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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito.  Il sito del CNR  ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html

 

COMUNICATI:

Progressi nella conoscenza della sindrome di Cornelia de Lange

Boro: un elemento dalla doppia personalità

Gli scienziati comunicano perché è ‘necessario’

Le scelte ragionate dei cebi dai cornetti

Scoperti coralli bianchi nell’Adriatico

Dicembre 2008 non particolarmente freddo

NGF ed elettroagopuntura: un connubio vincente

Torre Amundsen-Nobile: contributo italiano alla ricerca sul Polo Nord

Armi naturali contro il colesterolo

2008: anno caldissimo, autunno caldo (e piovoso)

 

Progressi nella conoscenza della sindrome di Cornelia de Lange

 

I ricercatori dell’Istituto di Tecnologie biomediche del Cnr  hanno identificato il  meccanismo molecolare  alla base della rara malattia genetica. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Human Molecular Genetics

 

Si arricchisce la conoscenza di una rara malattia genetica, la sindrome di Cornelia de Lange. Un gruppo di lavoro, coordinato da Antonio Musio, ricercatore presso l’Istituto di Tecnologie Biomediche (Itb) del Cnr di Pisa, ha identificato il meccanismo molecolare che sta alla base della malattia, portando nuove informazioni sui processi biologici.

La sindrome di Cornelia de Lange prende il nome dalla pediatra olandese che nel 1933 descrisse per la prima volta alcuni bambini che ne erano affetti, ed è una sindrome malformativa, che si esprime in un insieme di sintomi tra cui predominano alterazione della simmetria facciale, ritardo mentale e anomalie alle dita delle mani. La frequenza di questa patologia è di circa un caso su 10.000 nati e la sua base è genetica, cioè dovuta ad un’alterazione del DNA presente nei malati fin dalla nascita.

Negli ultimi tre anni, i ricercatori dell’Itb-Cnr hanno già identificato due geni, chiamati SMC1A ed SMC3, le cui mutazioni causano la malattia. 

“Questi geni”, spiega Antonio Muzio, “dirigono la sintesi di proteine che fanno parte di un complesso molecolare denominato coesina, la quale tiene unite le catene del DNA garantendone la riproduzione fedele. Come esattamente un loro difetto possa causare gli specifici sintomi della Cornelia de Lange non è purtroppo ancora del tutto noto”.

Questa carenza viene oggi in parte colmata dallo studio svolto dai ricercatori dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR e pubblicato sul numero di febbraio della rivista Human Molecular Genetics.

“La sperimentazione ha dimostrato”, spiega ancora Antonio Musio, “che le proteine SMC1A ed SMC3 mutate si associano al DNA con maggiore forza rispetto a quelle normali e questo può interferire con i normali processi cellulari in cui è coinvolto il DNA, come la trascrizione genica. I nostri sforzi ora sono puntati ad identificare i geni  deregolati in seguito alle mutazioni di  SMC1A ed SMC3”.

 

Roma, 2 febbraio 2009

 

La scheda

Che cosa: identificato il meccanismo alla base della sindrome di Cornelia de Lange – studio pubblicato sulla rivista Human Molecular Genetics.

Chi: Istituto di tecnologie biomediche del Cnr, sez. di Pisa

Per informazioni: Antonio Musio, tel. 050.3152776

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2009/Febbraio/2_FEB_2009.HTM

 

 

Boro: un elemento dalla doppia personalità

 

Grazie ad una ricerca internazionale, che ha visto la partecipazione del Cnr, è stato scoperto il primo caso in cui un elemento chimico si auto-combina formando un sale. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature

 

Un nuovo studio, firmato Stati Uniti, Italia e Francia, apre uno spiraglio su quello che è sicuramente il più complicato tra gli elementi della Tavola Periodica. Il boro, infatti, ne è il primo elemento solido e non metallico in condizioni normali, con proprietà molto particolari come bassa volatilità, alto punto di fusione (2450 C), più forte dell'acciaio, più duro del corindone e più leggero dell'alluminio. Ed è il solo elemento per cui il cosidetto ‘diagramma di fase’ sia rimasto sostanzialmente ignoto sino ad oggi, a ben duecento anni dalla sua scoperta.

“Il nostro studio ha trovato una fase del tutto nuova del boro, a dir poco sorprendente per un elemento chimico, facendo luce su una parte fondamentale del suo diagramma di fase, ovvero sulle strutture che questo assume a seconda della temperatura e della pressione, scoprendo che ha caratteristiche ioniche”, spiega Carlo Gatti, ricercatore dell’Istituto di scienze e tecnologie molecolari (Istm) del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano e co-autore dell’articolo pubblicato su Nature. La ricerca inizia nel 2004 quando nei laboratori americani e francesi viene sintetizzata una nuova forma del boro ad alte temperature e a pressioni sopra le 100.000 atmosfere. “La struttura non poteva essere risolta con i soli dati sperimentali”, prosegue Gatti. “Abbiamo quindi predisposto un nuovo metodo teorico, basato su algoritmi che simulano l'evoluzione naturale per arrivare a definire le strutture cristalline più stabili: generando centinaia di strutture cristalline di prova, il computer ne valutava il contenuto energetico, scegliendo le più adatte per l'accoppiamento e per le mutazioni più favorevoli, fino ad arrivare alla struttura più stabile”. Ma il gruppo di ricercatori si è accorto ben presto che questa nuova struttura presentava chiari indizi di trasferimento di carica fra i suoi atomi componenti. E a provare in modo inconfutabile la ‘doppia personalità’ del boro è stato proprio Carlo Gatti, noto per i suoi sofisticati e brillanti studi di legame chimico e proprietà in sistemi non convenzionali. “Combinando calcoli quantomeccanici di struttura a bande con un'analisi topologica della densità elettronica”, sostiene Gatti, “abbiamo avuto conferma della parziale ionicità della nuova fase, individuando i motivi che portano al trasferimento di carica e razionalizzando i rapporti tra ionicità e proprietà della nuova fase”.

Ma come può un elemento diventare ionico? “I libri di chimica classica ci dicono chiaramente che il trasferimento di carica avviene solo quando gli atomi hanno una diversa elettronegatività, il che escluderebbe a priori che gli elementi puri possano presentare una fase ionica”, prosegue il ricercatore Cnr. “Ma il boro trova una soluzione sorprendente a questo problema: la sua nuova struttura contiene due diversi tipi di aggregati che, a loro volta, presentano una struttura elettronica significativamente diversa”.

Gli elementi ionici non sono solo una curiosità, ma hanno proprietà interessanti e potenzialmente importanti, conclude Gatti. E dimostrare che si possa, tramite pressione, variare in modo così significativo delle proprietà, passare da una struttura non ionica ad una struttura ionica come è il sale da cucina e come è questa nuova fase del boro, può aprire nuovi modi di pensare ed avere sicuramente delle ricadute dal punto di vista applicativo, specie nel campo delle nanotecnologie”.

 

Roma, 28 gennaio 2009


La scheda:
Chi:
Istituto di scienze e tecnologie molecolari (Istm) del Cnr di Milano

Che cosa: scoperto il primo caso di cristallo ionico costituito da un solo elemento chimico

Per informazioni: Carlo Gatti, Istituto di scienze e tecnologie molecolari del Cnr, Milano, tel. 02/50314277, e mail: c.gatti@istm.cnr.it

Referenze: Artem R. Oganov, Jiuhua Chen, Carlo Gatti, Yanzhang Ma, Yanming Ma, Colin W. Glass, Zhenxian Liu, Tony Yu, Oleksandr O. Kurakevych & Vladimir L. Solozhenko, Ionic high-pressure form of elemental boron, Nature (2009)

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2009/Gennaio/7_GEN_2009.HTM

 

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Gli scienziati comunicano perché è ‘necessario’

 

Due indagini condotte sulla rete scientifica del Cnr attestano che i ricercatori considerano la comunicazione utile soprattutto per far conoscere il proprio lavoro a imprese, amministrazioni e politici. E che trovano più facile parlare con i cittadini che con i  mass media. I risultati sono stati presentati a Milano

 

Gli scienziati comunicano, soprattutto per trasferire i risultati delle proprie ricerche al mondo produttivo e per dialogare con gli studenti. Si rivolgono Coinvolgono direttamente il pubblico di rado, e soprattutto nei settori di maggiore attenzione sociale, come ambiente e salute. E’ quanto emerge dai dati di un’indagine condotta dal gruppo di ricerca “Comunicazione della scienza ed Educazione” del Consiglio Nazionale delle Ricerche all’interno della rete scientifica dell’Ente. I ricercatori ritengono che sia più utile comunicare con mondo produttivo, amministratori e politici, anche se questi ultimi sono coloro con cui è più difficile avere un dialogo. Infine, si sentono più compresi dal pubblico generico che dai mass media.

I risultati dell’indagine, condotta da Alba L’Astorina dell'Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell'Ambiente (Irea-Cnr), sono stati presentati nel corso della giornata “Ricercare e comunicare: teorie e buone pratiche negli enti di ricerca”, che si è svolta nell’Area di ricerca Milano1 del Cnr. A fare da “osservatorio” stati gli stessi istituti del Cnr, ai quali tra il 2007 e il 2008 sono state poste domande relative alle modalità e agli obiettivi delle loro attività di comunicazione. Ha risposto il 60,5% degli istituti.

La maggior parte della comunicazione attivata (il 57%) è finalizzata alla diffusione dei risultati e alla divulgazione dei contenuti delle attività scientifiche, il 21% a stabilire contatti con il mondo produttivo tramite il trasferimento tecnologico, il 15% è diretta alla scuola. In minima parte (5%) la comunicazione è invece mirata alla partecipazione diretta del “pubblico”, limitatamente ai settori di maggiore attenzione sociale (ambiente e salute).

Il livello di consapevolezza dell’importanza della comunicazione è senz’altro alto. La maggior parte dei ricercatori intervistati la ritiene “necessaria” (oltre il 25%); molti la ritengono “utile” (20% circa) o “doverosa”, qualcuno ritiene sia “interessante”. Pochissimi la considerano “facoltativa” e nessuno “una perdita di tempo”.

I primi soggetti con cui  gli scienziati ritengono sia utile comunicare sono il mondo produttivo e gli amministratori , entrambi indicati da circa un terzo del campione, seguiti da insegnanti, studenti e mass media. I politici sono i referenti con i quali risulta più difficile stabilire un dialogo; mentre i ricercatori si sentono maggiormente compresi dal pubblico “generico” (con cui è più “facile” parlare).

Un’altra indagine dello stesso gruppo di ricerca dell’Irea-Cnr si concentra invece sulla definizione di comunicazione della scienza data da coloro che, negli istituti di ricerca, se ne occupano o vorrebbero farlo. I fattori considerati più importanti sono: comunicare soluzioni scientifiche e tecnologiche di rilevanza nella vita di tutti i giorni (49%), trasferire conoscenze attendibili (47%) e aprire un dialogo con le diverse parti sociali (36%).

I dati indicano anche gli ostacoli incontrati nella comunicazione: il 48% dei ricercatori trova difficile esprimersi in modo chiaro e semplice, mentre il 44% accusa gli operatori dei media di imprecisione; meno sentita la percezione che il pubblico dei cittadini non sia preparato a recepire i temi scientifici (31%). Questo conferma che per i ricercatori è più facile comunicare con il cittadino “medio” che con i professionisti dell’informazione.

Le ricerche sono state presentate nell’ambito di una tavola rotonda su questi temi alla quale sono intervenuti addetti ed esperti di alcuni enti di ricerca italiani e stranieri (Tommaso Maccaro presidente dell’Inaf, Angela Pereira del JRC, Federico Neresini dell’Università di Padova, Chiara Pesenti del Politecnico di Milano e Giovanni Caprara, del Corriere della Sera).

Roma, 27 gennaio 2009

 

La scheda

Che cosa: presentazione dei risultati dell’indagine Irea-Cnr “Ricercare e comunicare: teorie e buone pratiche negli enti di ricerca”, martedì 27 gennaio 2009; Cnr Area di Ricerca Milano1, via Bassini 15 Milano

Chi: Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente (Irea-Cnr), Milano

Per informazioni: Alba L’Astorina, Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente (Irea-Cnr), Milano, tel. 02/23699281, e mail: lastorina.a@irea.cnr.it;

Loredana Cerbara, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps-Cnr) tel 06/49932862, e mail: loredana.cerbara@irpps.cnr.it;

Adriana Valente, coordinatrice del gruppo “Comunicazione della scienza ed Educazione” Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps-Cnr) tel 06/49932815, e mail: adriana.valente@irpps.cnr.it

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2009/Gennaio/5_GEN_2009.HTM

 

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Le scelte ragionate dei cebi dai cornetti

 

Tra due sassi, simili per forma e dimensioni, queste scimmie non hanno dubbi e per rompere le noci scelgono quello più pesante, dimostrando una capacità di selezione molto simile a quella dell'uomo. E' il risultato di un esperimento dell’Istc-Cnr, ora pubblicato su Current Biology

 

La capacità di selezionare lo strumento adatto a risolvere un certo compito è considerata una fondamentale acquisizione nel corso dell’evoluzione umana. Ma uno studio condotto in Brasile, nella regione del Piauí, dai ricercatori dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione (Istc) del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma, ha dimostrato che i cebi, scimmie distanti dall’uomo 35 milioni di anni, sono in grado di scegliere il ‘martello’ più appropriato per rompere una noce. "In questo nuovo studio", spiega Elisabetta Visalberghi, dirigente di ricerca dell’Istc-Cnr, che ha partecipato all’esperimento, "ogni scimmia doveva scegliere, tra due o tre sassi diversi, quale prendere e trasportare alla più vicina incudine, per rompere una noce troppo dura da aprire altrimenti".

Inizialmente, i sassi proposti ai cebi erano loro familiari, simili a quelli già incontrati e usati molte volte nella loro vita. E difatti i cebi non sembravano aver dubbi: trasportavano i sassi resistenti e non quelli fragili, quelli grandi e pesanti e non quelli più piccoli e leggeri che certamente si sarebbero frantumati in mille pezzi nell’urto con la noce. “Che in queste situazioni, i cebi fossero in grado di cavarsela ce lo aspettavamo”, sostiene la Visalberghi, “ma ciò che è fantastico è che le nostre scimmie siano state capaci di scegliere il sasso ‘giusto’ anche quando abbiamo cambiato le carte in tavola e reso il problema ambiguo o addirittura contro-intuitivo”.

Per complicare il problema i ricercatori hanno costruito in laboratorio sassi in resina che hanno poi riempito con materiale più o meno pesante. I cebi, così, si sono trovati di fronte due sassi identici ma di peso differente e solo quello pesante avrebbe potuto rompere la noce. Ma guardando i due sassi, stessa forma e stesso colore, non era possibile sapere quale fosse quello ‘giusto’: il peso non si vede! “Eppure i cebi, già nelle primissime prove, hanno scelto il sasso giusto in base alla caratteristica funzionale critica (il peso) anche quando i due sassi erano identici per dimensione”, prosegue la primatologa. “I cebi talvolta toccavano per primo il sasso pesante (che prendevano e trasportavano subito all’incudine) ed altre volte quello leggero. La cosa interessante è che quando toccavano per primo il sasso leggero lo scartavano immediatamente e subito andavano ad esplorare l’altro sasso, che poi sceglievano per rompere la noce”.

In un’ulteriore condizione il sasso piccolo era pesante e quello grande leggero, una situazione contro-intuitiva, dato che in generale le dimensioni degli oggetti sono predittive del peso. Ma i cebi, superata la sorpresa iniziale, hanno capito immediatamente quale era il sasso giusto per l’uso che dovevano farne. “Ciò significa che queste scimmie sanno che un sasso per funzionare deve essere pesante e che la dimensione di per sé non è una caratteristica che ne garantisce la funzionalità”, dice Visalberghi. “E capire che tra dimensione e peso è quest’ultimo la caratteristica rilevante per un ‘martello’, non può essere frutto dell’esperienza fatta, visto che in natura peso e dimensioni tendono ad essere correlati”.

I ricercatori hanno potuto inoltre osservare un’innovazione comportamentale dei cebi, sviluppata nel corso dell’esperimento. “Di fronte ai nostri sassi artificiali", spiega Elsa Addessi, ricercatrice dell’Istc-Cnr che ha collaborato alla ricerca, "i cebi hanno co-optato – diciamo riciclato – un comportamento che tipicamente usano per capire se una noce contiene il frutto e che consiste nel colpire delicatamente con la punta delle dita la superficie e ascoltare se ‘suona’ piena o vuota. Anche un sasso produce suoni diversi a seconda della densità e quindi del peso. Così facendo, i cebi capivano se il sasso era ‘pesante’ senza neanche doverlo sollevare”.

"Già altre ricerche sull’uso di strumenti avevano indicato che gli scimpanzé, la specie dal punto di vista evolutivo più vicina all’uomo, ed anche alcune specie di uccelli, come i corvi della Nuova Caledonia, sembrano scegliere lo strumento che possiede caratteristiche funzionali", conclude Visalberghi. "Tuttavia, da nessuno di questi studi risulta chiaro se gli animali comprendano le caratteristiche necessarie allo strumento per essere funzionale, così come da noi dimostrato con i cebi".

Roma, 16 gennaio 2009

 

Per i giornalisti sono disponibili immagini ad alta risoluzione, filmati e il testo della pubblicazione scientifica.

La scheda:
Chi:
Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr di Roma

Che cosa: cebi brasiliani, dimostrazione della loro capacità di selezionare gli oggetti in base a materiale e peso

Per informazioni: Elisabetta Visalberghi, Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr, Roma, tel. 06/3221252, cell. 347/7452246, e mail: elisabetta.visalberghi@istc.cnr.it,

Elsa Addessi, Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr, Roma, tel. 06/49936419, cell. 340/4688173, e mail: elsa.addessi@istc.cnr.it.

Referenze: Visalberghi, E., Addessi, E., Truppa, V., Spagnoletti, N., Ottoni, E.B., Izar, P., and Fragaszy, D.M.  Selection of effective stone tools by wild bearded capuchin monkeys (Cebus libidinosus). Current Biology (2009)

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2009/Gennaio/3_gen_2009.htm

 

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Scoperti coralli bianchi nell’Adriatico

 

Missione oceanografica dell’Ismar-Cnr rivela inattesi esemplari a basse profondità, possibili testimoni di una fase di riscaldamento globale

 

La campagna oceanografica ARCO (AdRiatic COrals), condotta dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna a bordo della nave oceanografica Urania, ha scoperto nell’Adriatico importanti vestigia dell’ultima età glaciale: si presentano dunque nuovi scenari sulla ricostruzione della storia naturale di questo mare, delle sue risorse e delle conseguenze delle variazioni climatiche sugli ambienti marini.

La scoperta più importante riguarda estese scogliere coralline a coralli bianchi (Lophelia e Madrepora) situate a meno di 200 metri di profondità al largo di Pescara, nella zona della depressione medio-adriatica, scomparsi probabilmente a seguito dell’innalzamento della temperatura in epoca post-glaciale.

“I coralli bianchi rappresentano uno dei più importanti ecosistemi batiali, cioè delle profondità marine, e generalmente vivono, nell’Atlantico e nel Mediterraneo, a profondità superiori ai 350-400 metri”, spiega Marco Taviani, ricercatore dell’Ismar-Cnr e responsabile della missione. “La comunità scientifica internazionale rivolge grande attenzione a questi ecosistemi così peculiari, punti focali di biodiversità negli abissi e che, secondo alcuni, potrebbero essere minacciati dalla progressiva acidificazione degli oceani. Grazie a programmi di ricerca nazionali ed europei, tra i quali Hermes (e a partire da quest’anno anche il nuovo progetto Hermione dell’UE), importanti scogliere a corallo bianco sono state rintracciate anche in acque italiane, nello Ionio, nel Canale di Sicilia e nell’Adriatico meridionale, ma sempre a profondità ragguardevoli”.

La campagna ARCO era mirata a rintracciare, mediante un Rov (Remote operating vehicle), possibili scogliere coralline di Dendrophyllia cornigera (corallo giallo) che erano state segnalate dai pescatori e tipiche di profondità fra gli 80 e i 200 metri, dunque compatibili con la batimetria dell’area medio-adriatica.

Le registrazioni mediante il Side Scan Sonar dell’Urania hanno però sorprendentemente rivelato che le scogliere, contro ogni aspettativa, non erano rappresentate dal corallo giallo (presente in minima parte) ma al contrario da corallo bianco, soprattutto colonie arborescenti di Lophelia prolifera e Madrepora oculata, di cui esisteva qualche sporadica segnalazione soprattutto in acque croate. La presenza di vere e proprie scogliere nella zona del medio Adriatico è dunque giunta del tutto inattesa.

“Il corallo bianco rinvenuto è rappresentato da esemplari di notevoli dimensioni e spessore, perfettamente conservati ma non viventi, coperti da un sottilissimo velo di fango”, continua Taviani, “Fino all’elaborazione dei dati possiamo solo ipotizzare le cause della morte dei coralli. E’ probabile che questo tipo di scogliere prosperassero nel medio Adriatico alla fine dell’ultima età glaciale, circa 11-12000 anni fa, quando il livello marino era più basso, e che un repentino infangamento li abbia soffocati. A tutt’oggi, solo nei fiordi della Norvegia si rinvengono scogliere a Lophelia a modesta profondità. Probabilmente la fase pluviale che seguì quella glaciale portò ad un aumento della portata di sedimento da parte dei fiumi appenninici, causando la torbidità delle acque e coprendo di sedimento i rilievi colonizzati dai coralli. In sostanza, questi ecosistemi corallini avrebbero risentito indirettamente di una fase passata di riscaldamento globale, ma bisognerà attendere le datazioni radiometriche per confermare o meno l’ipotesi”.

La scoperta, di prioritaria importanza nella comprensione di alcuni tra i più complessi ecosistemi di profondità e sui fattori climatici che ne regolano l’esistenza, è stata possibile grazie ad un team d’eccezione composto da una ventina fra ricercatori, tecnici e studenti (quasi tutti giovani ‘precari’) afferenti a Cnr, Ispra, università italiane (Bari, Bologna, Milano) e straniere (Marsiglia, Plymouth, Zagabria) e Robomar, affiancati dall’equipaggio della nave oceanografica Urania.

Roma, 12 gennaio 2009

 

E’ possibile visualizzare immagini ad alta risoluzione su questo articolo

ROV(1)   ROV(2)   Carotiere   Coralli_bianchi   Staff della campagna oceanografica ARCO   Coralli_bianchi   Sonda_idrologica

 

La scheda:

Che cosa: scoperte estese scogliere coralline a coralli bianchi nel mar Adriatico

Chi: Istituto di scienze marine del Cnr di Bologna (Ismar-Cnr).

Informazioni: Marco Taviani, Istituto di scienze marine del Cnr, Bologna, tel. 051/6398874, e mail: marco.taviani@bo.ismar.cnr.it

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2009/Gennaio/2_gen_2009.htm

 

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Dicembre 2008 non particolarmente freddo

È il 58° tra i più caldi degli ultimi due secoli, ma il sesto per piovosità.

Lo attesta la banca dati dell’Isac-Cnr

 

Il freddo polare che ha investito l’Europa insieme ai dati che attestano la riduzione della velocità dell’arretramento oppure la ricostituzione di alcuni ghiacciai, stanno diffondendo in questi giorni la tesi di una inversione di tendenza rispetto al ‘global warming’ sostenuto dalla maggior parte degli studiosi e dei media. Ma i dati rilevati dall’unica banca dati italiana che consideri in modo omologo le tendenze di temperatura e piovosità degli ultimi due secoli inducono a maggior prudenza.

Climatologicamente parlando, il mese di dicembre 2008 si colloca infatti al 58° posto nella classifica delle temperature degli ultimi 208 anni: è, cioè, il 58° dicembre più caldo dal 1800 ad oggi. Il valore proviene dalla classifica dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (Isac-Cnr).

“Il dicembre appena trascorso non è stato, dunque, particolarmente freddo”, spiega Teresa Nanni dell’Isac-Cnr, “infatti se considerassimo le temperature medie di ogni mese di dicembre dal 1980 ad oggi, troveremmo che dodici valori degli ultimi 28 anni sono inferiori a quelli del dicembre 2008”. La ricercatrice si riferisce precisamente agli anni 2007, 2005, 2001, 1999, 1998, 1991, 1990,1988, 1986, 1983, 1981, 1980.

Teresa Nanni spiega che bisogna fare una netta distinzione fra i dati di fluttuazione e quelli di tendenza: “Quando si parla di clima è necessario concentrarsi su una scala di tempo di interesse e, di volta in volta, considerare i fenomeni che hanno variazioni tipiche su scale di tempo più lunghe come costanti e quelli che hanno variazioni su scale più brevi come rapide fluttuazioni casuali del sistema. In particolare, la temperatura di un solo mese è una fluttuazione statistica che non può cambiare il valore di una tendenza”.

Per quanto riguarda le precipitazioni, invece, dicembre 2008 mostra effettivamente carattere di eccezionalità nell’arco dei due secoli. “L’ultimo mese dell’anno scorso, con una precipitazione totale pari a oltre il doppio della media climatologica di riferimento, si colloca al sesto posto nella classifica delle precipitazioni dei mesi di dicembre negli ultimi 208 anni ” osserva Michele Brunetti, ricercatore dell’Isac-Cnr. “Per avere un dicembre altrettanto piovoso, bisogna risalire al 1872, a parte il 1959 che ha una situazione molto simile al 2008. Il dicembre più piovoso dal 1800 ad oggi è stato quello del 1825”.

Roma, 7 gennaio 2009

 

La scheda:

Che cosa: dicembre 2008 è il 58° tra i più caldi degli ultimi due secoli, ma il sesto per piovosità

Chi: Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (Isac-Cnr).

Informazioni: Teresa Nanni, Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr di Bologna (Isac-Cnr), tel. 051.6399624, e mail: t.nanni@isac.cnr.it; Michele Brunetti, Isac-Cnr, Bologna, tel. 051.6399623, e mail: m.brunetti@isac.cnr.it

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2009/Gennaio/1_gen_2009.htm

 

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NGF ed elettroagopuntura: un connubio vincente

 

Il Nerve Growth Factor, (fattore di crescita nervoso) somministrato per combattere l’Alzheimer, le ulcere epidermiche e corneali, può provocare dolore nel paziente. Un team, composto anche da ricercatori del Cnr, ha pubblicato uno studio sulle proprietà dell’elettroagopuntura per eliminare l’iperalgesia da NGF

 

La scoperta del Nerve Growth Factor – NGF, fattore di crescita nervoso ad opera del premio Nobel Rita Levi Montalcini, ha aperto la strada alla cura di molte malattie del sistema nervoso centrale e periferico. Dal 1998 Luigi Aloe, dell’Istituto di neurobiologia e medicina molecolare (Inmm) del Consiglio nazionale delle ricerche in collaborazione con Alessandro Lambiase, del Campus Biomedico, dell’Università di Tor Vergata, Roma e con altri clinici italiani e stranieri, si occupa dello studio delle potenzialità cliniche del NGF, sperimentando una modalità di utilizzazione topica di questa molecola per la cura di ulcere epidermiche e corneali. Dagli studi è stato però osservato che la somministrazione di tale molecola può provocare effetti iperalgesici nel paziente, inficiando il buon esito delle terapie.

Un rimedio per eliminare il dolore consiste nell’utilizzo dell’elettroagopuntura, una metodologia di origini orientali e antichissime che si pone come efficace alternativa ai farmaci analgesici. Il dato è stato dimostrato in uno studio pubblicato recentemente sulla rivista internazionale di neuroscienze, Neuroscience Letters, da Aloe e da Luigi Manni dell’Inmm-Cnr, che ha un’esperienza di lavoro pluriennale, condotta in diversi Istituti di ricerca svedesi, sui meccanismi biologici e molecolari della medicina tradizionale cinese. Tale novità dovrebbe rappresentare un ulteriore stimolo per la produzione su scala industriale di NGF ricombinante umano e per l’avvio alla fase clinica.

I due ricercatori del Cnr sottolineano l’importanza del risultato raggiunto anche per l’acquisizione di una maggiore conoscenza dei meccanismi biochimici e molecolari della medicina tradizionale cinese, terapie da un po’ di tempo largamente praticate in occidente, Italia inclusa. “Attualmente l’utilizzo della molecola”, spiega Aloe, “è condizionata anche dalla produzione su scala industriale di NGF ricombinante umano, che si spera di raggiungere tra qualche anno”.

Le attività di ricerca sono state finanziate dal Cnr. Il contributo del dr. Manni è stato finanziato dal Fondo per la Ricerca Scientifica della Finanziaria Laziale di Sviluppo –FILAS.

Roma, 17 dicembre 2008

 

Scheda:

Che cosa: Individuata la possibilità di ridurre e/o eliminare l’effetto iperalgesico della molecola NGF che ne facilita l’utilizzo clinico.

Chi: Istituto di neurobiologia e medicina molecolare (Inmm) del Cnr, in collaborazione con Alessandro Lambiase, del Campus Biomedico, Università Tor Vergata, Roma, e altri clinici italiani e stranieri.

 

Per informazioni: Luigi Aloe, Istituto di Neurobiologia e Medicina Molecolare Cnr, 06/501703240 e-mail: luigi.aloe@inmm.cnr.it.

Luigi Manni, Istituto di Neurobiologia e Medicina Molecolare Cnr, e-mail: luigi.manni@inmm.cnr.it;

Referenze: Aloe L., Manni L. Low-frequency electro-acupuncture reduces the nociceptive response and the pain mediator enhancement induced by nerve growth factor. Neurosci Lett. 449:173-7 2009

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Dicembre/126_dic_2008.htm

 

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Torre Amundsen-Nobile: contributo italiano alla ricerca sul Polo Nord

 

Presentata presso il CNR la Climate Change Tower: l’installazione consentirà di implementare i dati tecnici e scientifici sulle variazioni climatiche nell’Artico, dove il riscaldamento rilevato è doppio rispetto alla media e l’estensione dei ghiacci è prossima al minimo storico

 

Oggi a Roma, presso l’Aula Marconi del CNR, si è tenuto il convegno L’Italia del Polo Nord, una nuova prospettiva di ricerca in Artico, organizzato dal Dipartimento Terra e Ambiente al Consiglio Nazionale delle Ricerche (DTA-CNR). L’evento ha visto la presenza dei sottosegretari del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, On. Giuseppe Pizza, del Ministero Affari Esteri, On. Enzo Scotti, del Ministero per l’Ambiente, On. Roberto Menia, e dell’On. Ermete Realacci della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati.

Durante il convegno è stata presentata una nuova installazione italiana, la torre per studi climatologici denominata “Amundsen-Nobile Climate Change Tower (CCT)”, che verrà eretta presso Kolhaugen, a circa 2 chilometri da Ny-Alesund. La CCT s’inserisce fra le attività di Polarnet, il Network Polare del CNR, e costituisce un significativo contributo all’Anno Polare Internazionale. Alta 30 metri, realizzata interamente in alluminio, sarà operativa da giugno 2009 e consentirà di svolgere ricerche scientifiche sui processi fisico-chimici che caratterizzano lo strato di atmosfera a contatto con il suolo e la neve (interfaccia) e quello immediatamente superiore (strato limite e bassa troposfera), aree fondamentali per il bilancio di energia del pianeta.

“A distanza di oltre dieci anni dall’inaugurazione della stazione di ricerca di Ny-Ǻlesund nell’arcipelago delle Svalbard”, afferma il presidente del CNR, prof. Luciano Maiani, “e dall’avvio del Progetto Strategico del CNR nell’Artico, in cooperazione con università ed altri enti di ricerca, possiamo affermare che la decisione di assumere quest’impegno è stata vincente e ha offerto al nostro Paese un’opportunità che va ben oltre la presenza scientifica, rendendolo partecipe di un processo economico e politico internazionale che considera sempre di più questa regione strategica per gli equilibri del Pianeta”.

 “L'Artico è la regione ove le conseguenze dei cambiamenti climatici in atto sono maggiormente sensibili”, conferma Giuseppe Cavarretta, direttore del DTA-CNR. “Basti pensare che, mentre su scala globale negli ultimi 20 anni si è avuto un aumento medio di 0,57° C, in Artico si è valutato un incremento di 1,1° C, cioè due volte tanto. Già questa osservazione è sufficiente a qualificare l'Artico come un early warning system, cioè un sistema di allarme precoce di cambiamenti a scala globale”.

Ma il riscaldamento non è il solo aspetto rilevante. “Infatti, lo scioglimento del permafrost, cioè quella porzione superficiale di suolo oggi perennemente ghiacciato”, continua Cavarretta, “può accelerare in misura notevole il riscaldamento globale causato dai gas serra in conseguenza del rilascio del metano trattenuto nel materiale organico ghiacciato, che produce un effetto serra molto più potente di quello della CO2”.

Altro elemento di preoccupazione deriva dal monitoraggio dei ghiacci polari artici: “L'estensione della banchisa artica nel 2008 ha raggiunto il suo minimo il 12 settembre, con un’estensione di 4.52 milioni di chilometri quadrati”, spiega Vito Vitale dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR di Bologna e coordinatore scientifico del progetto CC-Tower. “Il minimo del 2008 rappresenta la seconda minore estensione mai registrata a partire dal 1979, anno in cui iniziano le osservazioni sistematiche dal satellite, ed è solo di poco più grande del minimo assoluto raggiunto nel 2007 con 4.3 milioni di chilometri quadrati. Considerando che la media 1979-2007 è di 6.7 milioni di chilometri quadrati, è evidente il trend di riduzione della banchisa artica durante l'estate”.

L'estensione non è, comunque, l'unico parametro da osservare, in quanto sono anche importanti sia la distribuzione spaziale della banchisa, sia l'età del ghiaccio. “Tutti questi parametri insieme indicano che la banchisa continua ad assottigliare il suo spessore e a presentare sempre maggiore presenza di ghiacci più recenti e soggetti a scioglimento”, prosegue il ricercatore dell’ISAC-CNR.

È stato stimato che dagli attuali 20-30 giorni all’anno di apertura dell'Artico per la navigazione si potrà passare a 3-6 mesi annui nel 2080. Alcune previsioni indicano che fin dal 2040 il ghiaccio artico potrebbe iniziare a mancare del tutto per brevi periodi. Tali esercizi teorici presentano però un margine di incertezza troppo ampio: le variazioni non sono univoche e vi possono essere oscillazioni molto forti da un anno all'altro per quanto riguarda l’estensione dei ghiacci. “Dobbiamo imparare molto di più su tutti i complessi processi che caratterizzano il sistema per essere in grado di poterli riprodurre nei modelli climatici in modo realistico e aumentare l’affidabilità di queste previsioni”, conclude Vitale.

Da questo punto di vista, la CC-Tower, data anche la sua altezza di 30 metri, si presta bene per l’analisi delle interazioni fra superficie e atmosfera, fondamentali nel mantenimento dell’equilibrio del sistema. L’importanza della Torre Amundsen-Nobile per la rilevazione predittiva delle variazioni dei ghiacci artici e per la loro possibile scomparsa deriva dalla necessità di abbinare alle reti di stazioni distribuite spazialmente siti dove concentrare molte misure.

Roberto Azzolini, coordinatore di Polarnet, spiega che il progetto CC-Tower, “si propone di realizzare un’attività di ricerca ad ampio spettro: dai profili verticali dei principali parametri meteorologici come pressione, temperatura e umidità, ai flussi di calore, fino al bilancio di energia alla superficie, passando per la misura della riflettività di neve, ghiaccio, roccia, vegetazione e per lo studio della copertura nuvolosa e delle caratteristiche di aerosol e gas superficiali”. Lo scopo di queste attività, coordinate dal CNR in collaborazione con varie Università italiane, è studiare il rapporto fra l’energia alla superficie e quella atmosferica per monitorarne l’equilibrio, prevenire il ‘riscaldamento globale’ e mitigarne gli effetti.A causa dei cambiamenti climatici, dovuti alla combinazione di cause naturali e di attività dell’uomo, molte delle specie esistenti potrebbero estinguersi nell’arco dei prossimi 50 anni, avverte Guido di Prisco dell’Istituto di Biochimica delle Proteine del CNR. “Questa allarmante conclusione richiama strategie urgenti tese da un lato a ridurre l’accelerazione del riscaldamento dovuta a fattori antropici, e dall’altro a studiare l’impatto che i cambiamenti stanno avendo sugli adattamenti degli organismi marini artici, anche in paragone con quelli antartici”.

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Dicembre/125_dic_2008.htm

Roma, 10 dicembre 2008

 

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Armi naturali contro il colesterolo

 

Fitosteroli, riso rosso fermentato, policosanoli e tè verde riducono

il colesterolo. Lo dimostra uno studio Cnr pubblicato su Nutrition, Metabolism & Cardiovascular Diseases

 

Il colesterolo può essere combattuto con rimedi naturali: steroli vegetali (o fitosteroli), riso rosso fermentato, policosanoli e tè verde ‘insieme’ possono contribuire, inseriti in una dieta equilibrata, a ridurre i livelli di colesterolo, rappresentando una valida alternativa all’impiego delle statine. Da tempo si sa che queste sostanze sono in grado di abbassare il colesterolo, ma la novità sta nella loro associazione. Lo dimostra uno studio condotto da ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche, i cui risultati sono stati pubblicati su  Nutrition, Metabolism & Cardiovascular Diseases  e presentati al recente Congresso della Società Italiana per lo Studio dell’Arteriosclerosi da Roberto Volpe, del Servizio prevenzione e  protezione del Cnr di Roma.

“Un mini-drink costituito da latte arricchito in 2 g di fitosteroli dopo cena  e prima di coricarsi un nutraceutico, una capsula composta fondamentalmente da riso rosso fermentato, policosanoli e tè verde”, spiega Roberto Volpe, “rappresentano la terapia ideale proprio nei casi in cui è possibile non ricorrere ai farmaci”.

Il primo trattamento delle ipercolesterolemie consiste in una dieta ipolipidica (a basso contenuto di grassi). “Quando la dieta non risulta sufficiente”, spiega Roberto Volpe, “in quei pazienti considerati ad alto rischio cardiovascolare, che hanno oltre il 20% di probabilità di incorrere in un infarto o in un ictus nei prossimi 10 anni, in quanto già infartuati o diabetici o con ipercolesterolemia familiare severa, è necessario ricorrere alle statine, farmaci capaci di ridurre l’incidenza di tali eventi di oltre il 30%”. Comunque, per ottenere tale beneficio clinico, la terapia deve essere fatta  tutta la vita, per cui negli adulti  ipercolesterolemici a rischio cardiovascolare moderato, è preferibile, come suggeriscono le Linee Guida nazionali e internazionali,  prendere in considerazione un trattamento non farmacologico. A tal proposito, i dati emersi dallo studio CHECK (Cholesterol and Health: Education, Control and Knowledge) del prof. Andrea Poli di Milano, indicano che oltre il 50% della popolazione italiana che presenta livelli alterati di colesterolo rientra nell’area del trattamento non farmacologico.

I fitosteroli (contenuti soprattutto in oli, cereali e frutta) e il tè verde agiscono riducendo l’assorbimento intestinale del colesterolo, il riso rosso fermentato (contenente mevinolina, una statina naturale al dosaggio di soli 3 mg) e i policosanoli (estratti dalla canna da zucchero) agiscono inibendo la sintesi epatica del colesterolo. Lo studio è stato condotto su  20 pazienti adulti a rischio cardiovascolare moderato che, nonostante fossero già in trattamento con fitosteroli o nutraceutico utilizzati in monoterapia, presentavano valori di colesterolemia ancora elevati (colesterolo totale medio basale di 254 mg/dL e colesterolo LDL medio basale di 184  mg/dL) e  ha dimostrato la validità dall’azione sinergica dei vari componenti. “La loro associazione, infatti, ha comportato una significativa riduzione sia del colesterolo totale (che ha raggiunto i 219 mg/dL) sia del colesterolo LDL (che ha raggiunto i 152 mg/dL), valori considerati desiderabili nei pazienti a rischio moderato”, conclude Volpe.

Pertanto, in soggetti selezionati, l’associazione fitosteroli con riso rosso fermentato, policosanoli e tè verde può rappresentare una valida alternativa all’impiego delle statine, permettendo di raggiungere valori di colesterolemia indicati dalle Linee Guida e, conseguentemente, una riduzione del rischio cardiovascolare.

Roma,  4 dicembre 2008

 

La scheda

Chi: Servizio prevenzione e protezione del Cnr, Roma

Che cosa:  steroli vegetali (o fitosteroli), riso rosso fermentato, policosanoli e tè verde contro il colesterolo - studio pubblicato su  Nutrition, Metabolism & Cardiovascular Diseases 2008 -  Volpe R, Gavita R, Grassi MC, Rossetti A: Two better than one: plant sterols plus red yeast rice to achieve superior efficacy in patients with moderate hypercholesterolemi

 

 Per informazioni: Roberto Volpe, Servizio di prevenzione e protezione del Cnr, tel. 06.49937630, e-mail: roberto.volpe@cnr.it

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Dicembre/122_dic_2008.htm

 

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2008: anno caldissimo, autunno caldo (e piovoso)

La banca dati dell’Isac-Cnr posiziona l’anno ormai al termine al settimo posto per le temperature più alte degli ultimi 208 anni (+1,02°C). Il record rimane al 2003. Il mese di novembre eccezionale per le precipitazioni (+65%)

 

Con il mese di novembre si chiude, dal punto di vista meteorologico, il 2008, che si posiziona al settimo posto nella classifica italiana degli anni più caldi dal 1800 ad oggi, gestita dall’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (Isac-Cnr). Rispetto alla media delle temperature del periodo 1961-1990, preso per convenzione come riferimento, il 2008 ha fatto registrare nel complesso uno scostamento di +1 °C. L’anno più caldo degli ultimi due secoli resta dunque il ‘memorabile’ 2003, che ha segnato un’anomalia di 1.56 °C sopra la media del periodo di riferimento; l’anno più freddo in assoluto resta sempre il 1816 (-2.27 °C).

“Il 2008 ha avuto solo due mesi con temperature inferiori alla media, temperature stagionali sempre sopra la media e si è concluso con un autunno di +0.6 °C sopra la media del 1961-1990”, spiega Teresa Nanni dell’Isac-Cnr. La stagione appena conclusa (meteorologicamente l’autunno è compreso tra settembre e novembre) si colloca al 30° posto tra gli autunni più caldi, in una classifica che vede al primo posto il 1926 con un’anomalia di +1.91 °C e all’ultimo il 1835 con -3.65 °C. Le temperature del novembre 2008 lo posizionano invece al 32° posto degli ultimi 208 anni con +0.92 °C.

“Il maltempo di questi giorni rende evidente che l’autunno 2008 non è stato particolarmente secco”, prosegue Michele Brunetti dell’Isac-Cnr, “a causa delle piogge di novembre, del 65% superiori alla media, che pongono il mese appena concluso al 21° posto della classifica, dominata dal 1862 (che fece registrare un + 257%)”. 

L’incremento della piovosità autunnale non ha tuttavia inciso più di tanto sulla media annuale, che anzi è perfettamente in linea con la media del periodo di riferimento 1961-1990.  Il 2008, che  pur vede variazioni stagionali significative, nel complesso si colloca al 120° posto per piovosità, in una classifica guidata dal 1826 (+41% di precipitazioni) e chiusa dal 1945, un anno torrido, nel quale piovve il 30% in meno della media degli ultimi 208 anni.

Per ulteriori dettagli si rimanda al sito http://www.isac.cnr.it/~climstor/climate_news.html.

Roma, 3 dicembre 2008

 

La scheda

Chi: Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima del Cnr (Isac-Cnr) di Bologna

Che cosa: dati climatici anno 2008 relativamente alla banca dati degli ultimi due secoli

Per informazioni: Teresa Nanni, Isac-Cnr, Bologna - tel. 051.6399624; e-mail: t.nanni@isac.cnr.it; Michele Brunetti, Isac-Cnr, Bologna – tel. 051.6399623 e-mail: m.brunetti@isac.cnr.it

pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Dicembre/120_dic_2008.htm

 

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