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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito.  Il sito del CNR  ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html

 

COMUNICATI:

Previsioni del mare: nuovo servizio da Aeronautica militare e Cnr

Molte fibre, meno colesterolo

Italia: boom dei domini internet

Esperti a confronto contro la ‘frammentazione’ in medicina

Nanotecnologie a prova di contraffazioni

Alzheimer: la cura può arrivare dall’NGF di Rita Levi Montalcini

Pesticidi: la decontaminazione col batterio giusto

130 mila tossicodipendenti abbandonati a se stessi

La ceramica si fa le ossa

Dall’espansione dell’informazione genetica una delle ragioni della complessità umana

La posidonia, una risorsa per la campagna

Territorio e insediamenti in Europa e nel Mediterraneo

Sequenziato il Dna del batterio killer

 

Previsioni del mare: nuovo servizio da Aeronautica militare e Cnr

Realizzato dal Servizio meteorologico  dell’Aeronautica militare, con la collaborazione scientifica dell’Istituto di scienze marine (Ismar) del Consiglio nazionale delle ricerche di Venezia, un nuovo e più accurato servizio di previsione dello stato del mare nel Mediterraneo

Il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare Italiana tramite il CNMCA (Centro Nazionale di Meteorologia e Climatologia Aeronautica) ed in collaborazione scientifica con l’Istituto di Scienze Marine (Ismar) del Consiglio nazionale delle ricerche, ha realizzato e messo a punto un nuovo e più accurato servizio di previsione dello stato del mare operante su tutto il bacino del Mediterraneo. Giornalmente viene emessa una previsione completa, per le 72 ore successive e ad altissima risoluzione, che specifica l’altezza, il periodo e la direzione delle onde oltre all’intensità e alla direzione del vento sul mare. L’informazione è resa disponibile direttamente e gratuitamente al pubblico su Internet.

“Per arrivare a questo risultato”, spiega il direttore del CNMCA Col. Costante De Simone, “è stato realizzato il sistema NETTUNO che utilizza in cascata due modelli di previsione numerica tra i più avanzati al mondo. Il primo, chiamato COSMO ME che è stato realizzato da un consorzio internazionale di cui fa parte l’Italia, viene prodotto a Pratica di Mare dal CNMCA e fornisce le previsioni del vento per l’area mediterranea con una risoluzione di 7km. Il secondo, chiamato WAM che è stato sviluppato dai migliori specialisti mondiali in oceanografia in collaborazione con gli scienziati dell’ISMAR, calcola con continuità una dettagliata descrizione dello stato del mare con una accuratezza di poco oltre i 4km sull’intera area del Mediterraneo. Entrambe le previsioni hanno un passo temporale di tre ore”.

“L'applicazione operativa di questi modelli”, spiega Nevio Zitellini, direttore dell’Ismar-Cnr, “rappresenta il culmine dell'attività degli ultimi decenni, che ha permesso di raggiungere gli attuali livelli di precisione ed affidabilità delle previsioni. A sua volta il continuo confronto fra i dati ottenuti con l'uso dei modelli e le misure in mare permette, assieme alla forte cooperazione internazionale, un continuo miglioramento delle prestazioni, il che è uno degli scopi fondamentali della ricerca”.

Le informazioni generate dal sistema NETTUNO vengono sintetizzate e rese facilmente comprensibili agli utenti, tramite intuitive mappe simboliche che illustrano l’evolvere delle condizioni meteo-marine durante i successivi tre giorni. Queste rappresentazioni sono disponibili e consultabili, gratuitamente, collegandosi ai seguenti siti: Aeronautica Militare – Servizio Meteorologico www.meteoam.it ;  Cnr-Ismar  www.ismar.cnr.it

Roma, 29 luglio 2008

Visualizza la scheda

Chi: Istituto di scienze marine del Cnr di Venezia e Servizio meteorologico dell’Aeronautica militare

Che cosa: nuovo sistema di previsione dello stato del mare

Per informazioni: ing. Luigi Cavaleri, Istituto di Scienze marine del Cnr, tel. 041.2404759, 2404746

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/81_LUG_2008.HTM

 

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Molte fibre, meno colesterolo

Come controllare la colesterolemia attraverso una giusta alimentazione e stili di vita corretti. Lo spiegano in un documento congiunto – pubblicato su Nutrition Metabolism & Cardiovascular Diseases - gli esperti del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), della Nutrition Foundation of Italy (NFI) e di altre istituzioni e associazioni scientifiche italiane

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, i valori medi della colesterolemia rilevati nella popolazione italiana sono superiori al limite dei 200 mg/dL, dunque oltre la metà della popolazione ha valori ‘non ottimali’ di questo parametro.

Per questo, esperti del CNR, della NFI e di altre istituzioni e associazioni scientifiche italiane, hanno redatto e pubblicato un documento dal titolo Non-pharmacological control of plasma cholesterol levels, basato sulle evidenze scientifiche della letteratura, relativo al controllo della colesterolemia attraverso una corretta alimentazione e stile di vita.

Il documento, oltre a ribadire concetti già noti, come la moderazione nell’apporto giornaliero di grassi saturi, di acidi grassi insaturi della serie trans e di colesterolo, privilegiando soprattutto gli oli extravergini di oliva, ricchi di acidi grassi monoinsaturi, ma anche gli oli di semi ad elevato tenore di polinsaturi della serie n-6, fornisce anche indicazioni su altri nutrienti. Ad esempio, Andrea Poli, direttore scientifico della NFI, evidenzia come “le fibre, in particolare quelle solubili come pectine, gomme e betaglucani contenute in cereali e legumi, possano avere un effetto di riduzione del colesterolo se introdotte nell’organismo in quantità di circa 25-30 g al giorno. Anche l’integrazione nella dieta di 25 grammi di proteine di soia, in parziale sostituzione delle proteine animali, riduce la colesterolemia totale e LDL”.

Ma gli effetti igienico-sanitari non si devono limitare alla riduzione del colesterolo totale e LDL, ma devono avere una ricaduta positiva anche sul colesterolo HDL, quello ‘buono’, il cui compito fondamentale è rimuovere il colesterolo dalle placche localizzate a livello delle arterie. “In tal senso”, precisa  Roberto Volpe del Servizio Prevenzione e Protezione (Spp) del CNR di Roma, “l’apporto moderato di alcool e un’attività fisica regolare di tipo aerobico aumentano la colesterolemia HDL”.

Gli interventi sui macronutrienti della dieta (essenzialmente sulla quota lipidica) inducono mediamente un calo della colesterolemia totale e LDL di ampiezza variabile, ma in genere dell’ordine del 5-10%. “Ma”, continua Volpe, “qualora questo risultato non sia sufficiente per ricondurre la colesterolemia di singoli individui ai valori obiettivo in relazione al loro livello individuale di rischio, e non sussista l’indicazione ad un trattamento farmacologico ipocolesterolemizzante, è possibile introdurre, in aggiunta alle correzioni dietetiche prima ricordate, alimenti arricchiti in fitosteroli. L’integrazione nella dieta di prodotti a base di latte o yogurt (i cosiddetti minidrink) che contengano almeno 2 grammi di fitosteroli, riduce il colesterolo totale e LDL del 10-15% circa”. Questi prodotti vanno consumati preferibilmente durante o alla conclusione del pranzo o della cena.

Infine, sono state anche esaminate alcune specifiche situazioni (come quella delle donne ipercolesterolemiche in menopausa), nelle quali interventi di riduzione dei formaggi possono teoricamente associarsi al rischio di osteoporosi. Per Roberto Volpe “una dieta alimentare a basso contenuto di grassi finalizzata a diminuire il rischio cardiovascolare, deve tenere in conto anche il fabbisogno di calcio, fondamentale per la prevenzione dell’osteoporosi”. In questo senso può essere utile la scelta di alimenti a contenuto lipidico non elevato, come latte scremato e yogurt magri o alcuni tipi di pesce (per esempio calamari e polpo) e di verdure (rughetta, radicchio e broccoletti) e quelle acque con un buon contenuto di calcio. “Quindi”, replica Poli,  “la scelta di alimenti ad adeguato tenore calcico e a ridotto contenuto lipidico, un appropriato apporto di vitamina D ed una regolare attività fisica, meglio se all’aria aperta, permettono di prevenire sia le malattie cardiovascolari che l’osteoporosi”.

 “L’obiettivo del documento è stato quello di fornire ai medici coinvolti nella  prevenzione cardiovascolare uno strumento, non solo completo e aggiornato, ma anche facile da consultare”, spiega Roberto Volpe.

“In effetti”, conclude Andrea Poli, “il controllo dietetico della colesterolemia è un obiettivo spesso raggiungibile, partendo proprio da una corretta informazione del pubblico e degli operatori sanitari”.

Roma, 25 luglio 2008

La scheda:

Chi: Servizio Prevenzione e Protezione del CNR di Roma

Che cosa: documento congiunto di esperti del CNR  della NFI e di altre istituzioni e associazioni scientifiche italiane  per il controllo della colesterolemia attraverso una corretta alimentazione e stile di vita.

Informazioni: Roberto Volpe Spp-Cnr tel. 06/4993.7630; - e mail roberto.volpe@cnr.it

Referenze:

Volpe R,;Poli A, Marangoni F, Paoletti R Mannarino E, Notarbartolo A, Lupatelli , Aureli P,  Gaddi A, Cicero A, Bernini F, Catapano A, Cricelli C, Gattone M,  Marrocco W, Porrini M, Stella R, Del Toma E, Volpe M, La Vecchia C, Sirtori C,  Riccardi G, Manzato E, Zambon A, Cannella C, Pinto A. Non-pharmacological control of plasma cholesterol levels. Nutrition Metabolism & Cardiovascular Diseases 2008;18:S1-S16

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/80_LUG_2008.HTM

 

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ITALIA: BOOM DEI DOMINI INTERNET

La rete made in Italy supera quota 1 milione e 500mila domini .it. A maggio 2008 il record di registrazioni. Sono gli ultimi dati  dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr. Il Registro italiano rafforza così la posizione: quinto posto in Europa e settimo nel mondo. In partenza il sistema sincrono e la liberalizzazione dei domini internazionali.

Grazie a un semestre particolarmente vivace, i domini .it – la ‘targa’ Internet che identifica in rete il nostro paese e che è gestita dalla Registro del ccTLD .it all’interno dell’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Iit-Cnr) – hanno raggiunto quota 1.503.106 alla fine di giugno 2008. Dall’inizio dell’anno le registrazioni di nuovi domini .it non sono mai state inferiori alle 25mila al mese; maggio (30.243) ha segnato addirittura il record degli ultimi otto anni. A illustrare i dati è Domenico Laforenza, neo-direttore dell’Iit-Cnr e responsabile del Registro dei domini Internet .it.

“Le cifre a nostra disposizione confermano l’Italia come quinta realtà del panorama Internet europeo e al settimo posto nella classifica mondiale. Questi risultati evidenziano che il mercato dei domini italiani è in salute e rappresentano un forte segnale di come Internet sia un fenomeno radicato nella nostra società”, commenta Laforenza. “Siamo comunque determinati a migliorare il servizio, adottando il sistema di registrazione ‘sincrono’, che significa burocrazia ridotta al minimo e verifica dei risultati in tempo reale”.

Il progetto, che andrà a regime nel 2009, sarà accompagnato da un’inedita campagna di comunicazione che si propone di diffondere la cultura di Internet in Italia proprio tramite i domini .it. Un obiettivo ambizioso che non ha precedenti nel nostro Paese, “ma è nostra convinzione che la promozione dei domini italiani sia determinante per uno sviluppo della cultura informatica che, se accompagnata da serie iniziative sul fronte delle infrastrutture di rete, può rappresentare un volano importante per l’economia dell’intero Paese”, prosegue il direttore dell’Iit-Cnr. “Nella nuova stagione del Registro e, più in generale, di tutto l’Istituto di ricerca pisano, c’è un’intensa attività focalizzata sull’Internet del futuro: uno dei capisaldi della strategia messa in atto dal Dipartimento delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni del Cnr. La sicurezza informatica, le ‘reti ovunque’, il calcolo ad alte prestazioni saranno i cardini di un’attività di ricerca che promette di incidere in maniera sempre più significativa nella nostra vita quotidiana”.

Con oltre 150 unità di personale impiegato e circa 10 milioni di euro di fatturato annuo, l’Iit-Cnr promuoverà attività di alta formazione, anche in collaborazione con le università e i poli d’eccellenza pisani, e il trasferimento tecnologico.“Crediamo nella capacità di fare sistema, rafforzando la collaborazione con gli altri istituti del Cnr, gli enti pubblici e le associazioni che rappresentano il tessuto produttivo locale e nazionale”, conclude Laforenza, “Non meno importanti saranno quelle attività che, a livello internazionale, coinvolgono a pieno titolo soprattutto il Registro: e tra le prime questioni da affrontare, la ‘liberalizzazione’ dei top level domain Internet annunciata dall’Internet corporation for assigned names and numbers (Icann) impone un’attenta riflessione”.

Roma, 16 luglio 2008

La scheda

Chi: Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa

Che cosa: ricerca statistica domini Internet .it

Per informazioni: Luca Trombella, Iit - Cnr Pisa, tel. 050/3153437, cell. 348/4421488

tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/77_lug_2008.htm

 

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ESPERTI A CONFRONTO CONTRO LA ‘FRAMMENTAZIONE’ IN MEDICINA

Un Workshop  dell’European Science Foundation, in corso presso l’Area della ricerca del CNR di Pisa, mette a confronto esperti di ricerca oncologica e cardiovascolare contro il rischio che l’aumento della specializzazione nell’area biomedica porti a una minor comprensione e a un rallentamento del progresso

L’European Science Foundation (ESF), nata nel 1974, è un’associazione composta da 77 organizzazioni di 30 paesi europei che si occupano di ricerca scientifica avanzata. Ogni anno, con criterio estremamente selettivo, l’ESF promuove circa 50 “Exploratory Workshops” con lo scopo di valutare linee di ricerca innovativa d’impatto potenziale per lo sviluppo scientifico. Nel 2008, tra i sette workshop selezionati nel settore della ricerca medica, è stata scelta la proposta di due ricercatori dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

E’ così che nelle giornate di oggi e domani, 14 e 15 luglio, presso l’Area di Ricerca del CNR di Pisa si svolgerà l’Exploratory Workshop “Molecular Signalling in Cardiovascular and Oncological Diseases: Similar and Shared Pathways”, un confronto interdisciplinare - con la presenza di un delegato dell’ESF e la partecipazione di 18 scienziati europei - che intende evidenziare come l’aumento della specializzazione caratterizzi in modo crescente tra le altre aree di ricerca anche quella biomedica, con il rischio implicito di una frammentazione, di una minore capacità di comprendere la realtà nel suo insieme e di un più lento progresso scientifico. Da qui l’importanza di esplorare nuove occasioni di scambio tra le diverse specializzazioni, nel contesto delle inedite potenzialità di analisi biologica possibile mediante le nuove metodologie di analisi genetica e proteica sistemica.

“E’ sulla base di queste considerazioni”, sottolineano gli organizzatori Maria Giovanna Trivella e Giuseppe Rainaldi, “che il workshop di Pisa intende mettere a confronto esperti di due aree d’indagine apparentemente lontane come quella oncologica e la cardiovascolare, che condividono un numero crescente di temi di ricerca tra cui quelle dei meccanismi che regolano la crescita dei vasi e delle comunicazioni intercellulari”.

Roma, 14 luglio 2008

La scheda

Chi: Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa

Che cosa: Exploratory Workshop “Molecular Signalling in Cardiovascular and Oncological Diseases: Similar and Shared Pathways “

Dove: Pisa, Area della Ricerca CNR

Quando: 14-15 luglio 2008, ore 9-18

Per informazioni: Maria Giovanna Trivella, IFC-Cnr, tel. 050/315.2166 int. 2730, e-mail trivella@ifc.cnr.it

tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/76_lug_2008.htm

 

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Nanotecnologie a prova di contraffazioni

Un materiale innovativo è in grado di riconoscere il ‘made in Italy’ dalle imitazioni:

esposto a radiazione ultravioletta libera un determinato ‘mix di colori’. Lo hanno ideato e realizzato ricercatori dell’Istituto per i materiali compositi e biomedici del Cnr di Napoli e dell’Università di Salerno

Dal Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli un duro colpo alle contraffazioni. Proprio in quella che secondo un vecchio stereotipo è la ‘capitale delle imitazioni’, ricercatori dell’Istituto per i materiali compositi e biomedici (Imcb) del Cnr hanno messo a punto un ‘sistema’ in grado di smascherare capi contraffatti, impossibile da eludere.

Si tratta di un materiale innovativo che coniuga le proprietà dei metalli nanoscopici con quelle dei polimeri: una matrice di materie plastiche racchiude nanoparticelle metalliche, di dimensioni piccolissime, dell’ordine di un milionesimo di millimetro. Il metallo, esposto a radiazione ultravioletta di opportuna frequenza, emette luce colorata per fluorescenza, una proprietà tipicamente osservata in composti molecolari e semiconduttori come il silicio e il germanio, ma possibile anche per metalli purché di minutissime dimensioni, in quest’ultimo caso difficilissima da riprodurre.

“La tonalità cromatica della luce può essere controllata cambiando semplicemente la composizione delle nanoparticelle”, spiega Gianfranco Carotenuto, primo ricercatore dell’Imcb-Cnr di Napoli, ideatore del sistema. “Per esempio, si può usare una lega oro/argento anziché metallo puro. Il metallo contenuto nel ‘marchio’ diventa la caratteristica, che contraddistingue quel determinato capo e che rimane nascosta alla vista, come un’etichetta invisibile”.

Il fatto che tali particolari ‘tracce’ non possano essere rilevate direttamente, ma divengano visibili soltanto per esposizione a luce UV, rappresenta una caratteristica utile tanto per i consumatori quanto per piccoli e grandi proprietari di marchi.

Vita dura, dunque, per i falsari. “Garantire ad una azienda che il proprio prodotto non venga contraffatto”, spiega Francesca Nicolais, ricercatrice del Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università di Salerno, che ha sviluppato l’idea con il collega dell’Imcb-Cnr, “significa innanzitutto tutelare i grandi investimenti finalizzati alla costruzione di un forte brand, di un’identità di marca, che possono essere facilmente compromessi dalla contraffazione”.

Una garanzia che potrebbe aiutare a bloccare i veri e propri mercati paralleli di merci distribuite irregolarmente o contraffatte, verso i quali i titolari dei marchi danneggiati hanno ben pochi strumenti di contrasto. “Un’azienda che riesce ad evitare la contraffazione ed i supply chain illegali”, aggiunge la ricercatrice, “sarà un’azienda più competitiva e incentivata all’innovazione con benefici anche in termini occupazionali”.

E se la combinazione di colori dovesse essere intercettata si può cambiare la composizione delle nanoparticelle metalliche come la combinazione di una cassaforte o la password di un sistema informatico.“Una prerogativa di questo approccio è la sua semplicità”, sottolinea Carotenuto. “La fluorescenza è una tecnica già ampiamente applicata al campo dell’autenticazione, ma nel nostro caso il colore emesso può essere variato e controllato in maniera continua, consentendo così di ottenere qualunque tonalità cromatica. Inoltre, l’emissione di luce si verifica esclusivamente per esposizione a radiazione incidente di una ben precisa lunghezza d’onda e anche solo rilevare la presenza dell’agente fluorescente risulta, quindi, difficile se non si dispone della particolare sorgente di radiazione necessaria per l’eccitazione di quel materiale specifico”. La sicurezza viene quindi garantita dalla combinazione tra la composizione del marchio e il tipo di lampada usata per eccitarne la fluorescenza.

Ma le possibili applicazioni non si fermano qui. Questo materiale innovativo può essere impiegato in ambito microelettronico, fotonico ed optoelettronico. Si va dall’utilizzo come filtro da applicare su celle fotovoltaiche per aumentarne l’efficienza nella produzione di energia elettrica, alla realizzazione di diodi emettitori di luce (LED), sensori fotoconduttivi, display a colori. Un altro utilizzo possibile è ad esempio nella costruzione di serre, poiché questo materiale è in grado di bloccare la radiazione ultravioletta, dannosa per il metabolismo vegetale, convertendola in luce rossa che invece accelera e favorisce la crescita delle piante.

Roma,  10 luglio 2008

La scheda

Chi: Istituto per i materiali compositi e biomedici (Imcb) del Cnr di Napoli

Che cosa: materiale innovativo a prova di contraffazione

Per informazioni: Gianfranco Carotenuto, Istituto per i materiali compositi e biomedici (Imcb) del Cnr di Napoli – Tel. 081.7758833,

tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/75_lug_2008.htm

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Alzheimer: la cura può arrivare dall’NGF di Rita Levi Montalcini

Individuata una proprietà ancora sconosciuta del fattore di crescita nervoso scoperto dal nostro Premio Nobel nell’ambito della sinergia Ebri-Cnr, le cui ricerche continuano grazie alla collaborazione con Regione Lazio e Filas Spa

Il fattore di crescita neuronale  (Ngf - Nerve Growth Factor) blocca le vie che portano alla malattia di Alzheimer, aprendo la strada al suo impiego per fini terapeutici. E’ questa la nuova scoperta di un gruppo di ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche, coordinato da Pietro Calissano e dell’Ebri (European brain research institute-Centro europeo di ricerche sul cervello), guidato da Antonino Cattaneo.

A 50 anni dalla scoperta del fattore di crescita nervoso che è valsa il Nobel alla professoressa Rita Levi Montalcini, il Ngf continua ad alimentare, con soddisfazione, le ricerche degli scienziati condotte in sinergia tra Cnr, Ebri, Fondazione Santa Lucia, Regione Lazio e Filas Spa. Proprio nell’ambito di questa collaborazione, è stato siglato oggi l’accordo con il quale Filas Spa, la società regionale dedicata al sostegno all’innovazione, concede un finanziamento di 4 milioni e 650 mila euro al settore delle Neuroscienze, che costituiscono una delle sei linee scientifiche del Distretto tecnologico delle bioscienze nel Lazio.

“Nell’ultimo decennio la scoperta del Ngf, oltre ad aver rappresentato una pietra miliare nel campo della biologia, ha aperto la strada ad un crescente numero di possibili applicazioni nella patologia umana”, dice Pietro Calissano, direttore dell’Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Inmm-Cnr). “Fra queste potenziali applicazioni, è in fase di avanzata  sperimentazione l’uso del Ngf a fini terapeutici o di prevenzione del morbo di Alzheimer, malattia caratterizzata da costi umani e sociali elevatissimi e che è destinata ad aumentare con il crescere della età della popolazione”. Si stima che in Italia circa 500.000 persone siano colpite da questa malattia e la cura di ciascun individuo ha costi che oscillano fra 70 e 120.000 euro/anno.

I ricercatori hanno trovato che il Ngf tiene normalmente bloccata nelle cellule nervose la produzione di un peptide, chiamato beta-amiloide, che è il principale responsabile  della malattia di Alzheimer. “Quando il Ngf viene rimosso dalle cellule nervose tenute in coltura, si attiva in poco tempo la produzione di questo peptide attraverso la via denominata, appunto, amiloidogenica”, spiega Calissano. “Riuscire a capire il meccanismo attraverso il quale il Ngf tiene bloccata questa via e la produzione di questo peptide tossico potrebbe avere risvolti importanti per la prevenzione e la cura della malattia”.

Prima di arrivare a mettere a punto un farmaco c’è ancora strada da fare: “Occorre prima di tutto produrre il Ngf umano in quantità sufficiente e renderlo farmacologicamente disponibile ed è necessario trovare una via adeguata per far arrivare una molecola grande come il Ngf  al cervello, dove incontra una barriera impermeabile a questa molecola”, spiega il ricercatore Cnr.

Il fondo concesso da Filas Spa sarà ripartito in 1 milione e 550 mila euro per gli anni 2008, 2009 e 2010 e sarà destinato al cofinanziamento di attività per l’attrazione di ricercatori italiani e stranieri provenienti dall’estero che potranno essere inseriti nella struttura del Cerc (il Centro Europeo per la ricerca sul Cervello che ha sede a Roma in via Fosso di Fiorano) e il cofinanziamento al 50% di progetti di ricerca su varie tematiche, dalla morte e sopravvivenza neuronale nelle patologie del sistema nervoso, alle interazioni tra sistema nervoso e immunitario, dai meccanismi di apprendimento e di memoria alla terapia genica. È del 30%, invece, il cofinanziamento previsto per l’acquisto di macchinari e attrezzature, necessari per la nascita di nuovi laboratori e per il potenziamento di quelli esistenti.

Il protocollo d’intesa è stato firmato questa mattina dalla senatrice Rita Levi Montalcini in qualità di presidente della Fondazione Ebri, dal presidente del Cnr Luciano Maiani, dal presidente della Fondazione Santa Lucia, Maria Adriana Amadio, dal presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e dal presidente di Filas Spa Flaminia Saccà.

Roma, 7 luglio 2008

La scheda

Chi: Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Inmm-Cnr) e European brain research institute (Ebri)

Che cosa: scoperta del possibile impiego del Ngf a fini terapeutici o di prevenzione del morbo di Alzheimer

Accordo di collaborazione tra Cnr, Ebri, Fondazione Santa Lucia, Regione Lazio e Filas Spa

Per informazioni: Pietro Calissano, direttore Inmm-Cnr, tel. 06.501703004 – 501703035

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/74_LUG_2008.HTM

 

 

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Pesticidi: la decontaminazione col batterio giusto

Uno studio dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr evidenzia l’importante funzione di alcuni microrganismi, in grado di metabolizzare i prodotti tossici utilizzati in agricoltura e risanare il suolo e le acque. Una risorsa naturale contro i residui velenosi degli erbicidi

Sono microscopici e difficili da identificare. Ma grazie ad uno studio realizzato dall’Istituto di ricerca sulle acque del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Irsa-Cnr), è stato possibile individuare alcuni gruppi di batteri in grado di eliminare dal suolo i residui velenosi dei pesticidi. “In particolare degli erbicidi triazinici, che sono tra i più utilizzati in Italia e nel mondo per il controllo selettivo delle erbe infestanti in diversi tipi di colture”, precisa Anna Barra Caracciolo, ricercatrice Irsa-Cnr.

“Queste sostanze però tendono a persistere nell’ambiente ed il loro utilizzo in agricoltura costituisce uno dei principali fattori di contaminazione del suolo e delle acque sotterranee, destando preoccupazione per la salute dell’uomo e degli ecosistemi”. Grazie a questi microrganismi, i ‘veleni’ possono essere rimossi dall’ambiente: “Le capacità omeostatiche degli ecosistemi, infatti, sono legate alla presenza o meno di comunità microbiche adattate, in grado di utilizzare i pesticidi come fonte energetica”, spiega la ricercatrice. “Un erbicida potrà essere definitivamente rimosso dall’ambiente grazie a una o più specie batteriche in grado di utilizzarlo come fonte di carbonio utile per la crescita”.

Il Rhodococcus wratislaviensis, questo il nome del ceppo batterico individuato sia nel suolo sia nelle acque sotterranee, è risultato particolarmente interessante per le sue capacità di degradare e di mineralizzare l’erbicida terbutilazina e composti simili (terbutilazina, simazina e metaboliti). “Si tratta di uno dei primi lavori in cui si descrive un ceppo batterico in grado di degradare i composti triazinici in un acquifero”, sottolinea Barra Caracciolo, “che sono tra quelli più frequentemente riscontrati nelle acque a concentrazioni superiori ai limiti di legge (0.1 mg L-1). L’identificazione di tale batterio in suoli ed acque può quindi essere un indicatore utile per la valutazione del potenziale di attenuazione naturale presente negli ecosistemi contaminati da questo erbicida. Inoltre, ceppi batterici con tali capacità potrebbero essere utilizzati per un eventuale bio-risanamento di siti contaminati”.

Lo studio dei microrganismi, in particolare della componente batterica, è stato per molto tempo limitato dall’esiguità delle tecniche per individuarne la presenza. “I cosiddetti metodi colturali indiretti, basati sulla crescita di batteri su terreni preparati in laboratorio, hanno permesso l’identificazione di circa 3.000 specie che rappresentano soltanto l’1-10 % circa di quelle esistenti”, spiega la ricercatrice del Cnr. “Le potenzialità di utilizzo dei batteri in campo ambientale sono praticamente illimitate e grazie a nuove tecniche molecolari basate sull’identificazione del DNA batterico che codifica l’acido ribonucleico ribosomiale (rRNA 16S) è oggi possibile individuare, riconoscere e classificare inequivocabilmente le comunità batteriche”.

In particolare, la tecnica utilizzata dall’Irsa-Cnr si basa sull’identificazione dei batteri attraverso la cosiddetta ‘tecnica di ibridazione in situ’ con sonde molecolari fluorescenti. “Il principio si basa sull’utilizzo di brevi sequenze (oligonucletidi) di DNA batterico ribosomiale, altamente specifico per il riconoscimento del gruppo di appartenenza, che vengono legate ad un marcatore fluorescente”, prosegue la ricercatrice. “Il campione da analizzare viene trattato in modo da permettere alle sonde di entrare nelle cellule batteriche e di ibridarsi con le corrispondenti sequenze di RNA ribosomiale, se presenti. Se avviene l’ibridizzazione all’interno delle cellule batteriche, sarà visualizzabile con un segnale luminoso al microscopio a fluorescenza, indicando, inequivocabilmente, la presenza della specie o del gruppo batterico cercato”.

Roma, 3 luglio 2008

 

La scheda

 

Che cosa: identificazione di batteri in grado di decontaminare il suolo da pesticidi

Chi: Istituto di ricerca sulle acque (Irsa) del Cnr di Roma

Per informazioni: Anna Barra Caracciolo, Irsa-Cnr, tel. 06/8841451 e-mail: barracaracciolo@irsa.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/73_LUG_2008.HTM

 

 

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130 mila tossicodipendenti abbandonati a se stessi

Aumenta il consumo  in generale e il numero dei decessi, sale a 35 anni l’età media delle vittime e dei dipendenti in trattamento presso Sert e comunità. Ma moltissimi non ricevono alcuna cura. Sono alcuni dati emersi dalla ‘Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze’ per l'anno 2007, basata su indagini dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr

 

Complessivamente, nel 2007, circa 130 mila tossicodipendenti bisognosi di cura – su 320 mila utilizzatori problematici di droghe, in gran parte eroina e cocaina - non hanno ricevuto invece alcun tipo di assistenza, né presso i Servizi pubblici per le tossicodipendenze né presso le comunità di recupero. E’ uno dei dati più allarmanti emersi dall’indagine condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) per la ‘Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze’ per l’anno 2007. Insieme con quelli sull’incremento nei consumi da parte della popolazione generale e della sempre maggior età delle vittime e dei soggetti in trattamento, tutti indici di una evidente ‘cronicizzazione’ del problema.

“Si stima che nel 2007 i consumatori di sostanze psicoattive illegali con bisogno di cura siano stati poco meno di 320.000, di cui circa 205.000 consumatori di eroina e circa 154.000 di cocaina”, osserva Sabrina Molinaro, dell’Ifc di Pisa, responsabile dell’indagine, “con un leggero decremento dei primi e un lieve incremento dei secondi”.

Nel 2007 – sempre secondo i dati del Ministero della Salute, analizzati dall’Ifc-Cnr - hanno ricevuto un trattamento presso i SerT 171.771 persone, 16.433 delle quali sono state inviate presso strutture socio riabilitative. Il numero complessivo dei soggetti assistiti nelle comunità terapeutiche nello stesso periodo, è stata però di 18.357 persone. La quota restante, circa 130.000 persone, pur bisognosa di trattamento non è stata in carico presso alcun tipo di servizio o struttura nel corso del 2007.

Si conferma la preponderanza tra gli utenti in carico ai SerT di coloro che fanno uso di eroina ed altri oppiacei, il 74% dell'utenza complessiva presenta tale tipologia di sostanze come primaria, mentre seguono la cocaina (16% degli utenti), la cannabis (l'8%) e le amfetamine o gli allucinogeni (1%). Il 56% assume la sostanza primaria per via iniettiva e il 47% è policonsumatore.

Quasi un terzo degli utenti è disoccupato e l’8% è senza fissa dimora; tali proporzioni risultano nettamente più elevate tra gli stranieri. Il 64% dei soggetti riceve trattamenti farmacologici integrati con interventi di carattere psicosociale e/o riabilitativo e il 36% esclusivamente trattamenti psicosociali e/o riabilitativi. Per quanto attiene alle patologie infettive correlate alla droga, nel 2007 sono risultati positivi il 12% dei soggetti sottoposti ai test sierologici per HIV (il 40% degli utenti dei servizi).

L’età media dei soggetti in trattamento attivo nel 2007 è di circa 35 anni, esattamente la stessa delle vittime, che sono in aumento. Nel 2007, con 589 decessi, si registra infatti un incremento del 6% rispetto all’anno precedente e anche l’età media delle vittime è aumentata dai 33 anni del 2001 ai 35 del 2007. La quota di decessi attribuibili all’eroina è stabile al 40%, mentre quella riconducibile alla cocaina è cresciuta dal 2,3% del 2001 al 6,1% del 2007.

Contemporaneamente si osserva un leggero decremento dei consumi fra gli studenti (fra i 15 ed i 19 anni, soprattutto tra i 15enni). Il 51% degli studenti ritiene però “facile o piuttosto facile” reperire in breve tempo una qualsiasi sostanza psicoattiva illegale. È la discoteca il luogo maggiormente indicato dove reperire le sostanze (il 30% riferisce di potervi comprare cannabis, poco meno del 25% cocaina, il 15% eroina), a seguire la casa dello spacciatore e la strada. Anche la scuola viene indicata dagli studenti come luogo di possibile approvvigionamento e spaccio: il 26,4% riferisce di potervi trovare facilmente la cannabis, il 12% l’eroina, il 5,7% per gli stimolanti e il 4% per gli allucinogeni. Tale percezione di accessibilità scende, si fa per dire, al 31,3% degli italiani prendendo in esame il campione fra i 15 ed i 64 anni.

Relativamente al consumo di cocaina il 2007 sembrerebbe stabile dopo un trend pluriennale di aumento: 8 persone su 1000  l’hanno assunta negli ultimi 30 giorni, una su 1000 ne fa un uso frequente. Aumenta però la diffusione dell’uso di cannabis, sia come consumo “occasionale” (14,6% di italiani ne fanno uso una o più volte nell’anno), sia per i consumi più frequenti (una o più volte nel mese, fino all’uso quotidiano che interessa l’1,4% degli italiani tra i 15 ed i 64 anni). Le donne tendono di più all’uso sporadico.

Eppure, nonostante il trend di aumento generale, dalle ricerche epidemiologiche eseguite dall’Ifc-Cnr emerge che la popolazione è consapevole dei rischi per la salute correlati ai consumi di sostanze psicoattive e con una forte opinione negativa sul loro uso, che l’84,6% disapprova e l’89,8% percepisce come rischioso. Anche per la cannabis, il 70% degli intervistati esprime preoccupazione e l’80% ne biasima il consumo.

I costi sociali legati al consumo di sostanze psicoattive illegali per l’anno 2007 è stimato in circa 10.353.000.000 di euro, dei quali circa 1.862.000.000 di euro, con un incremento prossimo al 7% rispetto all’anno precedente, relativi all’utilizzo di risorse di tipo socio-sanitario.

Roma, 30 giugno 2008

 

La scheda

Che cosa: indagine condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) per la ‘Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze’, per l’anno 2007

Per informazioni: Sabrina Molinaro, Unità Epidemiologica e Biostatistica, Istituto di Fisiologia Clinica (Ifc) del Cnr, Pisa, tel. 050/315.20.93

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Giugno/72_GIU_2008.HTM

 

 

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La ceramica si fa le ossa

I resti umani e animali del sito neolitico di Sammardenchia, in provincia di Udine, degradati dall’acqua e dal tempo si sono combinati con la ceramica di uso domestico. Ne è venuto fuori un prodotto ad altissima resistenza, ai danni delle ‘povere’ ossa. A scoprire il meccanismo alcuni ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche

Dove sono finite le ossa del sito neolitico di Sammardenchia in Friuli? Disgregate dal tempo e dall’acqua sono state assorbite dalla ceramica gettata dopo l’uso. A questa  risposta sono arrivati gli esperti dell’Istituto di scienza e tecnologia dei materiali ceramici (Istec) del Consiglio nazionale delle ricerche di Faenza dopo aver attentamente analizzato i reperti in terracotta.

Il sito di Sammardenchia, nel comune di Pozzuolo del Friuli, è tra le aree archeologiche più antiche in Italia, risale al 6.000 a.C., e tra le più vaste, con una continuità d’uso di circa un millennio. Tale caratteristica lasciava presumere la presenza di un notevole quantitativo di resti umani e animali domestici. Ma via via che gli scavi procedevano, allo sguardo indagatore degli studiosi balzavano due stranezze: l’estrema povertà di resti di ossa, cosa impensabile per un sito così intensamente e lungamente vissuto, e la anomala concentrazione di fosforo nelle ceramiche sepolte.

“Normalmente le ossa, costituite da fosfato di calcio vengono degradate dall’acqua che dissolve questi elementi disperdendoli nel terreno”, spiega Bruno Fabbri dell’Istec-Cnr di Faenza. “Il fosforo, inoltre, è un elemento praticamente assente nella composizione della ceramica, limitandosi a tenori dell’ordine dello 0,2% di P2O5. Ma nelle ceramiche di Sammardenchia abbiamo riscontrato una quantità talmente elevata di fosforo, fino al 10% di P2O5, da lasciarci perplessi. A questa anomalia faceva riscontro la scarsa presenza di resti di ossa, cosa insolita per un luogo così lungamente frequentato”.

Dalle analisi è apparso chiaro che le ossa sono state lentamente, ma inesorabilmente degradate fino alla loro pressoché totale scomparsa e che il fosforo così messo in circolazione si è poi depositato nei micropori dei frammenti ceramici circostanti.

“Tutte le ceramiche, infatti, sono caratterizzate da una fitta rete di piccolissimi pori, di dimensioni dell’ordine di un millesimo di millimetro, il cui riempimento ha dato origine a una struttura più compatta, dotata di maggiore resistenza meccanica”, aggiunge Fabbri.

Questo fenomeno chimico ha reso la ceramica più resistente ai danni delle ‘povere’ ossa.

Inoltre, è stato riscontrato che le maestranze sapevano modulare gli impasti a seconda della destinazione del manufatto, introducendo nell’argilla grossi cristalli di calcite, dell’ordine di un millimetro, per rendere il vasellame più resistente agli sbalzi termici. La calcite si è poi disciolta ad opera del tempo e dell’acqua, al pari delle ossa, lasciando un impasto con macroscopici buchi, lo stesso che i produttori di oggi ottengono volutamente nei laterizi per migliorare le loro caratteristiche di isolamento termico e acustico. Tali reperti testimoniano che la creatività della natura non è certo inferiore a quella dell’uomo, che proprio dalla natura potrebbe spesso trarre ispirazione.

Roma, 27 giugno 2008

La scheda:

Che cosa: studio sulle ceramiche di Sammardenchia (Udine)

Chi: Istituto di scienza e tecnologia dei materiali ceramici (Istec) del Cnr di Faenza

Informazioni: Bruno Fabbri, Istec-Cnr, tel. 0546/699778,  e mail: fabbri@istec.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Giugno/71_GIU_2008.HTM

 

 

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Dall’espansione dell’informazione genetica una delle ragioni della complessità umana

Il numero dei geni umani è relativamente basso, solo circa 25.000, invece dei 100.000 ipotizzati fino ad una decina di anni fa. Un lavoro svolto da Gianfranco Di Segni, Serena Gastaldi e Glauco Tocchini-Valentini, dell’Istituto di Biologia Cellulare del Cnr, contribuisce a spiegare la grande complessità dei mammiferi e, in particolare, dell’uomo attraverso il meccanismo dell’espansione dell’informazione genetica.

 

Recentemente pubblicato dalla rivista Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences), il lavoro dei ricercatori dell’Istituto di biologia cellulare (Icb) del Cnr sull’espansione dell’informazione genetica aiuta a spiegare una delle maggiori sorprese che si sono avute con la decifrazione della sequenza del Dna umano, ossia la scoperta che il numero totale dei nostri geni è estremamente basso. “Solo 25.000 rispetto ai 100.000 ipotizzati”, spiega Gianfranco Di Segni dell’Ibc-Cnr, uno degli autori dello studio, “numero sorprendente soprattutto se si pensa che i geni nella Drosophila, il moscerino della frutta, sono circa 15.000, e quelli dei vermi mediamente 20.000”.

Da dove deriva allora la complessità dei mammiferi in generale e dell’uomo in particolare?

“I geni presenti nel Dna dei cromosomi umani”, spiega Glauco Tocchini-Valentini, responsabile del gruppo di lavoro, “sono copiati da macchine enzimatiche localizzate nelle cellule, che producono delle molecole di Rna corrispondenti alle sequenze del Dna. Queste copie di Rna subiscono poi alcuni processi di modifica prima di essere utilizzate come istruzioni nella produzione delle sequenze di amminoacidi che compongono le proteine. Tra le modificazioni a cui le molecole di Rna sono sottoposte, la più importante è la rimozione di tratti interni ad esse, chiamati ‘introni’, e la successiva giunzione delle sequenze esterne agli introni, detti ‘esoni’. Tale processo di ‘taglia e cuci’ (splicing, in inglese) è essenzialmente analogo all’operazione di montaggio di un film, che prevede l’eliminazione di scene e l’unione di tratti differenti di pellicola. Normalmente, i differenti esoni che vengono congiunti nel processo di splicing sono presenti sulla stessa molecola di Rna”, continua Tocchini-Valentini, “ma il nostro lavoro dimostra che le cellule sono in grado di congiungere esoni lontani fra di loro e addirittura localizzati su molecole di Rna diverse, come se si unissero spezzoni di pellicole di film differenti. Un’importante implicazione di questo risultato è che la cellula può formare nuove e inaspettate proteine, derivanti dalla fusione di domini di proteine diverse. Il meccanismo di funzionamento può essere paragonato a ciò che accade decomprimendo un file archiviato in un computer: una subroutine, ossia un’unità logica di un programma, contenente una piccola ma fondamentale molecola chiamata tRna (Rna transfer), possiede le istruzioni necessarie a assemblare e fondere assieme parti di due catene di Rna distinte tra loro, ottenendo così nuove sequenze in grado di produrre particolari tipi di proteine, non ricavabili dalle istruzioni iniziali”.

“Le informazioni presenti nel Dna vengono quindi espanse durante i diversi meccanismi di espressione genetica e le varie sequenze geniche possono congiungersi con altre sequenze, anche lontane, per produrre nuove molecole funzionali. Il concetto di espansione dell’informazione”, conclude Tocchini-Valentini, “è stato già formulato, in passato, dal filosofo tedesco Leibniz ed è uno dei fattori che aiuta a comprendere la ragione della straordinaria complessità umana”.

 

Roma, 25 giugno 2008

 

La scheda

Che cosa: studi sull’espansione dell’informazione genetica

Chi: Gianfranco Di Segni, Serena Gastaldi e Glauco P. Tocchini-Valentini, Istituto di Biologia Cellulare, CNR, Monterotondo (Roma)

Per informazioni: Glauco Tocchini-Valentini, tel. 06/900.912.07-8

e-mail gtocchini@ibc.cnr.it  biocell@ibc.cnr.it

Referenze: Cis- and trans-splicing of mRNAs mediated by tRNA sequences in eukaryotic cells, Proceedings of the National Academy of Sciences – Usa (PNAS), May 13, 2008, 105: 6864-6869. 

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Giugno/70_GIU_2008.HTM

 

 

 

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La posidonia, una risorsa per la campagna

I residui di questa pianta marina depositati sulle spiagge  possono essere utilizzati per fertilizzare i campi o per le colture senza terreno, anziché gettati nelle discariche.Un progetto in tal senso, promosso, tra gli altri, dall’Istituto di scienze delle produzioni alimentari (Ispa) del Consiglio nazionale delle ricerche,  viene presentato nell’ambito della fiera  “Mediterre” a Bari fino all’11 maggio.

Con l’arrivo della bella stagione, i comuni costieri si apprestano a pulire la battigia, rimuovendo i residui di Posidonia oceanica (L.), pianta che svolge un ruolo importante nell’ecosistema marino. Ma tali resti, depositati dalle onde durante l’inverno, causa tra l’altro di odori fastidiosi dovuti ai processi putrefattivi, potrebbero diventare una fonte di reddito. Un progetto di ricerca, sperimentato a Mola, propone infatti il recupero di questo materiale organico come fertilizzante per le campagne o per le coltivazioni senza terreno.  Nei laboratori di ricerca dell’Istituto di scienze delle produzioni alimentari (Ispa) del Consiglio nazionale delle ricerche, piante di basilico, rucola e pomodori ciliegino affondano già le radici nella posidonia spiaggiata al naturale o compostata.

L’iniziativa realizzata dall’ Ispa del Cnr e dalla Provincia di Bari – Laboratorio di biologia marina, con la collaborazione del Dipartimento di scienze delle produzioni vegetali (Dspv) e il Dipartimento di biologia e chimica agro-forestale e ambientale (Dibca) dell’Università di Bari, viene presentata nell’ambito di “Mediterre”, Fiera dei Parchi del Mediterraneo, giunta ormai alla quinta edizione, che si terrà presso la Fiera del Levante, da oggi fino all’11 maggio.

“Il problema dello smaltimento della posidonia”, spiega Angelo Parente dell’Ispa-Cnr, “assume dimensioni ragguardevoli se si pensa che nel solo comune di Manfredonia (Foggia), dati del 2008 quantificano in 10.000 m3 la posidonia spiaggiata, su un litorale lungo appena il 6 % di quello dell’intera Puglia. La situazione è analoga in altri comuni della costa, tant’è che stime di massima individuano in circa 150.000 m3 le quantità di residui depositata annualmente lungo gli 850 km di litorale regionale. Attualmente la posidonia viene raccolta e depositata in discarica, data l’impossibilità di utilizzarla per il compostaggio. Il  D.L. 217 del 29 aprile 2006 decreta, infatti,  il divieto dell’utilizzazione di ‘alghe e altre piante marine’ per la costituzione di ammendanti, ossia di prodotti idonei ad aumentare la sostanza organica nel terreno”. Si spreca così una risorsa pregevole, con un aggravio dei costi di gestione dei rifiuti da parte dei comuni. E qui interviene il progetto .

“Manipolata opportunamente, la posidonia potrebbe trovare collocazione nel ciclo produttivo come substrato di coltivazione nell’ortoflorovivaismo o come pacciamante per ostacolare la crescita di erbe infestanti; può essere inoltre utilizzata anche come succedaneo, totale o parziale, dei substrati nelle coltivazioni senza suolo” continua Parente. Per arrivare a questo risultato sono necessari una serie di passaggi, quali: la caratterizzazione chimico fisica, la riduzione del contenuto salino, il miglioramento delle proprietà intrinseche del materiale. “Si procede quindi al compostaggio dei rifiuti spiaggiati e dopo novanta giorni, in seguito al processo di degradazione e di perdita di sali, il materiale acquista le caratteristiche per diventare substrato di coltivazione”.

Nello stand saranno presenti anche l’Istituto tecnologico dell’Epiro e la Prefettura di Cefalonia, partner greci del progetto. I visitatori potranno osservare le diverse parti della pianta di posidonia spiaggiata, sia in foto che dal vero, e  i piccoli sistemi di coltivazione con diverse specie di piante, sia orticole che ornamentali, utilizzando questi ‘rifiuti’ del mare, in assenza di terreno.

Roma, 7 maggio 2008

La scheda

Che cosa: progetto di ricerca “La Posidonia oceanica (L.):protezione, ripopolazione di praterie e utilizzazione dei residui in agricoltura

Dove: Bari a Mediterre”, Fiera dei Parchi del Mediterraneo, Fiera del Levante

Quando: 7-11 maggio

Chi: Istituto di scienze delle produzioni alimentari (Ispa) del Consiglio nazionale delle ricerche e la Provincia di Bari – Laboratorio di biologia marina,  con la collaborazione del Dipartimento di scienze delle produzioni vegetali (Dspv) e il Dipartimento di biologia e chimica agro-forestale e ambientale (Dibca) dell’Università di Bari.

Info: dr. Angelo Parente, Istituto di scienze delle produzioni alimentari (Ispa) del Cnr, Bari, 
tel. tel. 080.5929309 – 4732974,  e mail: angelo.parente@ispa.cnr.it
tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Maggio/46_MAG_2008.HTM 

 

 

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Territorio e insediamenti in Europa e nel Mediterraneo
E’ l’argomento di un progetto del Consiglio nazionale delle ricerche che vede coinvolti numerosi 
casi di studio. Verrà presentato a Roma, nei giorni 29 e 30 maggio

L’incontro di studio nasce dall’esigenza di un confronto scientifico fra tutti i ricercatori che costituiscono il Progetto “Il territorio e gli insediamenti in Europa e nel Mediterraneo” del Cnr, con lo scopo di favorire nuove collaborazioni fra gli stessi e raggiungere obiettivi comuni. L’evento, inoltre, vuole fare il punto sui risultati ottenuti secondo una linea ben definita, che vede coinvolti una serie di casi di studio sul territorio e gli insediamenti di eccellenza scientifica nel bacino del Mediterraneo, inteso non solo come un’unità geografica ma anche geo-storica e geo-politica.

I temi affrontati abbracciano un arco cronologico lunghissimo. Si va dalle civiltà dell’Egeo preclassico a quelle anatoliche del III-I millennio a.C., dal Mediterraneo fenicio alle metodologie innovative d’indagine e di rilevamento nei siti archeologici, per arrivare alla nascita e diffusione degli ordini religioso-cavallereschi.

Il progetto di ricerca è uno dei sei avviati dal Cnr, insieme con l’istituzione Dipartimento Patrimonio Culturale, per raccogliere gli studi provenienti da diversi Istituti dell’Ente che costituiscono lo stesso Dipartimento o che ad esso afferiscono.

Roma, 24 aprile 2008

Informazioni

dr.ssa Antonella Pellettieri, responsabile del Progetto:Il territorio e gli insediamenti in Europa e nel Mediterraneo”, e mail: a.pellettieri@ibam.cnr.it

 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/44_APR_2008.HTM

 

 

 

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Sequenziato il Dna del batterio killer

Il genoma dell’acinetobacter baumannii è stato sequenziato dai ricercatori dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Cnr di Milano in collaborazione i colleghi del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità e con quelli del Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre. Resistente agli antibiotici, il batterio è causa di 4.500-7.000 vittime ogni anno

Gli antibiotici sono i farmaci con la massima efficacia terapeutica a disposizione della medicina. Tuttavia il loro uso costante e talvolta indiscriminato ha prodotto alcune specie di microrganismi patogeni resistenti che non vengono debellati dal trattamento con antibiotici convenzionali. Tra questi, l’acinetobacter baumannii ha rapidamente conquistato il triste primato di ‘killer’ nelle Unità di terapia intensiva.

Michele Iacono, Raoul Bonnal e  Roberta Bordoni del Gruppo di sequenziamento ultramassivo guidato da Gianluca De Bellis dell’Istituto di Tecnologie Biomediche (Itb) del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano (in collaborazione con il gruppo di Alessandra Carattoli e Antonio Cassone del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità e con il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre) hanno determinato l’intera sequenza del genoma del ceppo di Acinetobacter baumanii ACICU, il batterio  che ha provocato numerose epidemie ed elevata mortalità in ospedali italiani ed europei e che è resistente alla terapia con diverse classi di farmaci antimicrobici. Si stima che, solo in Italia,  le infezione contratte nelle strutture sanitarie siano la causa principale o accessoria di morte per 4.500-7.000 persone ogni anno.

“Il sequenziamento del genoma”, sottolinea il coordinatore della ricerca, “è fondamentale per la messa  a punto di metodi più efficaci di controllo e identificazione di questo pericoloso agente infettivo, consentendone una diagnosi rapida e soprattutto un approccio terapeutico mirato e quindi efficace”. I segreti del genoma di questo organismo,  grande quasi 4 milioni di basi, sono ora accessibili anche attraverso un sito Web (www.itb.cnr.it/genome-project) che il gruppo del Cnr ha reso pubblicamente disponibile e che permette di esplorare quelle caratteristiche genetiche che conferiscono a questo batterio una così ampia resistenza agli antibiotici, nonché specifici aspetti della sua patogenicità e adattamento ambientale.

“La determinazione di tale sequenza”, precisa De Bellis, “è stata resa possibile grazie all’utilizzo di un sequenziatore di DNA di nuova generazione e di recente  potenziato ulteriormente, rendendolo in grado di generare la sequenza di 100 milioni di basi di DNA in poche ore, con una riduzione di oltre cento  volte dei costi e dei tempi necessari rispetto alla tecnologia tradizionale  che il gruppo del Cnr sta utilizzando in numerosi contesti diversi”. Grazie a questa tecnologia, l’Itb-Cnr sta cercando anche di identificare nuovi antibiotici, sequenziando il genoma di microrganismi produttori, affrontando il fenomeno delle antibioticoresistenze sul fronte della scienza sia di base sia applicata.

I risultati dello studio, reso possibile da un importante finanziamento ottenuto dal Cnr nell’ambito dei progetti FIRB “grandi laboratori” sono in corso di pubblicazione  su Antimicrobial Agents and Chemotherapy, una prestigiosa rivista dell’American Society of Microbiology.

La problematica è anche descritta in un filmato realizzato dal reparto di cinematografia scientifica del CNR e disponibile sul sito http://www.rcs.mi.cnr.it/genetica.html "nuove tecniche di analisi genica", (la news può essere diffusa in streaming e tv con citazione della fonte: Cnr Reparto di cinematografia scientifica - Ibba Milano).

Roma, 21 aprile 2008

La scheda

Chi: Istituto di tecnologie biomediche-Cnr di Milano, Dipartimento di malattie infettive-Iss e Dipartimento di biologia dell’Università di Roma Tre

Che cosa: sequenziamento del batterio lacinetobacter baumannii

Per informazioni: Gianluca de Bellis, Itb-Cnr tel. 02/26422-702

Referenze

Michele Iacono, Laura Villa, Daniela Fortini, Roberta Bordoni, Francesco Imperi, Raoul J.P. Bonnal, Thomas Sicheritz-Ponten4, Gianluca De Bellis, Paolo Visca, Antonio Cassone, and Alessandra Carattoli. Whole genome pyrosequencing of an epidemic multidrug resistant Acinetobacter baumannii of the European clone II. Antimicrobial Agents and Chemotherapy

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/43_APR_2008.HTM

 

 

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