismi delle correnti marine, che trasportano sostanze inquinanti e specie biologiche, e le caratteristiche delle masse d’acqua (come temperatura e salinità) che influenzano l’ecosistema marino. In particolare l’Università di Tolone installerà un sistema radar per la rilevazione delle correnti costiere superficiali, boe superficiali alla deriva saranno rilasciate dall’OGS, che userà anche un aliante telecomandato sottomarino (chiamato glider) in grado di monitorare autonomamente un percorso prefissato. Misure di corrente lungo la colonna d’acqua saranno invece a cura del NURC e dell’ENEA. Al tempo stesso, rilevamenti dedicati e non invasivi saranno effettuati dall’ENEA sulle comunità biologiche del coralligeno che popolano i fondali rocciosi.  L’INGV condurrà anche un monitoraggio geofisico del Golfo, utile per individuare l’ubicazione ottimale per sistemi acustitico-magnetici per la protezione portuale. Radiosondaggi atmosferici saranno eseguiti in contemporanea dalle navi Urania del CNR e Planet del FBWG tedesco.

La grande massa di dati raccolti sarà utilizzata da una parte per identificare le tecnologie più idonee per un monitoraggio sostenibile a lungo termine e dall’altra per la messa a punto di modelli di previsione a differente risoluzione spaziale: da quello a scala del Mar mediterraneo curato dall’INGV a quello molto dettagliato della rada della Spezia (risoluzione 50m) messo a punto da oceanografi del MIT di Boston, a quello dedicato alla dispersione sviluppato da CNR e Università di Miami. I risultati dell’esperimento saranno anche fondamentali per la messa a punto di sistemi di sicurezza del Golfo e del porto nel caso di incidenti/emergenze ambientali.

Santa Teresa, 13 giugno 2007

La scheda

Chi: CNR-ISMAR, ENEA-CRAM, Istituto Idrografico della Marina Militare, INGV, NATO-NURC, OGS

Dove: aree costiere del Golfo della Spezia

Quando: dal 18 giugno al 4 luglio prossimi

Che cosa: attività di ricerca e sperimentazione finalizzata allo studio della circolazione marina per mettere a punto sistemi previsionali  

Per informazioni: Gian Pietro Gasparini, Istituto di scienze marine del CNR, sez. La Spezia – Forte Santa Teresa, tel. 0187.978309, e-mail: gasparini@sp.ismar.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/88_GIU_2007.HTM

 

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Tumori: accertato il ruolo delle cancer stem cell

Uno studio dell’Itb-Cnr e del prof. Dulbecco, pubblicato su Pnas (Proceedings of the National Academy of Science), getta nuova luce sulla cancerogenesi. I ricercatori sono riusciti a isolare e differenziare, in un modello animale, cellule staminali tumorali responsabili delle riprese della malattia

Nonostante i miglioramenti nella diagnosi e nella terapia che hanno reso possibile l’individuazione dei tumori negli stadi pre-invasivi, la mortalità causata da questa patologia rimane elevata, molto probabilmente a causa dell’esistenza di cellule resistenti ai trattamenti. La biologia dei tumori suggerisce, infatti, che la massa tumorale sia originata e mantenuta da una frazione di cellule che hanno caratteristiche di staminalità, cioè capacità di generare tutte le cellule differenziate presenti nell’organo di origine.

Su questa promettente strada si è indirizzato il gruppo di Ileana Zucchi dell’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano, in collaborazione con il prof. Renato Dulbecco. “Le origini di questa ricerca risalgono al 1979” spiega la ricercatrice dell’Itb-Cnr, “quando il prof. Dulbecco isolò le cellule mammarie LA7 da un tumore indotto nel ratto mediante sostanze chimiche”.

Ora, però, il gruppo della Zucchi ha “definitivamente accertato, attraverso esperimenti in vitro e in vivo, le proprietà staminali delle cellule LA7, dimostrando che esse possiedono capacità differenziative e morfogenetiche. Questo vuol dire che tali cellule si comportano come staminali adulte, in grado quindi: di mantenere l’architettura della ghiandola mammaria, generando strutture tubulo-alveolari funzionali tipiche della ghiandola, di differenziarsi nei tre stipiti cellulari presenti nell’organo adulto e di sintetizzare proteine del latte. Sono però cellule staminali ‘cattive’”.

Queste cancer stem cell (cellule staminali cancerogene), per la loro esiguità (rappresentano l’1-5/10.000 di tutte le cellule cancerose), la bassa capacità proliferativa, la capacità di escludere agenti tossici esterni e di essere protette dai processi di morte programmata, tendono a eludere l’azione dei trattamenti. Le terapie attuali, infatti, hanno come bersaglio cellule altamente proliferanti, le quali, sebbene tumorali, nel tempo presumibilmente si esauriscono e non sono in grado di rigenerare il tumore. Un processo che potrebbe spiegare la ripresa della malattia a distanza di tempo, anche quando la lesione primitiva sembra essere stata eradicata e non risulta rilevabile a livello diagnostico.

Le proprietà di queste staminali tumorali sono state provate dal gruppo dell’Itb-Cnr con esperimenti in topi immunocompromessi, dimostrando per la prima volta che anche una sola cellula può generare tumori eterogenei nell’animale. “Nella biologia dei tumori, per la comprensione del potenziale tumorigenico di presunte cancer stem cells”, sottolinea la ricercatrice, “sono essenziali analisi quantitative estensive per l’isolamento e identificazione di cellule singole, ad oggi tecnicamente ancora molto difficili dal momento che le cellule che hanno capacità di rigenerare tumore rappresentano una popolazione estremamente esigua nella massa tumorale. Dopo aver messo a punto un sistema modello per studiare le proprietà di cancer stem cells a livello di singola cellula”, conclude la Zucchi, “il prossimo passo sarà quello di identificare in queste cellule, proteine di membrane, cioè i recettori presenti sulla cellula, per disegnare degli anticorpi in grado di catturare le cancer stem umane”.

Il lavoro, sostenuto dalla Fondazione Cariplo con il finanziamento Nobel-Network operativo per la biomedicina di eccellenza in Lombardia, è stato condotto all’Istituto di tecnologie biomediche del Cnr, direttore Alberto Albertini, in collaborazione con l’Istituto sui tumori  di Genova ed il Max Planck institute di Muenster.

Roma, 12 giugno 2007

La scheda

Chi: Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano

Che cosa: Isolamento e differenziamento in un modello animale di cellule staminali cancerogene

Informazioni: Ileana Zucchi, Itb-Milano, tel 02/26422644; e-mail: ileana.zucchi@itb.cnr.it

Referenze: I. Zucchi, S. Sanzone, S. Astigiano, P. Pelucchi, M. Scotti, V. Valsecchi, O. Barbieri, G. Bertoli, A, Albertini, R. A. Reinbold, and R. Dulbecco: The properties of a mammary gland cancer stem cell. Proceedings of the National Academy of Science

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/87_GIU_2007.HTM

 

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Coralli negli abissi del Mediterraneo

Missioni oceanografiche dell’Ismar-Cnr scoprono corallo bianco e rosso  e una specie

 ignota di ostrica gigante nelle profondità del Canale di Sicilia

Rigogliosi coralli e ostriche giganti nelle buie acque del Mediterraneo. A 500-650 metri di profondità, in varie parti del Canale di Sicilia (Linosa, Malta e banchi sommersi), è stato visto il corallo bianco (Lophelia pertusa, Madrepora oculata, Desmophyllum dianthus ecc.), nero (antipatari), giallo (Dendrophyllia) e rosso (Corallium rubrum). La sensazionale scoperta è stata possibile grazie al ‘Rov (Remote Operating Vehicle) QUEST’, un veicolo sottomarino, teleguidato dal gruppo di ricerca ‘Marum’ dell’Università di Brema, equipaggiato di videocamere ad altissima risoluzione,  di cui è dotata la nave oceanografica tedesca ‘Meteor’, in una spedizione diretta da Andrè Freiwald dell’Università di Erlangen. A questa missione hanno partecipato anche ricercatori italiani dell’Istituto di scienze marine (Ismar) del Cnr di Bologna, dell’Università di Milano e dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste.

“Finora si ignorava che il prezioso corallo rosso, sorvegliato speciale a causa del suo sfruttamento commerciale e sospettato di essere in recessione nel ‘mare nostrum’, raggiungesse profondità così elevate”, spiega Marco Taviani, ricercatore dell’Ismar-Cnr. “Questa scoperta indica che la specie è molto più diffusa di quanto si sospettasse e getta nuova luce sulla gestione sostenibile della risorsa”. Grande interesse suscita inoltre la presenza, a queste profondità, di banchi di una specie ignota di ostrica gigante che si cementa alle pareti dei rilievi sottomarini.

La scoperta di questi ecosistemi corallini di profondità nel Canale di Sicilia non è avvenuta per caso. L’individuazione dei siti esplorati dal Quest si è infatti avvalsa dei risultati di campagne svolte prevalentemente dall’Ismar-Cnr di Bologna, condotte dal team di Marco Taviani a bordo della nave oceanografica ‘Urania’ e che hanno permesso l’esplorazione sistematica delle profondità del Mediterraneo, grazie all’ispezione e campionatura di luoghi praticamente inaccessibili, come canyon, banchi e montagne sottomarini.

Queste ricerche, finanziate dal Cnr, Miur, Unione Europea attraverso vari progetti, hanno garantito negli anni la necessaria continuità e metodicità dell’esplorazione e aperto la strada alle sorprendenti scoperte fatte dal Rov.

Gli studi stanno andando avanti, grazie alla campagna oceanografica “Marcos” (Malta StRait of Sicily CORalS) dell’Ismar-Cnr di Bologna, diretta da Marco Taviani. Nell’ambito di questa missione europea, sotto l’egida dei progetti ESF Euromargins Moundforce ed UE Hermes, sono stati campionati per la prima volta vari tipi di coralli di profondità e altri rari organismi associati, che stanno permettendo lo studio di aspetti del tutto ignoti in precedenza sulla loro distribuzione, biologia, fisiologia, genetica e significato climatico”. 

“L’investigazione degli alti fondali, con il Quest”, riferisce Taviani, “è stata coronata da altri grandi scoperte quali l’allargamento dell’areale già conosciuto dei fondali a corallo bianco dello Ionio Apulo, oltre al sito già noto di Santa Maria di Leuca, ma soprattutto la sbalorditiva documentazione di coralli bianchi vivi, compresa la più rara Lophelia, nell’Adriatico meridionale”. Si sospettava questa presenza sulla base di piccoli indizi raccolti una decina di anni fa proprio dal Cnr di Bologna.

Il recente progresso fatto nello studio dell’Adriatico meridonale, da parte del gruppo di ricerca di Fabio Trincardi dell’Ismar-Cnr di Bologna, ha permesso di evidenziare i siti potenzialmente più propizi per l’insediamento di corallo profondo, in particolare lungo le pareti del canyon sottomarino di Bari e in blocchi derivati da frane sottomarine. “L’indagine con il Quest ha documentato, al di là di ogni più rosea aspettattiva, la eccezionale diversità nelle profondità del Mediterraneo, ed è quindi necessario e strategico continuare ed espandere questo tipo di studi”, conclude Taviani.

Per i giornalisti, sono disponibili foto e filmati

Roma, 8 giugno 2007

La scheda

Chi: Istituto si scienze marine (Ismar) del Cnr – sezione di Bologna

Che cosa: scoperti coralli e ostriche nelle profondità del Canale di Sicilia

Per informazioni: Marco Taviani, Istituto di Scienze Marine (Ismar) del Cnr - Sez. di Bologna. Tel. 051/6398.874, e-mail: marco.taviani@bo.ismar.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/86_GIU_2007.HTM

 

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La Romania, romana ed europea

Firmata a Bucarest una convenzione tra Cnr e Accademia Romena, a margine del convegno su ‘L’eredità di Traiano’ in cui è stata rimarcata l'eredità giuridica e istituzionale che lega il Paese est-europeo a Roma da 2000 anni

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche prosegue nella sua attività di cooperazione culturale in ambito umanistico con i Paesi dell’Est europeo. Dopo gli accordi già siglati con Cipro, Georgia, Slovacchia, Macedonia e Lettonia, oggi a Bucarest, presso l’Accademia di Romania, è stata firmata ufficialmente una convenzione tra Cnr e Accademia Romena, dai vicepresidenti delle due istituzioni, Roberto de Mattei e Dan Berindei, alla presenza di S.E. Daniele Mancini, Ambasciatore d’Italia a Bucarest. La sigla è avvenuta durante la seconda giornata del convegno ‘L’eredità di Traiano. La tradizione istituzionale romano-imperiale nella storia dello spazio romeno’, svoltosi presso le sedi dell’Istituto Italiano di Cultura ‘Vito Grasso’ di Bucarest e dell’Accademia Romena e da essi organizzato con il patrocinio del Cnr e dell’Istituto Nazionale di Studi Romani.

“L’eredità di Traiano e perciò romana-imperiale si colloca in un preciso filone di analisi e riflessione”, spiega Alberto Castaldini, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, “legato all'eredità giuridica e istituzionale che proviene da Roma e che è resistita lungo i quasi 2000 anni di storia nello spazio romeno-carpato-danubiano, dalla proclamazione della Dacia a Provincia (107 d.C.) fino al 2007. Questa eredità garantisce oggi una più facilitata integrazione della Romania e delle sue regioni storiche nell'Unione Europea”.

“Il tema proposto dal convegno è che, nello spazio romeno, gli ambiti di civiltà irradiatisi da Roma hanno segnato le singole realtà antropologiche e culturali che qui hanno convissuto” aggiunge il prof. Roberto de Mattei. “Nello spazio romeno si ha una popolazione linguisticamente ‘latina’ ma religiosamente ‘greca’, con la tradizione di Costantinopoli vissuta nella sua interpretazione slava. Si aggiunga poi in Transilvania e nel Banato la presenza dell'Impero. Cogliendo gli aspetti di continuità giuridico-istituzionale e culturale,  i popoli dello spazio romeno, attraverso l’idea-eredità imperiale, sono rimasti loro stessi, vivendo in una dimensione costitutiva che nasce da Roma. Questa eredità è parte intrinseca dell'Europa”.

Ai dibattiti hanno partecipato tra gli altri Ioan Piso, Ioan Aurel Pop e Serban Turcus (Università ‘Babes-Bolyai’ di Cluj-Napoca), Cesare Alzati (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano), Elio Lo Cascio (Università ‘La Sapienza’ di Roma), Lorenzo Franchini (Università Europea di Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana), Umberto Roberto (Uer), Stefan Andreescu (Istituto Nazionale di Storia ‘Nicolae Iorga’), Cristian Luca (Università ‘Dunarea de Jos’, Galati). Sono inoltre intervenuti Constantinos G. Pitsakis (Università della Tracia, Komotini) dalla Grecia e Dan Ioan Muresan dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi.

Roma, 7 giugno 2007

La scheda

Che cosa: convenzione tra Cnr e Accademia Romena- convegno: ‘L’eredità di Traiano’

Dove: Bucarest, presso l’Accademia di Romania

Quando: 7 giugno

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/85_GIU_2007.HTM

 

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2007, la primavera più calda degli ultimi due secoli

La banca dati dell’Isac-Cnr assegna il record alla primavera (marzo-maggio) appena trascorsa, con +2.3 gradi rispetto alla media di confronto 1961-90. Il primato segue quello dell’inverno 2006-2007 e dell’aprile scorso, anch’essi i più caldi dal 1800

Quella appena trascorsa è stata la primavera più calda dal 1800 ad oggi. Un nuovo record, dunque, dopo quello stabilito dal mese di aprile e dall’inverno 2006-07. Questa la notizia che giunge dalla banca dati dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Isac-Cnr) dopo la conclusione del rilevamento stagionale (effettuato dal primo marzo al 30 maggio). “Non sono bastate, infatti, le temperature più fresche degli ultimi giorni di maggio”, spiega Teresa Nanni dell’Isac-Cnr, “per abbassare la media primaverile che, con un’anomalia positiva di 2,3 °C al di sopra della media del periodo di riferimento (1961-1990), si classifica al primo posto nel periodo coperto dalla banca dati del nostro istituto, che va dal 1800 ad oggi”. Questo primato segue quello dell’inverno 2006-2007 (il trimestre da dicembre a febbraio), anch’esso il più caldo degli ultimi due secoli, ed è legato essenzialmente al mese di aprile (il più caldo mai registrato da quando sono disponibili i dati, con un +3,1 °C rispetto alla media 1961-90), mentre marzo e maggio si collocano rispettivamente al tredicesimo e al decimo posto, con un +1,6 e un +2,1 rispetto alla media. Per confrontare adeguatamente tali anomalie, si consideri che il marzo più caldo dall’800 risulta essere quello del 2001, con 3,5 gradi in più rispetto al 1961-90, e il maggio più caldo quello del 1868 con +3,1.

“Una situazione simile a quella in corso si era già presentata nel 2001 che, fino al 2007, era stato l’anno con l’inverno e la primavera più caldi dei due secoli passati”, aggiunge Michele Brunetti dell’Isac-Cnr. Anche qui, può essere utile una graduatoria più articolata: per quanto riguarda le primavere, a quella appena trascorsa fanno seguito quelle del 2001 con +2,4 °C rispetto alla media di confronto, quella del 2000 con +1,8, quella del 1822 con 1,6 e quella del 1920 con +1,5; per quanto riguarda gli inverni, abbiamo in testa il 2006-07 con +2,4 °C rispetto alla media, seguito dal 2000-2001 con +1,9.

“Il contributo maggiore alle alte temperature primaverili di quest’anno proviene dalle temperature massime: le più elevate degli ultimi due secoli, con un’anomalia positiva di 1,8 gradi, seguite da quelle del 1945, del 2003 e del 2001”, specifica la dr.ssa Nanni. “La media stagionale delle temperature minime si colloca, invece, al 2° posto dopo quella del 2001,”.

 “Queste temperature da record, sia per l’inverno sia per la primavera, non sono da interpretare come ‘messaggi premonitori’ di una prossima estate bollente”, precisa però Brunetti. “Basti pensare che l’estate del 2003, che detiene a tutt’oggi il primato della più calda dal 1800 con un’anomalia positiva di ben 4,2 gradi centigradi, fu preceduta da un inverno con temperature piuttosto basse (il 52esimo della serie) e da una primavera calda ma non da record, che attualmente si classifica al settimo posto. Per sapere come potrà presentarsi la prossima estate lasciamo quindi la parola alle previsioni stagionali”.

Per quanto riguarda le precipitazioni, nulla di particolarmente rilevante da segnalare: le piogge registrate negli ultimi giorni di maggio hanno portato il totale stagionale a valori di poco al di sopra della media primaverile del periodo 1961-1990.

Per ulteriori dettagli si rimanda al sito http://www.isac.cnr.it/~climstor/climate_news.html

Roma, 6 giugno 2007

La scheda

Chi: Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima del Cnr (Isac-Cnr) di Bologna

Che cosa: dati primavera 2007

Per informazioni: Teresa Nanni, Isac-Cnr, Bologna - tel. 051.6399624 ; e-mail: t.nanni@isac.cnr.it; Michele Brunetti, Isac-Cnr, Bologna – tel. 051.6399623 e-mail: m.brunetti@isac.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/84_GIU_2007.HTM

 

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Ambiente e salute nelle aree ad alto rischio

Presentata alla Camera, in occasione della giornata mondiale per l’ambiente, la Relazione del Cnr. L’Ente svolge attività di ricerca in metà dei siti di interesse nazionale, nei quali vivono dai 6,4 agli 8,6 milioni di persone

Oggi, presso la sala stampa di Montecitorio, il Consiglio nazionale delle ricerche ha presentato la sua ‘Relazione sullo stato delle conoscenze in tema di ambiente e salute nelle aree ad alto rischio in Italia’, come contributo ai lavori della VIII Commissione permanente Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera dei Deputati, nell’ambito della ‘Indagine conoscitiva sulla valutazione delle conseguenze ambientali provocate dall'inquinamento urbano, dallo smaltimento dei rifiuti e dalle aree ad alto rischio’.

In Italia sono presenti migliaia di siti inquinati: 54 Siti di interesse nazionale per le bonifiche (SIN); circa 6.000 Siti di interesse regionale per le bonifiche (SIR); 58 siti con elevata contaminazione da amianto; 1.550 siti minerari quasi tutti dismessi; 1.120 stabilimenti a rischio di incidente rilevante. I 54 SIN, che vengono gestiti dal ministero dell’Ambiente con Conferenze di servizi e godono di finanziamenti statali dedicati alla bonifica, interessano l’area di 311 Comuni, per una popolazione che va dai 6,4 agli 8,6 milioni, a seconda se si escludono o includono Milano e Torino.

La dimensione del problema è dunque consistente, considerando oltretutto che dagli studi epidemiologici effettuati in molte aree appare chiara la relazione tra inquinamento e aumento della mortalità e di alcune malattie tumorali, croniche o acute. Secondo un recente studio dell’Organizzazione mondiale della Sanità, l’inquinamento atmosferico nelle aree urbane interessa circa 9 milioni di italiani, circa il 16% della popolazione residente nelle 13 città di maggiori dimensioni, dove una media di 8.220 morti l’anno, tra il 2002 e il 2004, è da attribuirsi agli effetti a lungo termine delle concentrazioni di PM10 superiori ai 20 μg/m3.

In 27 dei 54 siti di interesse nazionale per le bonifiche, il CNR svolge - tramite 16 Istituti - attività di ricerca sulle tecniche di monitoraggio ambientale, sui metodi e strumenti innovativi per le bonifiche dei siti inquinati, sulla valutazione dello stato di salute delle popolazioni. Oltre a Porto Marghera, i siti più studiati sono quelli sardi del Sulcis-Iglesiente, quelli siciliani di Augusta-Priolo e Gela e quelli pugliesi di Taranto e Brindisi. Per la zona di rilascio incontrollato di rifiuti in Campania, il CNR ha contribuito al lavoro realizzato dall’OMS per la Protezione Civile, individuando in un gruppo di 32 Comuni a maggior rischio una correlazione con i dati di mortalità e di prevalenza di malformazioni congenite nei nati.

“I risultati presentati oggi dal CNR”, commenta Ermete Realacci, presidente della VIII Commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera dei Deputati,“saranno uno strumento di estrema importanza nell’indagine che la Commissione che presiedo sta realizzando sulle conseguenze sanitarie nelle aree ad alto rischio ambientale. Non è un caso che questi dati siano stati presentati nella giornata mondiale per l’ambiente. Per affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti a cominciare da quella dei mutamenti climatici, senza tralasciare le pesanti eredità ambientali lasciate dal passato”.

 “Il CNR ha focalizzato i propri programmi e definito un assetto organizzativo che ha arricchito la tradizionale struttura degli Istituti con i Dipartimenti e i relativi progetti”, aggiunge il presidente del Cnr, prof. Fabio Pistella. “Ciò consente di passare da un pur meritorio impegno sporadico su singole situazioni alle capacità di affrontare in modo sistematico i diversi risvolti, valorizzando al massimo le competenze di cui l’Ente dispone. Da questo punto di vista è favorevole la circostanza che questa ‘Relazione sullo stato delle conoscenze in tema di ambiente e salute nelle aree ad alto rischio in Italia’ venga alla luce subito dopo il piano 2007/2009 del CNR, che descrive queste competenze e formalizza, in particolare, il Progetto Interdipartimentale Ambiente e Salute. E’ piena la disponibilità del CNR per mobilitarsi, anche in collaborazione con altri organismi, nella direzione che sarà indicata da Governo e Parlamento, ma anche dalle Regioni con le quali è stato costruito un rapporto particolarmente proficuo”.

Alla presentazione sono intervenuti, oltre all’on. Realacci e al prof. Pistella, i direttori dei Dipartimenti Terra e Ambiente e Medicina del CNR, Giuseppe Cavarretta e Gianluigi Condorelli, il responsabile del Progetto interdipartimentale ambiente-Salute del CNR, Fabrizio Bianchi, il direttore del Centro ambiente e salute dell’OMS Europa, Roberto Bertollini, Pietro Comba, responsabile Reparto epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità, Roberto Caracciolo, direttore del Dipartimento stato dell’ambiente e metrologia ambientale dell’APAT, Salvatore Squarcione, responsabile del Dipartimento Prevenzione del Ministero della Salute .

Roma, 5 giugno 2007

La scheda

Che cosa: presentazione della Relazione sullo stato delle conoscenze in tema di ambiente e salute nelle aree ad alto rischio in Italia

Quando: 5 giugno 2007

Dove: Roma, sala stampa della Camera dei Deputati,

Per informazioni: Fabrizio Bianchi, responsabile del Progetto interdipartimentale ambiente-salute del Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, e-mail: fabriepi@ifc.cnr.it

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/83_GIU_2007.HTM

 

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Musei: molti visitatori ma distratti

 

Boom di utenti, che però nel 90% dei casi si riversano solo nelle sedi più note. Lo rivela uno studio dell’Istc-Cnr, evidenziando anche come solo il 10% ricordi ciò che ha visto. Serve un diverso sistema di comunicazione, che sfrutti le potenzialità oggi inespresse del virtuale. Il volume sarà  presentato domani 5  giugno, a Roma

 

Il numero dei visitatori dei musei statali italiani è cresciuto, dal 1996 al 2005, da 25 a 33 milioni di visitatori, con un ritmo annuo superiore al 3,5%: ma a goderne, su un totale di 402 sedi, sono pochissimi: i primi nove con il ‘marchio’ più forte coprono la metà dei visitatori, mentre i tre quarti meno noti si spartiscono un misero 10%. E’ quanto emerge da uno studio condotto da Francesco Antinucci dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione (Istc) del Consiglio nazionale delle ricerche: ‘Musei Virtuali’ edito da Laterza. Il volume sarà presentato a Roma, martedì 5 giugno alle ore 17.30, presso la Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini.

Se si considerano i primi trenta musei in classifica, si nota che Colosseo, scavi di Pompei, Uffizi e Galleria dell’Accademia di Firenze nel 2005 hanno superato il milione di visitatori, mentre Castel Sant’Angelo, Circuito Museale di Firenze, Reggia di Caserta, Villa d’Este, Palazzo Pitti, Galleria Borghese, Accademia di Venezia e Cappelle Medicee hanno registrato tra 300 mila e un milione di persone un’affluenza oscillante. Sotto i 300 mila visitatori si collocano 18 musei e siti tra i quali Villa Adriana a Tivoli, Ostia Antica, Ercolano, Museo di Capodimonte, Paestum, Terme di Caracalla, S. Apollinare in Classe a Ravenna, Palazzo Ducale a Mantova, Museo Nazionale Romano e Bargello di Firenze.

“Se cumuliamo i visitatori l’effetto è eclatante” spiega Antinucci. “I primi 9 musei statali, cioè il 2% del totale, assorbono la metà  dei visitatori, cioè quasi 17 milioni di persone, lasciando i rimanenti 393 musei a dividersi il restante 50%. I primi 33 musei, l’8% del totale, assorbono i tre quarti dei visitatori (e cioè circa 25 milioni), lasciando agli altri 369 il restante  quarto (circa 8 milioni)”.  A confermare la sproporzione, i dati 2005 relativi alle quattro più importanti pinacoteche romane:  Palazzo Barberini con 87.000 visitatori, Galleria Spada con  27.000, Palazzo Venezia con 22.000 sommano un totale di  136.000 persone, mentre la sola Galleria Borghese ne ha totalizzate 440.000. Un analogo confronto vale tra Pompei e Ercolano, che hanno registrato  rispettivamente 2.344.000 e 264.000 visitatori.

Viene da chiedersi: a chi serve e quanto costa, allo Stato, mantenere aperti 402 musei? “La situazione è tale”, aggiunge Antinucci, “che per coprire il 90% dei visitatori basterebbe mantenere aperti meno di 90 musei, mentre i tre quarti, cioè 310, potrebbero essere chiusi. Il maggior successo si basa sul fatto che anche i musei sono dei ‘brand name’, in grado di attrarre indipendentemente da ciò che essi mostrano o contengono” prosegue il ricercatore dell’Istc-Cnr.

A confermare quanto poco rimanga al visitatore dopo una visita, un’indagine svolta presso i Musei Vaticani. “Abbiamo chiesto a coloro che avevano appena terminato la visita se avevano visto e ricordavano due tra le più importanti sale, quelle di Raffaello e Caravaggio: hanno risposto sì 131 visitatori su 190, il 69%, contro i 59 no, quasi un terzo delle persone. A coloro che hanno risposto affermativamente è stata sottoposta una lista degli otto autori esposti nelle due sale - Raffaello, Caravaggio, Guercino, Guido Reni, Domenichino, Nicolas Poussin, Andrea Sacchi, Jean Valentin - chiedendo quali ricordassero. Solo 14 persone, poco più del 10%, ne ricordavano almeno quattro, il 15% solo tre, mentre il 46%, quasi la metà del campione, ricordava soltanto Raffaello. E’ stato chiesto poi di ricordare i soggetti dei quadri visti, fornendo dei suggerimenti tra cui due errati: Crocifissione, Martirio, Battesimo, Adorazione, Annunciazione. Metà del campione non ha ricordato nulla, il 18% almeno un’opera corretta, mentre il 32% ha ricordato cose che non aveva visto”.

La disomogeneità dell’afflusso e la mancanza di persistenza mnemonica dei visitatori, secondo Antinucci, sono entrambe attribuibili alla scarsa capacità dei musei di comunicare i contenuti. “Per superare tale difficoltà di veicolazione”, continua  il ricercatore, “occorrerebbe affidare la spiegazione di un’opera a strumenti visivi, in ausilio allo strumento verbale-linguistico generalmente utilizzato, per garantire l’omogeneità del codice di comunicazione. Questo implica che le istituzioni si dotino di strumenti adeguati, investendo in ricerca e tecnologia”. Negli anni ‘90 l’entusiasmo per le novità delle applicazioni multimediali “aveva fatto sperare in un approccio più appropriato al settore dei beni culturali, ma a distanza di dieci anni dalle prime realizzazioni si può dire che così non è stato e che gran parte della tecnologia adottata viene intesa non come fine ma come mezzo. Computer palmari e telefonini utilizzati come ‘guide’, ad esempio, tendono sostanzialmente all’identificazione di un’immagine e non alla trasmissione di contenuti. Per i curatori di un museo il problema della fruizione non è centrale quanto l’interesse a garantire la scientificità dell’allestimento: si pensa a soddisfare più le esigenze degli studiosi che quelle dei visitatori”.

Neanche i siti web se la passano bene. Ai Musei Vaticani, l’82% dei visitatori non ha mai navigato nel portale, che interessa solo il 16% degli utenti al fine di preparare la visita. Solo 7 persone su 190  ne stima la capacità didattica. Quasi la metà di coloro che si recano nel museo reale pensa che il sito non serva a nulla, spesso giudicandolo una ‘brutta copia’ del museo reale. Un altro 27%, inoltre, non è proprio interessato al sito in sé. “Da questi risultati è evidente che il museo virtuale non va inteso come una replica di quello reale, come un catalogo o un’enciclopedia on line, ma come una proiezione comunicativa a tutto campo, senza le limitazioni del museo materiale, intervenendo sulla disposizione delle opere per creare dei ‘racconti visivi’ più adatti a tradurre i messaggi dell’opera”.

Roma, 4 giugno 2007

 

La scheda

Che cosa: presentazione del volume “Musei Virtuali”, Laterza editore

Quando: 5 giugno, ore 17.30

Dove: Roma, Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini

Per informazioni: Francesco Antinucci, Istituto di scienze e tecnologie della cognizione Istc-Cnr Roma, tel. 06/3221252, francesco.antinucci@istc.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/82_GIU_2007.HTM

 

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Eden-day: si discute on line di telefonini

Di grande attualità l’ argomento della giornata conclusiva - il 5 giugno alle 11.00 - del progetto promosso dalla Commissione Europea per favorire un uso responsabile della rete da parte dei giovani. Grande successo dell’iniziativa: 300 mila gli accessi al sito

 

I telefoni cellulari e il loro uso. E’ questo l’argomento dell’ultimo - per quest’anno scolastico – ‘Eden day’, l’evento promosso dalla Commissione Europea e dedicato alla sicurezza in rete dei ragazzi e all’educazione didattica per la e-navigation. L’appuntamento è fissato per il prossimo 5 giugno dalle 11.00, quando  studenti e insegnanti potranno assistere on line al filmato realizzato sul tema dai ragazzi dell’Istituto tecnico industriale statale ‘Pascal’ di Roma. Terminata  la proiezione, avrà inizio il dibattito nelle classi e la discussione nelle aule virtuali.

“Nel corso dell’anno scolastico 2006-’07”, commenta Luca Pitolli dell’Istituto dei sistemi complessi (Isc) del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma, coordinatore dell’iniziativa,  “sono stati realizzati nove eventi, con risultati molto significativi: la rete iniziale formata da tre scuole è giunta a comprendere 30 istituti distribuiti sul territorio nazionale, alcuni con il ruolo di scuole capofila. Tanti i collegamenti in diretta durante le più di 150 sessioni, come pure gli accessi agli eventi, circa tremila tra ottobre 2006 e maggio 2007”. Molte anche le visite al sito web del progetto Eden (oltre 310.000 accessi) e al portale www.saferinternet.it  (260.000 accessi). Per quanto riguarda l’attività nelle tre classi virtuali, sempre nello stesso periodo, risultano complessivamente circa  200.000 connessioni.

Tra i contenuti proposti negli eventi pubblici, ‘Il mondo delle chat’, ‘Internet come risorsa per studio e ricerca’ e ‘La protezione della privacy in rete’. Sono stati inoltre costituiti team di insegnanti per l'elaborazione della documentazione pubblicata sul sito del progetto (http://eden.saferinternet.it)”.

L’iniziativa ha dato vita a numerose collaborazioni, tra le quali quelle con i ministeri delle Comunicazioni e della Pubblica istruzione, Telefono Azzurro e l’Adiconsum. Con l'Istituto degli Innocenti di Firenze è stato siglato un accordo  per la promozione di percorsi didattici. Di recente, è stata avviata un’intesa  con la Cassa di Risparmio di Firenze per adottare le piattaforme on-line sviluppate da Eden nell'ambito del progetto "Le chiavi della città".

Gli appuntamenti con i ragazzi riprenderanno dal mese di settembre.

Roma, 1 giugno 2007

 

La scheda

Che cosa: ultimo “Eden-day” dell’anno scolastico 2006-‘07

Chi: Istituto dei sistemi complessi del Cnr, Roma

Quando: 5 giugno, ore 11.00

Dove: (http://eden.saferinternet.it)”.

Per informazioni: Luca Pitolli, tel. 06/49934025, e-mail: luca.pitolli@isc.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/81_GIU_2007.HTM

 

 

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La cocaina è anche nell’aria

 

Tracce di varie droghe rilevate dai ricercatori dell’Istituto sull'Inquinamento Atmosferico

del CNR nel particolato a Roma: è la prima volta che accade al mondo. A Taranto riscontrate presenze minori

 

Tracce di droghe nell’aria di Roma. Un gruppo di ricerca dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico (Iia) del Consiglio Nazionale delle Ricerche, guidato dal dr. Angelo Cecinato, ha messo in evidenza, per la prima volta nel mondo, la presenza di cocaina nel particolato sospeso dell'atmosfera delle città.

La ricerca si inquadra nel contesto più ampio della valutazione di composti tossici presenti nel materiale particolato ed è stata essenzialmente condotta in due aree urbane italiane (Roma e Taranto) e ad Algeri. I risultati hanno evidenziato, oltre alla presenza di cocaina e di sostanze tossiche conosciute (come il benzopirene C20H12, un idrocarburo cancerogeno presente nel fumo di sigaretta, negli scarichi degli autoveicoli e nelle emissioni da combustione), quella di cannabinolo (il principale componente attivo di marijuana e hashish) e altre droghe, anche se meno dannose, come nicotina e caffeina.

“Le concentrazioni più elevate di cocaina sono state riscontrate al centro di Roma e specialmente nell'area dell'Università La Sapienza, anche se”, precisa il dr. Cecinato dell’Iia-Cnr, “a causa del limitato numero di misure eseguite non si può dire con certezza che il quartiere universitario sia quello più inquinato da cocaina. Né possiamo affermare tout court che vi siano più diffusi il consumo e/o lo smercio di droghe: le cause di questa concentrazione sono tutte da indagare”.

Comunque, tracce di varie sostanze stupefacenti – cocaina e cannabinolo – sono state osservate anche in aree extraurbane e nei parchi cittadini, dove sembrano più alte che nelle strade di traffico. La cocaina appare in concentrazioni molto più basse nella città di Taranto, mentre risulta assente ad Algeri. Al contrario, nicotina e caffeina risultano presenti in tutte le aree studiate, “dimostrando l’estrema diffusione del consumo di queste sostanze e la loro permanenza nell’aria ambiente”, spiega Cecinato. L'analisi dell’evoluzione stagionale della cocaina in aria indica che le concentrazioni massime (a Roma, circa 0,1 nanogrammi per metro cubo) si raggiungono nei mesi invernali, “probabilmente per la più frequente e intensa stabilità atmosferica, ossia a causa dell’inversione termica al suolo che ‘blocca’ le emissioni d’inquinanti nei più bassi strati dell’atmosfera, impedendone la dispersione”.

Tali concentrazioni potrebbero apparire relativamente contenute, ma sono appena cinque volte inferiori ai limiti stabiliti per legge per una sostanza ampiamente riconosciuta come tossica quale è appunto il benzopirene.

“Il particolato sospeso, meglio conosciuto con il termine PM10 o ‘polveri sottili’ (composto da particelle di dimensioni inferiori a 10 micron)”, spiega il direttore dell’Iia-Cnr, Ivo Allegrini, “è già di per sé motivo di grande preoccupazione per l'opinione pubblica, i media e i responsabili della gestione dell'ambiente, in quanto è ben documentato che anche piccole concentrazioni in aria di questo inquinante causano gravi danni alla salute. Quando il particolato è accompagnato da composti tossici per l’uomo, l’entità della sua presenza e le sue proprietà chimiche diventano importanti dal punto di vista epidemiologico e sociale, sì da travalicare il mero aspetto del controllo generico delle fonti di emissione”. Normalmente, tali fonti sono identificate nel traffico veicolare, nel riscaldamento domestico, oppure in particolari insediamenti industriali: “Accanto a inquinanti sopravvalutati, convivono in aria composti complessivamente più pericolosi, completamente trascurati”, prosegue Allegrini. “La ricerca testimonia dal punto di vista scientifico l’elevato livello di sensibilità strumentale raggiunto dai ricercatori del Cnr, e dal punto di vista più generale della qualità dell’aria dimostra solo che tali presenze nell’atmosfera dei centri urbani meritano ulteriori studi e indagini, non solo a livello nazionale ma anche su scala internazionale visto che è presumibile che risultati simili a quelli riscontrati a Roma si trovino anche in qualunque altra metropoli. Quanto all’atmosfera di Roma si conferma che la città negli ultimi anni ha visto un sostanziale miglioramento della qualità dell’aria, come dimostrato anche dagli studi e dai rilevamenti del CNR. Si precisa che le quantità rilevate non costituiscono motivo  di ‘allarme’ o comunque ragione di apprensione, ma solo motivo di riflessione sulla necessità di accrescere ulteriormente le nostre conoscenze sulla natura dei materiali e del  particolato sospeso nell’atmosfera e sui meccanismi di trasporto e diffusione nell’atmosfera stessa”. “In particolare”, conclude Cecinato, “nuove e più estese ricerche sulla presenza, natura e origine delle droghe e delle sostanze stupefacenti contribuiranno alla lotta contro la diffusione del loro consumo”.

Roma, 31 maggio 2007

La scheda

Chi: Istituto sull’inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr, Montelibretti (Roma)

Che cosa: nuovi dati su inquinamento – scoperta di composti tossici mai rilevati prima

Per informazioni: prof. Ivo Allegrini, Direttore dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr, tel. 06/906.253.49

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/80_MAG_2007.HTM

 

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Un’Arca di Noè per i Beni culturali

Noah’s Ark è il titolo del progetto europeo coordinato dall’Isac-Cnr di Bologna, che si occupa dell’impatto che i cambiamenti climatici avranno sul patrimonio culturale nei prossimi 100 anni. I risultati finali saranno presentati a Roma il 30 maggio

 

Qual è l’effetto dei cambiamenti climatici sul patrimonio culturale? Per valutare un rischio finora ignorato e che è invece fondamentale, la Commissione Europea ha finanziato il progetto Noah’s Ark, coordinato dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima-Isac del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna per le sue specifiche competenze sul degrado fisico, chimico e biologico dei materiali da costruzione, con la collaborazione di numerosi enti di ricerca specializzati.

Il progetto che viene presentato, il 30 maggio, a  Roma, presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (ex Chiesa di Santa Marta), piazza del Collegio Romano, 5, alle ore 9.00,  ha affrontato questa problematica elaborando i dati e i parametri ambientali che possono influenzare lo scenario futuro del patrimonio monumentale europeo e stimare il danno che  questo subirà nei prossimi 100 anni.

Il risultato degli studi è un ‘Atlante di Vulnerabilità’ con le mappe delle variazioni climatiche che potranno causare danni a materiali lapidei, metalli, legno, nelle aree di probabile rischio evidenziate. Sono state realizzate mappe dell’area europea relative al presente (1961-1990), al vicino futuro (2010-2039) e al lontano futuro (2070-2099) e mappe delle differenze tra le medie per quantificare l’entità delle variazioni.

Fra i risultati si evidenziano numerose previsioni di rischio. L’erosione dovuta all’azione della pioggia sui marmi aumenta nel Nord Europa (Inghilterra settentrionale e penisola scandinava), arrivando a produrre una perdita di materiale all’anno dello spessore di 35 micron. In tutta Europa si assisterà ad un incremento generale del fenomeno di cristallizzazione di sali, particolarmente dannoso per i materiali porosi, quali ad esempio arenarie e mattoni, che saranno soggetti a maggiori stress meccanici interni con formazione di fratture fino a completa disgregazione. Cresce nel nord Europa la corrosione di ferro e bronzo correlata agli inquinanti e alla temperatura media annuale, con massimi in corrispondenza di temperature medie annuali di 10°C. La corrosione dello zinco, utilizzato per le coperture dei tetti nei monumenti soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale, è prevista in prevalenza nelle aree costiere con elevata deposizione di cloruri. L’effetto della radiazione solare sui materiali lapidei continuerà ad avere conseguenze rilevanti nel bacino del Mediteraneo, in particolare Sicilia e sud della Spagna e inizierà a produrre effetti anche nell’Europa centrale, coinvolgendo interamente Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e area balcanica. Monumenti marmorei classici, quali i Templi di Agrigento, e le facciate di chiese rinascimentali e barocche subiranno decoesione e alveolizzazione.

I parametri presi in esame da Noah’s Ark sono: temperatura (variazioni stagionali e annuali, cicli di gelo e disgelo, shock termici); precipitazioni (valore stagionale e annuale, umidità relativa, giorni consecutivi ed eventi estremi di pioggia); vento (valore annuale e stagionale, trasporto e deposizione di spray marino e rosa delle precipitazioni); inquinamento atmosferico (acidità delle precipitazioni e concentrazione di agenti inquinanti SO2 e HNO3).

“Il lavoro ha sottolineato il ruolo predominante dell’acqua come fattore di danno”, osserva Cristina Sabbioni dell’Isac-Cnr, coordinatrice del progetto. “Nonostante la temperatura sia spesso imputata come la variabile principale dei cambiamenti climatici, se si considerano i beni culturali sembra prevalere il ruolo non solo di eventi estremi come precipitazioni intense, alluvioni e tempeste, ma anche di quelli meno evidenti e più diffusi che provocano danni strutturali nei tetti e negli elementi ornamentali degli edifici (guglie, pinnacoli), penetrando nei materiali fino ad una loro completa decoesione. L’acqua, inoltre, è coinvolta nelle variazioni di umidità responsabili della crescita di microrganismi, in particolare su materiali lapidei e legno, e della formazione di sali che degradano le superfici ed accelerano i fenomeni di corrosione. Infine, precipitazioni più intense possono sia aumentare il rischio di alluvioni sia favorire la penetrazione dell’acqua nei materiali e nelle strutture”.

Estati sempre più secche potrebbero invece, prosegue la ricercatrice, “portare ad un maggiore essiccamento dei suoli che svolgono un ruolo protettivo nei confronti dei reperti archeologici ancora non oggetto di scavo. Inoltre, un aumento dei fenomeni di cristallizzazione dei sali si può verificare nelle strutture murarie producendo decoesione dei materiali e danno estetico superficiale”.

Oltre all’‘Atlante di Vulnerabilità’ il progetto Noah’s Ark ha prodotto delle ‘Linee guida’, con lo scopo di informare chi gestisce il patrimonio culturale sugli effetti prodotti dai cambiamenti climatici e indirizzare le autorità competenti verso opportuni interventi di adattamento, quali sistemi di monitoraggio dei parametri climatici critici.

Negli ultimi anni la comunità scientifica ha rivolto una attenzione sempre maggiore alle questioni climatiche e meteorologiche, ma non sono stati ancora eseguiti studi approfonditi riguardo l’effetto delle future variazioni del clima sul patrimonio culturale. “L’Intergovernmental Panel on Climate Change-IPCC (Comitato intergovernativo sul mutamento climatico) costituito dalle Nazioni Unite”, spiega Sabbioni, “dopo aver richiesto due interventi che sintetizzassero i risultati del nostro progetto non li ha inseriti nei propri report, i quali considerano l’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute dell’uomo, sull’agricoltura e sul suolo, ma non sul patrimonio culturale”.

Sono disponibili immagini

Roma, 28 maggio 2007

La scheda

Che cosa: International meeting: “Noah’s Ark EC Project. Global climate change impact on built, heritage and cultural landscapes”

Chi: Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr, Bologna

Quando: 30 maggio, ore 9.00

Dove: Roma, ex Chiesa di Santa Marta, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, piazza del Collegio Romano, 5

Per informazioni: Cristina Sabbioni, Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr, Bologna, 051/6399572, e mail: c.sabbioni@isac.cnr.it,  sito web del Progetto Europeo Noah’s Ark: noahsark.isac.cnr.it/

 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/79_MAG_2007.HTM

 

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Latino: un appello contro il rischio ‘estinzione’

Al convegno su “la lingua latina per la costruzione e l’identità dell’Europa”, organizzato da Cnr e Pontificio Comitato di Scienze Storiche, presentazione del manifesto per il “Futuro latino” e la salvezza di una “continuità culturale” che dura da tre millenni. Domani l’intervento del commissario Ue Jàn Figel’

Quale sarà il futuro del latino nella società globalizzata, dominata dalla cultura tecnico-scientifica? Per tentare di rispondere a questa domanda, Consiglio nazionale delle ricerche e Pontificio Comitato di Scienze Storiche hanno promosso un convegno internazionale intitolato “Futuro latino: la lingua latina per la costruzione e l’identità dell’Europa”, in corso oggi presso il Cnr e domani nella Città del Vaticano (Domus Sanctae Marthae, ore 10). Tra gli interventi, quelli di Ján Figel’, Commissario Europeo responsabile per l’Educazione, Roberto de Mattei, vice presidente del Cnr, mons. Walter Brandmüller, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Wang Huansheng, dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, è intervenuto sull’attualità della lingua latina in Cina; il prof. Wilfried Stroh con una relazione sulla importanza del latino per lo sviluppo scientifico resa in lingua ciceroniana. Il ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, ha inviato un messaggio di saluti.

Durante l’evento verrà presentato un Manifesto in favore della “necessità di attingere alla fonte dalla quale scaturì il grandioso patrimonio spirituale e culturale per il quale l’Europa ancora si distingue, cioè la tradizione antica classica e cristiana”, di fronte al “progressivo declino della conoscenza delle lingue greca e latina” che, “venuta meno l'attuale generazione di ricercatori ed insegnanti, si farà irreversibile” interrompendo “una continuità culturale durata poco meno di tre millenni” e “la base intellettuale e morale indispensabile per abilitare le generazioni future a gestire in modo responsabile i risultati delle scienze moderne”. I promotori chiedono “accoratamente alle autorità educative e politiche europee” di impegnarsi per “garantire la sopravvivenza della nostra identità culturale così come finora la abbiamo concepita”.

“Potremmo ripetere anche oggi la domanda di Renzo a Don Abbondio: ‘Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?’”, osserva Roberto de Mattei, vice presidente del Cnr, “nella società globalizzata, con la sua cultura tecnico-scientifica, dominata dal ‘globish’, c’è posto ancora per il latino? Il Convegno ‘Futuro Latino’ non esprime, sin dal titolo, una preoccupazione meramente conservativa, una nostalgia da laudatores temporis acti, ma la convinzione che la lingua latina abbia oggi più che mai, una sua rilevanza nella cultura contemporanea e in particolare nell’Europa comunitaria”. Servono però, conclude de Mattei, “politiche da sviluppare al fine di favorire lo studio e la diffusione della lingua latina”.

Numerosi segnali confermano l’ importanza di queste tematiche: dalla versione latina di Wikipedia, all’uso delle formule e dei nomi latini nei romanzi e nei film di Harry Potter, fino all’annunciato e ormai imminente motu proprio di Papa Benedetto XVI per la reintroduzione della Messa in latino. Non meno significativo che in Cina, “negli ultimi anni, con lo sviluppo delle ricerche scientifiche, molti si rendono sempre più conto dell’importanza della conoscenza del latino e desiderano studiarlo”, come ha affermato Wang Huansheng, dell’Istituto di ricerche sulle letterature straniere dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali. “Per soddisfare questo tipo di richiesta, alcune Università hanno aperto alcuni corsi di latino”. Il prof. Wang Huansheng è autore di una Storia della lingua latina che lo scorso anno è stata dichiarata uno dei dieci libri più importanti pubblicati in Cina.

Al convegno intervengono anche: don Cosimo Semeraro, don Enrico Dal Covolo, postulatore della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, sen. Giuseppe Valditara, on. Gerardo Bianco, Marcello Veneziani, scrittore e saggista, Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa, i professori Sandro Schipani, Claudio Leopardi, Giovanni Benedetto, Licia Landi, mons. Valentin Miserachs-Grau, Pia Luisa Bianco, direttore dell’Istituto italiano di cultura di Bruxelles.

Roma, 25 maggio 2007

La scheda

Che cosa: Convegno internazionale: “Futuro latino: la lingua latina per la costruzione e l’identità dell’Europa”

Chi: Consiglio Nazionale delle Ricerche e Pontificio Comitato di Scienze Storiche

Dove: Roma, 25 maggio, ore 9.30, aula Marconi del Cnr, piazzale Aldo Moro, 7

            Citta del Vaticano, 26 maggio, ore 10.00, Domus Sanctae Marthae

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/78_MAG_2007.HTM

 

 

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Convegno Scientifico “Carta di identità e Passaporto, la biometri entra nei nuovi documenti elettronici”

Consiglio Nazionale delle Ricerche  - Piazzale Aldo Moro 7   (aula Marconi)

Roma, 24 maggio 2007  (dalle ore 9.00)

Carta di Identità Elettronica e Passaporto Elettronico sono frutto dell’impegno di una vasta comunità scientifica già entrati nella regolamentazione e in parte anche nell’uso comune, sia nel nostro paese sia a livello internazionale, ma che saranno sempre più presenti nella nostra vita di tutti i giorni, anche in ambiti diversi da quelli dell’attuale utilizzo. Molti aspetti tecnologici, giuridici e sociali legati a questi nuovi strumenti rimangono ancora poco noti.

Il convegno su “Carta di identità e Passaporto, la biometria entra nei nuovi documenti elettronici”, che si terrà domani 24 maggio, dalle ore 9.00, presso la sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Roma, piazzale Aldo Moro 7 – aula Marconi), organizzato dal Dipartimento Tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni del Cnr, intende approfondire alcuni aspetti tecnologici e normativi legati all’introduzione dei due documenti elettronici.

L'evento si svolge nel contesto del progetto ‘3DFace’ varato dalla Commissione Europea nel 2006 con l'obiettivo di studiare aspetti innovativi dei documenti di prossima generazione basati su immagini del volto tridimensionali. Il progetto europeo 3DFace, di cui il Cnr è uno dei partner scientifici, sarà oggetto della Tavola rotonda pomeridiana, nel corso della quale saranno illustrate le nuove frontiere dei documenti elettronici che potranno essere dotati di sofisticate innovazioni tecnologiche come immagini del volto in modalità tridimensionale. Spunto di discussione saranno poi i problemi etici e sociali, come il rapporto tra tecnologie biometriche e minori o le implicazioni per la  privacy, i delicati rapporti tra medicina, privacy e tecnologie biomediche, e gli aspetti strettamente tecnici come le misure di sicurezza adottate nei nuovi documenti elettronici.

 

Per informazioni: Mario Savastano, Istituto di biostrutture e bioimmagini del Cnr, Napoli – tel. 081.7683207 – cell. 335.6670188; Sandro Massa, Dipartimento Tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni del Cnr, tel. 06.4993.2014

Ufficio Stampa Cnr: Rosanna Dassisti, tel. 06.4993.3588 - 3383, e-mail: rosanna.dassisti@cnr.it 

 

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Discariche in Campania: in pericolo la catena alimentare

 

La diossina, provocata dalla bruciatura dei rifiuti, contamina acqua, terreno e piante, passando nel grasso degli ovini e da lì in latte e carne. E’ il risultato di una ricerca condotta dall’Ispaam-Cnr negli allevamenti di Napoli e Caserta

 

Carenza di discariche. Strade invase da montagne di rifiuti maleodoranti. Cittadini esasperati che si improvvisano netturbini e ‘fanno pulizia’ dando fuoco alla spazzatura. L’immondizia è diventata una vera emergenza in Campania e un problema serio per la salute dei suoi abitanti. Ma non solo. La bruciatura dei rifiuti provoca danni anche agli animali, come ha dimostrato uno studio condotto sulle pecore della zona dal Laboratorio di citogenetica animale e mappaggio genetico dell’Istituto per il sistema produzione animale in ambiente mediterraneo (Ispaam) del Cnr di Napoli.

“Le discariche abusive presenti in Campania, soprattutto nelle province di Napoli e Caserta, e la sistematica bruciatura dei vari residui per ridurre al minimo il volume occupato ha comportato un notevole accumulo di inquinanti ambientali, tra i quali le diossine, sostanze altamente tossiche e cancerogene”, spiega Leopoldo Iannuzzi dell’Ispaam-Cnr. “La situazione è peggiorata in questi mesi con l’incendio sistematico dei cassonetti da parte della popolazione locale, che ha inconsapevolmente favorito l’entrata nel ciclo vitale di questo veleno, che inizialmente si deposita su erba, terreno e acque, fissandosi successivamente nei tessuti adiposi degli animali (incluso il grasso del latte) che hanno ingerito cibo contaminato”.

Per controllare le condizioni degli allevamenti dell’area l’Ispaam-Cnr, finanziato dal Comune di Acerra, ha condotto due studi su pecore esposte a bassi (5,3 pg/g di grasso) e alti (39 e 51 pg/g di grasso) livelli di diossine, utilizzando due test citogenetici su linfociti di sangue periferico per  valutare la stabilità del genoma degli animali esposti a queste sostanze mutagene. Queste ultime lasciano infatti traccia a livello cromosomico (gap, rotture cromosomiche, scambi intercromatidici) come dimostrano i dati ottenuti e confrontati con quelli riscontrati in cellule di animali della stessa specie e razza, ma allevati in ambienti non contaminati.

“Le due ricerche”, precisa Iannuzzi, “hanno evidenziato una notevole fragilità nei cromosomi delle pecore esposte alle diossine. In particolare, è risultata pari a 4 volte maggiore, rispetto agli animali di controllo, nelle pecore esposte a bassi livelli di diossine, e da 8 a 14 volte superiore in quelle esposte, rispettivamente, a 39 e 51 pg/g di diossine. Inoltre, nell’allevamento sottoposto ad alti livelli di diossine (51 pg/g) sono stati registrati numerosi casi di nascita di feti anormali e di aborti (l’Asl Na 4 ha registrato la morte, in questo allevamento, di più di mille animali in pochi anni)”.

Risultati indubbiamente significativi perché le pecore, per la loro alimentazione basata esclusivamente su pascoli naturali (o su residui di vegetazione prodotta localmente), rappresentano ottimi indicatori biologici (sentinelle) dell’inquinamento ambientale in territori a rischio.

Roma, 22 maggio 2007

La scheda

Che cosa: scoperta fragilità cromosomica nelle pecore esposte alla diossina in Campania

Chi: Istituto per il sistema produzione animale in ambiente mediterraneo del Cnr, Napoli

Per informazioni: Leopoldo Iannuzzi, tel. 081/5964977, e-mail: leopoldo.iannuzzi@ispaam.cnr.it

Ufficio Stampa Cnr: Rita Bugliosi, tel. 06/49932021, 3383, e-mail: rita.bugliosi@cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/77_MAG_2007.HTM

 

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Costruzioni: nasce il Gruppo di opinione

Istituito al Cnr un gruppo di esperti per indicare le

priorità di ricerca e investimento in un settore strategico per il Paese,

con uno sguardo all’Europa

 

L'investimento annuo nel settore delle costruzioni vale oggi il 9% del Pil nazionale e, direttamente e attraverso l'indotto, dà lavoro a un addetto su quattro impiegati nell'industria. Per questo è importante prestare attenzione all'aggiornamento e miglioramento delle capacità innovative, e indicare priorità condivise di ricerca e innovazione. E' questo l'obiettivo delGruppo di opinione per la ricerca nel settore delle costruzioni, appena nato per iniziativa del Dipartimento "Sistemi di produzione" del Consiglio Nazionale delle Ricerche e formato da personalità di spicco provenienti dal mondo della ricerca, dell'università, dell'impresa.

Lo stimolo per questa azione arriva dall'Europa che ha costituito una Piattaforma tecnologica delle costruzioni dove gli stakeholder europei delineano strategie e innovazione importanti per il futuro delle costruzioni. Uno dei primi impegni del Gruppo di Opinione italiano sarà appunto quello di supportare l'attività della neonata Piattaforma tecnologica italiana delle costruzioni, corrispondente a quella europea.

"E' la prima volta in Italia, che si costituisce un’équipe di alto livello per dibattere esigenze e priorità di ricerca di un settore importante come le costruzioni, con un'ampia apertura verso l'Europa", commenta Valter Esposti, direttore del Dipartimento Cnr. "Non a caso è stato possibile farlo proprio al Cnr, un operatore super partes, che ha molto contribuito alla ricerca attraverso l'operato dei propri Istituti".

“Il Gruppo si propone di svolgere una azione bottom up verso gli attori istituzionali della programmazione nazionale della ricerca”, prosegue Esposti, “mirata alla presentazione di un quadro strategico delle esigenze prioritarie di ricerca nel settore di breve, medio e lungo termine. L’obiettivo è quello di avviare una  azione di sistema pluriennale, che ottimizzi il rapporto tra le numerose competenze e idee di ricerca che il mondo scientifico esprime e le risorse finanziarie disponibili, attraverso il criterio dell’utilità. L’intendimento del Gruppo è inoltre quello di generare proposte di progetti che possano essere realizzati nell’ambito di una dinamica armonica tra stato e regioni”.

Nella prima riunione, su proposta del Direttore del Dipartimento del Cnr, il Gruppo ha nominato due presidenti, uno proveniente dal mondo scientifico, prof. Marco Pacetti, ordinario di Fisica tecnica e attuale Rettore dell'Università Politecnica delle Marche, l'altro dal mondo industriale, dott. Giorgio Squinzi, Amministratore unico della Mapei e attuale Presidente di Federchimica.

Tra gli altri, fanno parte del Gruppo Catervo Cangiotti (ANDIL),  Alfonso Panzani (Assopiastrelle), Andrea Negri (Federlegno),  Piero Torretta (ANCE), Giuseppe Turchini (Politecnico di Milano), G. Michele Calvi (Univ. Di Pavia), Roberto Vinci (ITC-CNR).

 

Roma, 21 maggio 2007

 

La scheda

Chi: Gruppo di opinione per la ricerca nel settore delle costruzioni

Che cosa: iniziativa del Dipartimento Cnr “Sistemi di produzione”

Per informazioni: Ing. Valter Esposti, direttore del Dipartimento Cnr “Sistemi di produzione”. Tel. 06.49933663 – 02.23699546

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/76_MAG_2007.HTM

 

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IUGG-5000 SCIENZIATI PER STUDIARE LA TERRA

 

Circa 7.000 scienziati provenienti da 80 Paesi discuteranno de “La Terra: il nostro pianeta che cambia” alla XXIV assemblea di Iugg (International Union of Geodesy and Geophysics), a Perugia dal 2 al 13 luglio 2007. L’assemblea è stata presentata oggi a Roma al Consiglio nazionale delle ricerche da Lucio Ubertini, presidente del Comitato organizzatore di Iugg e direttore dell'Irpi-Cnr

 

Terremoti, siccità, tempeste e vulcani, ma anche le risorse ambientali per migliorare la vita nei Paesi in via di sviluppo. Circa 7.000 scienziati provenienti da 80 Paesi ne parleranno durante la XXIV assemblea di Iugg (International Union of Geodesy and Geophysics) dedicata al tema “La Terra: il nostro pianeta che cambia”, a Perugia dal 2 al 13 luglio 2007. L’assemblea è stata presentata oggi a Roma presso la sede del Consiglio nazionale delle ricerche da Lucio Ubertini, presidente del Comitato organizzatore di Iugg e direttore dell'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr, da Giuseppe Cavarretta, direttore del Dipartimento Terra e Ambiente del Cnr, e da Franco Prodi, direttore dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac-Cnr).

Iugg è un’organizzazione non governativa e no profit che riunisce sette associazioni internazionali e interdisciplinari di scienze della Terra, e che promuove e sostiene la ricerca scientifica. A Perugia sono attese per due settimane circa 10.000 presenze e si terranno oltre 220 convegni e incontri. “Avere ottenuto che si tenga in Italia, dopo più di cinquanta anni dall’edizione inaugurata a Roma da Papa Pio XII, è un successo per l'intera comunità scientifica nazionale”, spiega il prof. Ubertini. “La partecipazione è imponente, si sono iscritti studiosi persino da Yemen, Botswana, Isole Fiji e Comore. Inoltre, dai titoli si intuisce la forza di studi quali quelli su prevedibilità degli eventi calamitosi, variazioni climatiche globali, influenza della radiazione solare sull’ecosistema, mutazioni ed inversioni del campo magnetico terrestre. Ma non mancano lavori come “ghiaccio extraterrestre” o “magnetismo extraterrestre”. Verrà inoltre sancita una nuova associazione in seno alla IUGG, l’UCCS (Union Commission Cryospheric Sciences)”.

L’Assemblea Iugg si inserisce in un momento di ampia e alta attenzione per le tematiche ambientali, quali il deficit di risorse idriche. Spiega Ubertini: “Se il rischio di desertificazione per l’Italia è, in realtà, difficilmente realizzabile, è invece  possibile un aggravamento del deficit idrico di alcune zone. In Europa tale deficit nel 2003 ha causato oltre 10 miliardi di euro di danni e il depauperamento idrico è stato anche causa di un peggioramento qualitativo dell’acqua dovuto al  minor tempo di ritenzione e depurazione naturale. E’ necessario, pertanto, individuare modalità di prevenzione e mitigazione dei consumi: negli ultimi 100 anni, il fabbisogno giornaliero in Italia si è innalzato da 50 fino a 500 litri per persona e in media nei Paesi mediterranei la domanda è raddoppiata negli ultimi 50 anni e ha raggiunto i 290 miliardi di m3 annui. Gli incrementi più elevati sono in Turchia, Siria e Francia, e le previsioni al 2025 stimano una crescita del 25% dei consumi in Turchia, Siria ed Egitto. L’uso irriguo rappresenta circa il 65% del consumo idrico per i Paesi mediterranei, anche conseguentemente all’aumento delle aree irrigate passate negli ultimi 40 anni da 11 a 20 milioni di ettari (in particolare in Turchia e in Spagna). L’approvvigionamento idrico deve diventare, quindi, una priorità assoluta, soprattutto attraverso la manutenzione delle reti che in Italia presentano perdite con punte del 40%”.

L’assemblea di Perugia sarà anche l’occasione per focalizzare meglio aspetti già dibattuti in altre sedi internazionali. Ad esempio, il quarto Assessment Report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) prevede che l’innalzamento medio del livello marino alla fine del 21° secolo varierà da 0.18 a 0.59 metri. “Studiare il passato può però fornire una prospettiva”, spiega nel suo abstract per l’assemblea Yury Barkin dello Sternberg Astronomical Institute di Mosca. “Globalmente, durante l’ultimo periodo interglaciale (LIG) che durò da 130 a 116 mila anni fa, il livello marino era superiore dai 4 ai 6 metri a quello di adesso e i dati indicano che l’Artico fosse più caldo di oggi, con una enorme riduzione dei livelli marini nelle acque costali intorno all’Alaska e lo scioglimento di quasi tutti i ghiacciai nell’Emisfero del Nord. La foresta boreale si estendeva in aree ora occupate da tundra nell’interno dell’Alaska e della Siberia. Le calde estati artiche durante la prima metà del LIG furono causate dai cambiamenti nell’orbita e nell’inclinazione terrestre, che intensificarono le radiazioni solari. I calcoli eseguiti su modelli mostrano estati artiche dai 3 ai 5 gradi più calde di oggi, specialmente sopra e vicino la Groenlandia, e temperature di superficie massime quotidiane durante le estati sopra il congelamento su tutta la lastra glaciale della Groenlandia, che aveva una dimensione più ridotta”.

Le misure del cambiamento del livello marino globale saranno anche al centro del lavoro di Simon Holgate, oceanografo del Laboratory Joseph Proudman di Liverpool. Negli ultimi dieci anni è stato rilevato, attraverso l’altimetria, che il livello marino ha avuto un tasso di aumento di 3,2 mm l’anno, significativamente maggiore del tasso medio del ventesimo secolo calcolato da un insieme di livelli di marea in circa 1.8 mm/anno. “Questo porterebbe a ritenere che l’aumento del livello marino sia accelerato”, osserva Volgate, aggiungendo però che “i tassi decennali del cambiamento del livello marino durante il XX secolo provenienti da due ricostruzioni basate su differenti metodologie - Holgate (2007) e Church and White (2006) - comparati con quelli altimetrici danno riscontro che il tasso di cambiamento del livello marino dell’ultima decade non è il più alto rispetto al XX secolo e dunque non vi sono prove di tale aumento”.

Roma, 17 maggio 2007

Scheda

Chi: Istituto di ricerca per la  protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr

Che cosa: Presentazione Convegno “La Terra: il nostro pianeta che cambia” (Perugia dal 2 al 13 luglio 2007)

Per informazioni: prof. Lucio Ubertini, presidente del Comitato organizzatore di Iugg e direttore dell'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, tel. 075/5014.411-402.

Tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/75_MAG_2007.HTM

 

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DNA polimerasi lambda, una difesa contro il cancro

 

Scoperto dall'Istituto di genetica molecolare del Cnr un meccanismo essenziale della difesa che le nostre cellule attivano contro l’ossidazione. La pubblicazione della ricerca su Nature.

 

I radicali liberi possono contribuire a provocare le malattie degenerative, nonché il cancro, modificando le informazioni trasmesse dal DNA. E’ pertanto essenziale comprendere come le cellule limitino questi errori. I ricercatori dell'Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia (Igm-Cnr) guidati da Giovanni Maga, in collaborazione con colleghi svizzeri e francesi, potrebbero ora dare una risposta a questo interrogativo: la DNA polimerasi lambda, in coordinamento con altre due proteine (PCNA e RP-A), ‘difendono’ la correttezza dell'informazione genetica contro il danno ossidativo.

“La forma più comune di danno ossidativo causato dai radicali liberi, unprodotto di scarto’ che si forma nelle cellule durante il metabolismo respirativo”, spiega il dr. Maga, “è la trasformazione della guanina, una delle due basi azotate naturali del DNA, nel derivato 8-ossiguanina. Questa base modificata è molto insidiosa, in quanto induce degli errori di ‘lettura’ nelle DNA polimerasi, cioè gli enzimi deputati a ricopiare l'informazione genetica per trasmetterla alla cellula figlia. L'accumulo di queste mutazioni rappresenta un primo passaggio per l'insorgere dei tumori, e inoltre il continuo stress ossidativo delle cellule è un fattore cruciale nel processo di invecchiamento”.

La cellula, fortunatamente, possiede numerosi sistemi per difendersi da questi mutageni ‘naturali’, che tuttavia non era ancora chiaro come agissero per limitare gli errori commessi dalle DNA polimerasi durante la ‘ricopiatura’ del DNA contenente 8-ossiguanina. Il laboratorio di enzimologia del DNA dell'Igm-Cnr, ha svolto un lavoro che potrebbe dare una risposta. “Una tra le oltre 15 DNA polimerasi umane, la DNA polimerasi lambda”, prosegue Maga, “è particolarmente ‘fedele’ nel copiare il DNA contenente la 8-ossiguanina, grazie anche all'azione coordinata di altre due proteine (PCNA e RP-A), già note come essenziali per la duplicazione del DNA cellulare”. Questa scoperta, da un lato contribuisce ad assegnare un ruolo alla finora poco conosciuta DNA polimerasi lambda, dall'altro rivela per la prima volta come proteine altamente coinvolte nella duplicazione dell'informazione genetica di tutti i mammiferi giochino un ruolo fondamentale anche nella protezione contro il danno ossidativo.

Tali risultati, recentemente pubblicati sulla rivista Nature, aprono anche nuove prospettive per lo studio dei meccanismi di trasformazione neoplastica. “Ad esempio”, conclude il ricercatore dell'Igm-Cnr, “si potranno cercare eventuali alterazioni della funzione della DNA polimerasi lambda che correlino con l'accumulo di mutazioni e l'insorgenza di tumori”.

Roma, 16 maggio 2007

La scheda

Chi: Istituto di genetica molecolare-Cnr Pavia

Che cosa: individuato il meccanismo attivato dalle cellule  contro l’ossidazione

Per informazioni:Giovanni Maga, laboratorio di enzimologia del DNA dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia, tel. 0382/546354, e-mail: maga@igm.cnr.it

Referenze: Giovanni Maga, Giuseppe Villani, Emmanuele Crespan, Ursula Wimmer, Elena Ferrari, Barbara Bertocci and Ulrich Hübscher. 8-oxo-guanine bypass by human DNA polymerases in the presence of auxiliary proteins. Nature Advanced Online Publication May 16th/ 2007 doi: 10.1038/nature05843  

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/74_MAG_2007.HTM

 

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Le neuroscienze si tingono di rosa

 

Una ricercatrice dell’Istituto di neuroscienze  del Cnr di Cagliari ha vinto una borsa di studio di 15.000 euro, della durata di un anno, promossa da  L’Oréal  Italia e dall’Unesco con l’intento di dare un sostegno concreto alla ricerca scientifica al femminile

 

Un’assegnista di ricerca presso l’Istituto di neuroscienze (In) del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ventotto anni, Paola Maccioni è stata premiata con una borsa di studio di 15.000 euro per la durata di un anno, dalla giuria - presieduta da Umberto Veronesi -  del programma “L’Oréal Italia per le donne e la scienza 2007”, promosso in collaborazione con la Commissione italiana dell’Unesco, grazie a uno studio nel settore delle neuroscienze. Il premio, giunto alla quinta edizione, è andato anche ad altre quattro giovani ricercatrici.

Laureata a pieni voti in scienze biologiche all’Università di Cagliari, Paola Maccioni attualmente frequenta il terzo anno del dottorato di ricerca in neuroscienze all’Università di Cagliari ed è assegnista di ricerca presso l’In-Cnr di Cagliari dove conduce studi sulla neurobiologia dell’alcolismo. In particolare, il progetto per il quale è stata premiata è dedicato allo “Studio delle proprietà anti-alcol dei modulatori allosterici positivi del recettore GABAB”.

“Il nostro progetto di ricerca si propone di studiare in opportuni modelli sperimentali l’effetto di diversi farmaci che attivano il recettore GABAB sul consumo di alcol e le proprietà gratificanti dell’alcol”, spiega la ricercatrice. “Oltre agli agonisti diretti, verrà prestata particolare attenzione ad una nuova classe di farmaci che svolgono un’azione di modulazione allosterica positiva sul recettore GABAB”. “L’alcolismo costituisce un grave problema di ordine medico e sociale”, aggiunge Giancarlo Colombo, ricercatore dell’In-Cnr, con il quale lavora la dr.ssa Maccioni, “e le terapie farmacologiche attualmente disponibili sono di modesta efficacia. La comprensione del meccanismo d’azione dell’alcol nel cervello è condizione necessaria per sviluppare nuovi farmaci per il trattamento di questa forma di dipendenza”.

Per questi studi vengono utilizzati ratti della linea Sardinian Alcohol preferring (sP), selezionati geneticamente per l’elevato consumo ‘volontario’ di alcol.

Roma, 15 maggio 2007

La scheda:

Chi: Paola Maccioni, assegnista di ricerca presso l’Istituto di neuroscienze del Cnr di Cagliari, vincitrice di una delle cinque borse di studio di L’Oréal Italia e Unesco

Che cosa: borsa di studio di 15.000 euro per la durata di un anno, assegnata da “L’Oréal Italia per le donne e la Scienza” e Commissione italiana per l’Unesco

 

Per informazioni: Giancarlo Colombo, Istituto di neuroscienze del Cnr di Cagliari, tel.: 070 302227, cell.: 3498172324

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/73_MAG_2007.HTM

 

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Risorgono gli agrumi del ‘500

La crioconservazione per la salvaguardia e la tutela delle specie vegetali in Europa. Se ne parlerà nel corso di un meeting internazionale organizzato dall’Ivalsa - Cnr di Firenze che presenterà i risultati di questa tecnologia applicata ad antiche varietà di Citrus del XVI secolo, presenti in una collezione iniziata da Cosimo I° de’ Medici

Oltre un terzo delle specie vegetali presenti nel mondo è sottoposto a erosione genetica o rischia addirittura l’estinzione. Anche numerose specie europee rientrano tra quelle minacciate. Per bloccare questa “emorragia” di risorse naturali e fare il punto della situazione, ricercatori e studiosi europei si incontreranno a Firenze, dal 10 al 12 maggio 2007, in un meeting sulla crioconsevazione dal titolo “Technology, application and validation of plant cryopreservation”, organizzato dall’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree (Ivalsa) del Cnr.

“La salvaguardia della biodiversità vegetale è di prioritaria importanza per la tutela del nostro patrimonio ambientale”, sostiene Maurizio Lambardi, ricercatore Ivalsa e responsabile del laboratorio Cnr di conservazione in vitro e crioconservazione. “E’ fondamentale, quindi, intervenire per tempo per arrestare o contenere la perdita di risorse genetiche dovuta a fattori naturali o indotti dall’uomo”. Già a partire dagli anni ’70 si è intrapresa, a livello mondiale, una importante opera di raccolta e conservazione del germoplasma vegetale in banche del seme e collezioni in campo. “Grazie al recente contributo delle biotecnologie”, dice Lambardi, “questo settore può ora avvalersi di metodi innovativi quali la crioconservazione, che permette lo stoccaggio di organi vegetali (gemme, meristemi, semi interi o embrioni) alla temperatura ultra-bassa (-196°C) propria dell’azoto in fase liquida”. Tale tecnica comporta molti vantaggi: elevata potenzialità conservativa (in un contenitore da 35 litri di azoto liquido si possono stoccare oltre 6000 espianti), bassi costi di conservazione, mantenimento del materiale vegetale in assoluta sicurezza genetico-sanitaria e la possibilità di conservazione praticamente illimitata nel tempo.

“Presupposto di questa tecnologia”, spiega Carla Benelli, ricercatrice Ivalsa-Cnr “è la ‘vitrificazione’ del materiale vegetale sottoposto a drastico abbassamento termico, termine che indica quel fenomeno fisico per il quale le molecole di acqua non cristallizzano e la soluzione assume una consistenza amorfa (vetrosa). La vitrificazione del citoplasma cellulare previene la formazione dei letali cristalli di ghiaccio intra-cellulari; pertanto, gli organi e i tessuti vegetali sottoposti a questa tecnica si mantengono integri e vitali alla temperatura dell’azoto liquido e sono in grado di ricostuire una coltura di gemogli o una linea cellulare quando reintrodotti in coltura in vitro”.

Al meeting di Firenze saranno presentati i risultati di uno studio dell’Ivalsa che ha permesso di individuare efficienti procedure di conservazione in azoto liquido di semi provenienti da alcune antiche varietà e specie poliembrioniche di Citrus, facenti parte di una collezione, unica nel suo genere, iniziata da Cosimo I° de’ Medici nel XVI secolo e localizzata presso la ‘Villa Reale di Castello’ in Firenze. “La prima notizia di coltivazione d’agrumi alla Villa di Castello risale al 1544, quando il duca ordina che vengano innestati ‘occhi di limoni dolci’ ”, riferisce Lambardi. “Da allora la collezione si è accresciuta sempre di più e attualmente conta circa 500 esemplari in grandi conche di terracotta che rappresentano il ‘fiore all’occhiello’ della Villa”. Il numero, ma soprattutto le varietà rare, le ‘mostruosità’ e le ‘bizzarrie’ dei suoi frutti, spesso rappresentate da solo uno o pochi esemplari, ne fanno una collezione in vaso di grande interesse internazionale. “Questo prezioso germoplasma può rappresentare”, conclude Lambardi, “una straordinaria fonte di ‘antichi’ caratteri genetici, potenzialmente utili nel miglioramento di specie del genere Citrus”. La ricerca dell’Ivalsa, quindi, è il primo promettente passo verso la possibilità di preservare in una ‘criobanca del seme’ questa preziosa biodiversità, proteggendola dai ‘rischi del tempo’.

Per i giornalisti sono disponibili foto ad alta risoluzione

Roma, 8 maggio 2007

La scheda

Chi: Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree (Ivalsa), sede di Sesto Fiorentino (Fi), Laboratorio di “Conservazione in vitro e Crioconservazione”

Che cosa: Meeting “Technology, application and validation of plant cryopreservation”, nell’ambito della COST Action 871 “CryoPlanet - Cryopreservation of crop species in Europe

Dove: Area di ricerca Cnr di Firenze, Via Madonna del Piano, Sesto fiorentino (Fi)

Quando: dal 10 al 12 maggio 2007

Informazioni: Maurizio Lambardi, Ivalsa, Cnr, Firenze tel. 055/5225685, e-mail: lambardi@ivalsa.cnr.it; Carla Benelli, Ivalsa, tel. 055/5225698, e-mail: benelli@ivalsa.cnr.it   

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/72_mag_2007.htm

 

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