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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito.  Il sito del CNR  ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html

 

 

COMUNICATI:

Un nuovo gene associato all'obesità

Geostar, il nuovo "tsunamometro" made in Italy

Più pascoli per prevenire gli incendi

Nasce Jazz, il primo gene sintetico contro la distrofia

Mediterraneo del Sud-Est: poveri e inquinati

Melanoma: le molecole indicano la terapia migliore

Roma, un canyon di asfalto e cemento

Incendi nei Parchi nazionali: più di 5000 ettari in fumo

Tecno-dipendenze: ne soffre un adolescente su cinque 

Un nuovo gene associato all’obesità

 

Un gruppo di ricercatori dell’Inn-Cnr ha scoperto un nuovo gene associato all’obesità. Il risultato apre nuove possibilità di intervento per la cura delle malattie determinate dall’obesità

 

Le cause dell’obesità sono molteplici: fattori ambientali, abitudini alimentari e predisposizione genetica. Sebbene quest’ultimo aspetto sia ormai scientificamente comprovato, identificare i geni coinvolti attraverso approcci tradizionali, come la mappatura mediante analisi di linkage, risulta, però, difficile perché si tratta di una malattia multifattoriale e quindi assai complessa. Da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Neurogenetica e Neurofarmacologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Cagliari (Inn-Cnr) arriva la scoperta, pubblicata sulla rivista Plos Genetics, della correlazione esistente tra l’obesità ed un gene, denominato FTO (Fat Mass- And Obesity-Associated).

“I dati sono stati ottenuti mediante l’utilizzo di una tecnica all’avanguardia, chiamata ‘genome-wide association scan’, che consente di analizzare il genoma in maniera globale”, spiega Manuela Uda,  ricercatrice dell’Inn-Cnr. “L’analisi, che ha permesso di identificare alcune varianti geniche associate all’obesità, è stata condotta su un campione di oltre 4000 individui sardi, di età compresa tra i 14 e i 102 anni, provenienti da quattro città della Valle di Lanusei, nella provincia dell’Ogliastra. In particolare, una di queste varianti, cioè una sequenza specifica all’interno del gene FTO, risulta presente con una frequenza molto elevata, pari al 46%, e correlata in maniera altamente significativa all’aumento di tre caratteri tipici dell’obesità, l’indice di massa corporea-BMI (p = 8.6 x 10-7), la circonferenza dei fianchi (p = 3.4 x 10-8) ed il peso corporeo (p= 9.1 x 10-7)”.

“Considerando che il valore ‘p’ esprime l’efficacia della correlazione dal punto di vista statistico e che valori di p inferiori a 0,01 sono già significativi, si deduce quanto sia stringente la relazione tra la presenza della variante genica di FTO e i tre caratteri esaminati”, prosegue la ricercatrice. “Una ulteriore conferma della associazione tra FTO e obesità è data da una analisi condotta su campioni della popolazione nordamericana, di origine sia europea che ispanica, in cui la variante genica di FTO è presente con una frequenza media pari al 38% e l’associazione tra la variante genica di FTO e i tratti di BMI, circonferenza dei fianchi e peso, già molto significativa (valori di p inferiori a 0,001) lo è comunque molto meno di quella rilevata dalla ricerca nell’Ogliastra. Il risultato è, dunque, estendibile anche ad altre popolazioni, ma conferma l’importanza di quella sarda per gli studi di genetica”.

A sottolineare quanto il sovrappeso e l'obesità siano responsabili di una serie di gravi patologie che comportano una ridotta aspettativa di vita ed un notevole aggravio socio-economico, si consideri che “l’obesità rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio per l’insorgenza di malattie croniche come il diabete di tipo 2, l’ipertensione e le patologie cardiovascolari, e che alti valori di BMI possono essere anche causa di mortalità prematura. La nostra scoperta è, dunque, particolarmente importante, considerando anche il potenziale impatto clinico e terapeutico sulle malattie correlate”, conclude Manuela Uda. “L’approccio genetico su larga scala offre il vantaggio di individuare nuove relazioni tra l’obesità e le vie metaboliche, quindi nuovi targets terapeutici. Al momento, la terapia migliore contro l’obesità è infatti considerata la prevenzione”.

Stime recenti rivelano che negli ultimi dieci anni l’obesità in Italia è aumentata del 50%,  soprattutto nei soggetti in età pediatrica e nelle classi socio-economiche più basse. Le spese socio-sanitarie relative nel nostro Paese sono stimate in circa 23 miliardi di euro annui. La maggior parte dei costi (più del 60 per cento) è dovuta all'incremento della spesa farmaceutica e ai ricoveri ospedalieri.

 

Roma, 30 agosto 2007

 

Chi: Istituto di neurogenetica e neurofarmacologia, del Consiglio nazionale delle ricerche (Inn-Cnr) di Cagliari

Che cosa: scoperta di un nuovo gene associato all’obesità; studio pubblicato su Plos Genetics

Informazioni: Manuela Uda, Istituto di Neurogenetica e Neurofarmacologia, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, tel. 070/6754591, cell. 329/1583933 e-mail:muda@mcweb.unica.it

Ufficio Stampa Cnr: Marco Ferrazzoli, tel. 06.4993.3383, cell. 320.4328820, e-mail: marco.ferrazzoli@cnr.it

notizia tratta da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Agosto/129_AGO_2007.HTM

 

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Geostar, il nuovo ‘tsunamometro’ made in Italy

La stazione di rilevamento installata da ricercatori di  Cnr , Ingv e Inaf ad oltre  3000 metri di profondità nel Golfo di Cadice per il rilevamento preventivo dei maremoti conseguenti a sismi

Fino ad ora, non esistono sistemi di allerta efficaci per prevedere gli tsunami ed evitarne le conseguenze, devastanti soprattutto quando le coste a rischio sono urbanizzate e densamente popolate. Una novità fondamentale arriva da una stazione abissale, “Geostar”, che è stata installata nel Golfo di Cadice, a oltre 3.200 metri di profondità, dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Ismar-Cnr), che coordina il progetto Nearest della Commissione Europea con la partecipazione tra gli altri dell’Istituto nazionale di vulcanologia e geofisica (Ingv).

 “Lo ‘tsunamometro’ si basa su un doppio controllo del segnale sismico e di pressione e tiene conto dei movimenti del fondo del mare: rileva, misura e registra i cambiamenti che avvengono sul fondo ed è in grado di elaborare i dati per riconoscere variazioni di pressione minori di un centimetro nella colonna d’acqua”, spiega Nevio Zitellini, direttore dell’Ismar-Cnr. “Lo studio dell’accoppiamento fra il moto del fondo del mare e la perturbazione della colonna d’acqua da esso generata è infatti una delle chiavi per comprendere l’irrisolto problema scientifico della generazione degli tsunami in seguito a forti terremoti”.

Il posizionamento di Geostar da parte della nave oceanografica Urania del Cnr è avvenuto su una gigantesca struttura geologica, larga circa 50 km e lunga circa 100, che agendo come una sorta di pistone di roccia può trasferire grandi quantità di energia alla colonna d’acqua, generando così un maremoto. Nel Golfo di Cadice sono state individuate le principali strutture sismotettoniche che potrebbero causare un terremoto tsunamigenico: il tratto di costa che si estende al di fuori delle Colonne d’Ercole nel 1755 fu distrutto da una onda di maremoto, generata dal più grande terremoto mai avvenuto in Europa occidentale di cui si ha memoria storica.

L’obiettivo è collocare i sensori direttamente sulla “sorgente” tettonica per monitorarne i movimenti e riconoscere immediatamente l’eventuale generazione di uno tsunami. “Le strutture tettoniche responsabili di tali eventi sono infatti molto vicine alla linea di costa, ponendo a tutto il Mediterraneo il drammatico problema di allertare in tempi brevi la popolazione”, ricorda Zitellini. Nel Golfo di Cadice, il tempo che intercorrerebbe tra la generazione di uno tsunami e il suo impatto sulle coste più vicine in Algarve è di soli 15 minuti. Per inviare l’allerta a terra in tempi brevi, l’osservatorio abissale è in collegamento acustico con una boa di superficie attrezzata e i segnali sono ricevuti, oltre che dai computer di controllo di Roma, Bologna e Venezia, dall’Istituto meteorologico di Lisbona, dal Centro di Geofisica di Granada e dal Consiglio nazionale per la ricerca scientifica di Rabat.

“Le tecniche di monitoraggio finora sviluppate dai paesi più sottoposti al rischio, quali Giappone e Stati Uniti, non sono direttamente applicabili a queste zone e, allo stato attuale delle nostre conoscenze, non siamo in grado di prevedere se dopo un grande terremoto avvenuto in mare si generi o no uno tsunami, come confermato anche dal recente sisma avvenuto al largo del Perù, che nonostante l’elevata magnitudo non ha prodotto tsunami”.

Oltre che di questo ‘tsunamometro’ di nuova concezione, appositamente progettato e costruito per operare in zone di generazione di onde di tsunami e inviare messaggi automatici di allerta, la stazione Geostar è corredata di strumentazione geofisica (sismometro, idrofono, gravimetro) e oceanografica e può ricevere comandi da terra ed essere riprogrammata. “In mare tutto diventa estremamente complicato”, avverte Zitellini. “L’illuminazione a 3.000 metri di profondità è nulla e anche un riflettore molto potente garantisce pochi metri di visibilità. In acqua, poi, non è possibile trasmettere onde radio e i sistemi di posizionamento si devono avvalere di trasmissioni acustiche, esattamente come fanno le balene per comunicare tra loro”. Alla fine della missione l’osservatorio verrà recuperato da ‘Modus’ (MObile Docker for Underwater Sciences), un veicolo appositamente sviluppato dai colleghi tedeschi del Politecnico e dell’Università Tecnica di Berlino.

L’esperimento è un primo passo verso l’installazione di un osservatorio permanente nel golfo di Cadice, nodo della futura rete sottomarina Emso (European Multidisciplinary Seafloor Observatory), che la Comunità Europea intende sviluppare dall’Artico al Mediterraneo, fino al Mar Nero. L’operazione è parte del progetto Nearest (Integrated observations from Near shore Sources of Tsunamis: towards  an early warning system), http://nearest.bo.ismar.cnr.it/, finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma “Global Change and Ecosystems” e coordinato dall’Ismar-Cnr con la partecipazione dell’Ingv e di ricercatori e tecnici di Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Germania e Marocco.

Roma, 29 agosto 2007

La scheda

Chi: Istituto di Scienze Marine, Ismar-Cnr, sezione di Bologna, Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia - Roma

Che cosa: installazione della stazione abissale Geostar  per il rilevamento delle onde tsunami

Dove: Golfo di Cadice, Portogallo

Per informazioni: Nevio Zitellini, direttore dell'Ismar-Cnr, e-mail: rvurania@vodafone.it
R/V Urania Ponte: 337 78 38 61
R/V Urania Laboratorio: 368 21 07 63
Com/te E.Gentile 338 109 48 85
R/V Urania satellitare 0088 216 234 300 71 (TURAI)
R/V Urania satellitare 310 56 77 070 (Globalstar)

La notizia è tratta da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Agosto/128_AGO_2007.HTM

accedendo alla pagina citata è possibile vedere le foto.

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Più pascoli per prevenire gli incendi

Il rilancio della pastorizia può consentire la riduzione delle biomasse che fanno da esca per i roghi estivi. Lo sostiene una ricerca dell’Ispaam-Cnr di Sassari, che promuove un nuovo rapporto con il territorio come strumento di prevenzione

 

Pascoli per creare cinture ‘tagliafuoco’ e riforestare i terreni diminuendo il rischio di incendi. La proposta, che arriva da una ricerca dell’Istituto per il sistema produzione animale in ambiente Mediterraneo (Ispaam) del Consiglio nazionale delle ricerche di Sassari, appare particolarmente interessante in un momento nel quale l’attenzione sul problema dei roghi è ancora molto alta, talvolta attribuendo alla pastorizia un ruolo di ‘imputata’ nel fenomeno anziché quello, che pure può svolgere, di presidio del territorio.

“La genesi e l’evoluzione degli incendi estivi segue un percorso codificato, nei casi tanto di dolo (la quasi totalità) che accidentali” spiega Claudio Porqueddu, ricercatore dell’Ispaam-Cnr. “L’iter che dalla fiammella iniziale porta a fiamme di metri di altezza segue queste tappe: dai residui secchi della vegetazione erbacea, poi agli arbusti, quindi alla parte basale della chioma delle formazioni forestali, fino all’intera chioma e alla sovrachioma. Per ipotizzare un controllo preventivo degli incendi è pertanto necessario seguire questa catena, eliminando o almeno riducendo l’esca costituita da biomasse vegetali erbacee o arbustive come cisto e rovi, le cui biomasse disidratate sono di rapida e facile combustione”.

L’Unità di ricerca di Sassari dell’Ispaam-Cnr ha condotto di recente due interventi silvopastorali sperimentali, in collaborazione con l’Ente Foreste della Sardegna, al fine di valutare tecniche preventive antincendio a bassi input di gestione, in una fascia taglia fuoco ed in un’area di riforestazione. Le ricerche, finanziate dal Mibaf e proseguite nell’ambito del Progetto Pastomed, fanno parte di un programma di studi riguardante le problematiche del pastoralismo nelle regioni mediterranee europee per una modernizzazione dell’attività nel ruolo di gestori del territorio.

“Nella prima esperienza, la sovrasemina di specie ad elevata rapidità di insediamento e a basso indice di infiammabilità, come il Lolium rigidum, una graminacea, e la Medicago polymorpha, una leguminosa, associata con una corretta pressione animale al pascolo mediante pascolamenti stagionali di greggi di pecore, ha garantito la costituzione di fasce inerbite a basso rischio di incendi proprio grazie al controllo della biomassa combustibile ottenuto con le asportazioni degli animali”, spiega Antonello Franca dell’Ispaam-Cnr. “Nel secondo caso, in un’area di riforestazione è stata osservata l’influenza di quattro tipologie di gestione silvopastorale sulla regolazione dell’equilibrio fra la crescita di giovani piante protette di quercia e quella dei più aggressivi arbusti spontanei. Il miglioramento del pascolo (mediante una modesta fertilizzazione fosfo-azotata e la sovrasemina di miscugli di specie da pascolo mediterranee), insieme ad un leggero carico animale al pascolo (circa 3,5 pecore per ettaro per giorno), ha consentito una corretta gestione della vegetazione e la riduzione delle arbustive non pabulari, cioè non consumate dagli animali, in particolare del rovo (-70%) e del cisto (-40%) che sono tra le prime a ricolonizzare le aree bruciate”.

“Il problema degli incendi”, afferma Porqueddu, “è molto complesso in quanto risultato di aspetti socio-culturali, economici ed ambientali e vi è la necessità di agire su più fronti: nel campo dell’educazione, dell’informazione e della prevenzione. Tuttavia la strategia prevalente resta quella della lotta diretta nella stagione estiva, mentre limitatissima risulta la prevenzione che presuppone interventi di gestione del territorio rurale nel lungo periodo. Negli ultimi decenni l’abbandono delle attività agro-pastorali e conseguente riduzione del patrimonio zootecnico in vaste aree del territorio nazionale ha elevato enormemente il quantitativo di residui secchi di biomassa”.

L’Unità dell’Ispaam-Cnr è inoltre impegnata nella messa a punto di tecniche agronomiche per migliorare la sostenibilità delle aziende agro-silvopastorali e potenziarne il ruolo multi-funzionale (Progetto Ue-Peermed). Una delle linee di studio riguarda il monitoraggio e gestione quanti-qualitativa delle produzioni erbacee in ambiti silvo-pastorali per una corretta regimazione dei carichi animali (Progetto Vegetazio). Sono attivi programmi di valorizzazione e moltiplicazione del germoplasma locale al fine di impiegare specie erbacee autoctone per l’inerbimento delle fasce taglia fuoco e per il recupero di aree post-incendio.

Roma, 24 agosto 2007

La scheda:

Chi: Istituto per il sistema produzione animale in ambiente Mediterraneo (Ispaam) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Sassari

Che cosa: nuove tecniche silvopastorali per la prevenzione di incendi boschivi

Per informazioni: Claudio Porqueddu, Ispaam-Cnr, Sassari, tel. 079/229332, cell. 333/2106486, e-mail c.porqueddu@cspm.ss.cnr.it, Antonio Franca, Ispaam-Cnr, Sassari, tel. 079/229332, cell.380/5067846, e-mail a.franca@cspm.ss.cnr.it

Per saperne di più: www.pastomed.org, www.montpellier.inra.fr/permed

la notizia è tratta da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Agosto/127_AGO_2007.HTM

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Nasce Jazz, il primo gene sintetico contro la distrofia

 

Da una ricerca condotta da Istituto di biologia e patologia molecolari e Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Cnr, con il Regina Elena di Roma e la University of Oxford, arriva un gene regolatore costruito in laboratorio che può svolgere un ruolo fondamentale nella distrofia muscolare di Duchenne. Lo studio pubblicato su ‘PLoS ONE’

 

La progettazione e costruzione, in laboratorio, di un gene regolatore-sintetico, in grado di controllare “su richiesta”   l’espressione di un altro gene implicato in una patologia, rappresenta un importante e promettente strumento a disposizione delle biotecnologie, che mirano a creare nuove strategie terapeutiche per malattie genetiche e cancro. In particolare, con un “gene regolatore-sintetico” è possibile controllare l’espressione di geni detti "bersaglio”, coinvolti in diverse patologie, attivandone, attenuandone o spegnendone l’azione.

A questo scopo è stato costruito un gene regolatore-sintetico, denominato “Jazz”, capace di controllare il gene dell’utrofina che può svolgere un ruolo fondamentale nella distrofia muscolare di Duchenne (Dmd), una patologia che porta alla degenerazione del tessuto muscolare in tessuto fibroso e adiposo, provocando la progressiva perdita di forza muscolare e delle abilità motorie. La ricerca è stata portata avanti da un gruppo di lavoro, costituito da ricercatori dell’Istituto di biologia e patologia molecolari (Ibpm) e dell’Istituto di neurobiologia e medicina molecolare (Inmm) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, dell’Istituto Tumori Regina Elena di Roma, e del britannico Medical Research Council Functional Genetics Unit, University of Oxford, e pubblicata sulla rivista ‘PLoS ONE’.

“Jazz, il gene che abbiamo costruito, ha dimensioni estremamente ridotte”, spiega Claudio Passananti dell’Ibpm-Cnr, “ed è un regolatore che, appropriatamente inserito nel Dna di un topo, risulta capace di aumentare in maniera specifica i livelli di espressione (cioè la capacità di attivarsi producendo proteina) del gene bersaglio dell’utrofina nel muscolo scheletrico. L’utrofina rappresenta un ‘target’ molto interessante nell'ambito della terapia genica per la distrofia muscolare di Duchenne, in quanto correlata funzionalmente alla distrofina, la cui mancanza è causa della malattia”.

“Normalmente, nel muscolo l’utrofina è molto espressa alla nascita, ma poi si attenua perché parzialmente sostituita dall’attivazione del gene della distrofina. Nei pazienti con distrofia muscolare il gene dell’utrofina, pur essendo integro, è poco espresso”, spiega ancora Passananti. “Nel nostro studio, grazie al piccolo gene regolatore sintetico Jazz, abbiamo ottenuto un aumento di livelli di utrofina che si è rivelato utile a sostituire le funzioni normalmente espletate dall’enorme gene della distrofina, che si estende per ben 2.5 megabasi di Dna nel cromosoma X”.

E' già stato dimostrato, infatti, che l'utrofina può vicariare la funzione della distrofina, migliorando la condizione di topi ‘mdx’ (affetti dalla distrofia muscolare di Duchenne). ‘Jazz’ è capace di riconoscere specificamente il gene bersaglio dell'utrofina nel tessuto muscolare del topo e di aumentarne quindi i livelli d'espressione. 

I topi che esprimono il gene ‘Jazz’ sono il primo modello transgenico per una proteina sintetica in grado di regolare l’espressione genica.  “In futuro, si può pensare di incrociare questi topi con topi ‘mdx’”, conclude Passananti. “Tali incroci  potranno fornire uno strumento per progetti di terapia genica e sistemi modello, da utilizzare per screening a tappeto di sostanze utilizzabili in farmacologia, al fine di ottenere un aumento dell'espressione dell'utrofina nel trattamento della distrofia muscolare Duchenne”.

 

Roma, 22 agosto 2007

La scheda

Chi: Istituto di biologia e patologia molecolari (Ibpm) e Istituto di neurobiologia e medicina molecolare (Inmm) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, Istituto Tumori Regina Elena di Roma,  Medical Research Council Functional Genetics Unit, University of Oxford

Che cosa: costruito in laboratorio un gene regolatore-sintetico, denominato “Jazz”, capace di controllare il gene dell’utrofina, che può svolgere un ruolo fondamentale nella distrofia muscolare di Duchenne

Dove:  lo studio è pubblicato sulla rivista ‘PLoS ONE’    http://www.plosone.org/doi/pone.0000774

Per informazioni: Claudio Passananti, Ibpm-Cnr, tel. 06 52662573, e-mail: passananti@ifo.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Agosto/126_AGO_2007.HTM


 
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 Mediterraneo del Sud-Est: poveri e inquinati

Il nuovo ‘Rapporto sulle economie del Mediterraneo’ dell’Issm-Cnr rimarca che il divario fra le due sponde continua a crescere. E che i paesi meno ricchi sono anche i più colpiti dal degrado ambientale

 

La fotografia che arriva dal ‘Rapporto 2007 sulle Economie del Mediterraneo’ dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche (Issm-Cnr) di Napoli presenta tra le regioni che si affacciano sulle due sponde diversità sempre più stridenti sul piano delle condizioni economiche e sociali, aggravate da problematiche ambientali legate alle dinamiche demografiche e di sviluppo.

“Sulla riva Nord mediterranea, ad esempio, la perdita di aree boschive si è rallentata notevolmente”, spiega Paolo Malanima, direttore dell’Issm-Cnr, “mentre nelle rive Sud ed Est la crescita della popolazione ha provocato la messa a coltura di nuove terre, con conseguente disboscamento aggravato dall’uso del legname come combustibile”. Nel decennio 1990-2000 la diminuzione media annua delle superfici boschive in Egitto e Israele ha raggiunto punte del 3,3% e del 4,9%, contro lo 0,3% di Italia e Francia, lo 0,2% della Slovenia e lo 0,1% della Croazia”. La tendenza ha fatto sì che le aree forestali siano ormai localizzate per l’80% nel versante europeo del Mediterraneo (le più estese si trovano in Portogallo e in Italia), a fronte di un esiguo 20% nel versante afro-asiatico.

Anche le risorse idriche, secondo l’Issm-Cnr, sono concentrate essenzialmente nella riva settentrionale. L’Arco Latino (Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Malta) e la Conca Adriatica (Albania, Bosnia, Croazia, Serbia e Montenegro, Macedonia, Slovenia) appaiono ricchi di acqua, con disponibilità idrica particolarmente elevata, dai 16 mila ai 22 mila metri cubi annui pro-capite, in Slovenia, Serbia e Croazia. Libia, Giordania, Israele e Gaza presentano, invece, una disponibilità inferiore ai 500 m3 annui che colloca questi paesi nella fascia di forte penuria.

Altra emergenza ambientale mediterranea, la desertificazione. “Nel versante africano e asiatico la distruzione della copertura vegetale, causata dall’eccessivo sfruttamento di pascoli e terre agricole, riduce l’umidità del terreno e alimenta tale fenomeno soprattutto nel Sahel, tra le fasce a nord e a sud del Sahara”, prosegue il direttore dell’Issm-Cnr. “Il processo coinvolge anche il Maghreb: in Marocco, Tunisia e Libia le aree desertiche arrivano al 75% e le restanti zone sono a rischio di desertificazione per l’85%”. Il Rapporto sottolinea però che anche il 60% circa delle zone aride in Grecia, Spagna e Italia corrono tale rischio.

Essere più poveri, insomma, non significa disporre di un ambiente meno inquinato. “Sebbene le emissioni di biossido di carbonio (CO2) nell’atmosfera provengano essenzialmente dall’Europa Mediterranea (Italia in testa con l’1,8% delle emissioni mondiali, seguita da Francia e Spagna con l’1,5% e l’1,2%, contro lo 0,9% di Turchia e lo 0,6% dell’Egitto), i loro effetti negativi interessano aree ben più ampie, inclusi i paesi che meno hanno contribuito a generarle”, dice Eugenia Ferragina dell’Issm-Cnr. “Inoltre le emissioni di origine industriale sono proporzionalmente più forti nella riva Sud (in Egitto industria e edilizia contribuiscono al 30,6% delle emissioni totali, in Francia solo al 21,6%) dove maggiore è l’incidenza dell’industria pesante, chimica petrolchimica, di raffinerie e siderurgia e dove manca una normativa ambientale adeguata”.

La carenza di reti idriche e fognarie, poi, provoca nella riva Sud l’inquinamento dei corsi d’acqua superficiali e delle falde, con gravi conseguenze sul piano igienico-sanitario. Così come la diffusione dell’agricoltura intensiva e l’aumento delle superfici irrigue (passate negli ultimi 40 anni nell’area mediterranea da 11 milioni a 20 milioni di ettari, di cui 12 milioni nella riva Sud), hanno fatto registrare pesanti ricadute sempre sulle falde acquifere, ad opera di fertilizzanti e pesticidi. “Mentre in Francia e Italia l’impiego di fertilizzanti per ettaro ha subito un calo tra il 1981 ed il 2000”, prosegue la ricercatrice, “nello stesso periodo in quasi tutti i paesi della sponda meridionale si è registrato un incremento, particolarmente elevato in Giordania (da 404 a 882 grammi per ettaro)”.

“In questo contesto, caratterizzato da profondi divari anche nelle capacità di affrontare i rischi ambientali tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo”, conclude Malanima, “è importante sperimentare nuove forme di cooperazione che permettano il trasferimento di tecnologia e conoscenze scientifiche per una più intensa integrazione fra le due sponde dell’Unione Europea”.

 

Per i giornalisti è disponibile copia della pubblicazione

Roma, 21 agosto 2007

 

La scheda

Chi: Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Cnr di Napoli.

Che cosa: pubblicazione ‘Rapporto sulle economie del Mediterraneo’,  edizione 2007, Il Mulino

Per informazioni: Paolo Malanima, Istituto di studi sulle società del Mediterraneo (Issm) del Cnr, Napoli, tel. 081/6134086, e mail: malanima@issm.cnr.it; Eugenia Ferragina, Istituto di studi sulle società del Mediterraneo (Issm) del Cnr, Napoli, tel. 081/6134086 int.224, e mail: eugenia.ferragina@issm.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Agosto/125_AGO_2007.HTM

 

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Melanoma: le molecole indicano la terapia migliore

E’ il  più temibile tumore maligno della pelle, secondo per aumento di incidenza tra i tumori;  in Italia si registrano 7.000 nuovi casi e 1.500 morti l’anno. Tra le cause dell’incremento l’esposizione alle radiazioni ultraviolette meno schermate dall’atmosfera. Per combatterlo servono terapie ‘su misura’  basate su analisi dei tessuti malati, come risulta da uno studio dell’Icb-Cnr

 

Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di chimica biomolecolare (Icb) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Sassari, coordinato da Giuseppe Palmieri, ha messo a punto una metodologia in grado di indirizzare terapie ‘su misura’ per il melanoma maligno. La complessità dei meccanismi molecolari legati all’insorgenza della malattia è la causa di una inefficace risposta terapeutica ai farmaci attualmente impiegati nella pratica clinica.

“Il melanoma è un tumore altamente eterogeneo dal punto di vista molecolare”, spiega Giuseppe Palmieri. “I melanociti, che sono le cellule normali, possono infatti trasformarsi in cellule neoplastiche di melanoma seguendo diverse vie metaboliche e attraverso differenti alterazioni molecolari. Pertanto, una terapia antineoplastica aspecifica (per esempio, quella basata su chemioterapici e citostatici) ha sempre prodotto risultati limitati”.

Lo studio condotto dai ricercatori dell’Icb-Cnr “ha consentito mediante la caratterizzazione molecolare, cioè analisi molecolari effettuate su ciascun tessuto tumorale”, prosegue Palmieri, “di suddividere i pazienti con melanoma in sottogruppi più propriamente correlati alla biologia della malattia, ciascuno dei quali potrà così essere sottoposto al trattamento più adeguato per il suo tipo di alterazione”. Questa metodologia potrà essere applicata anche ai cosiddetti soggetti a rischio, in modo da poter controllare quella che il ricercatore definisce “una vera emergenza sanitaria e sociale”. L’impressionante aumento di incidenza che il melanoma ha avuto negli ultimi decenni è superiore a quello di tutti gli altri tipi di tumore ad eccezione del tumore del polmone nella donna. Nel mondo, si verificano ogni anno tra i due e i tre milioni di carcinomi cutanei non-melanoma e circa 135.000 melanomi maligni, più frequenti nelle donne di razza bianca al di sotto dei 30 anni. In Italia si registrano circa 7.000 nuovi casi e 1.500 morti l’anno quando, fino agli anni ’60, l’incidenza non superava i mille nuovi casi per anno.

Le cause principali di tale incremento vanno ricercate sia in fattori ambientali (in primo luogo, l’esposizione alle radiazioni ultraviolette associata alla progressiva riduzione delle capacità schermanti dell’atmosfera), sia in fattori genetici. “Nel melanoma maligno, come in tutte le altre forme neoplastiche, la tumorigenesi è associata ad alterazioni sequenziali di specifiche regioni di DNA, che i recenti progressi della genomica hanno consentito di caratterizzare come un processo a tappe, associato a una serie di mutazioni di specifici geni coinvolti nella regolazione del normale funzionamento cellulare”.

Le conclusioni dello studio, pubblicate come research letter sulla prestigiosa rivista internazionale Journal of Clinical Oncology, “confermano che in oncologia non può esservi una terapia uguale per tutti e che bisogna rendere più omogenei i sottogruppi di pazienti da trattare”.

 

Roma, 10 agosto 2007

 

La scheda

Che cosa: definita l’importanza della classificazione molecolare nel trattamento dei pazienti affetti da melanoma maligno

Per informazioni: Giuseppe Palmieri, Icb-Cnr, Sassari, tel. 079/998617, e-mail gpalmieri@yahoo.com;

Per saperne di più: http://jco.ascopubs.org/cgi/content/full/25/16/e20

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Agosto/124_AGO_2007.HTM

 

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Roma, un canyon di asfalto e cemento

 

Grazie a tecnologie di telerilevamento messe a punto dal Cnr, è stato valutato lo stato di salute del territorio capitolino. Da Prati all'Eur, da Trastevere alla Magliana, le superfici sono impermeabilizzate da edificazioni e strade al 90%, formando isole di calore fino a quasi 60 gradi

Temperature che sfiorano i 60 gradi. Quartieri edificati e asfaltati per la quasi totalità. E’ la fotografia che emerge dal volume Dalla cartografia storica al telerilevamento: la città di Roma, edito dal Consiglio nazionale delle ricerche e dall’editore Pagine, in uscita il 10 settembre prossimo. Il telerilevamento è una moderna disciplina in grado di rilevare superfici di chilometri quadrati con una definizione di pochi metri “e che rende possibile riconoscere strade asfaltate o ricoperte di cubetti di porfido, lastricati di travertino o terrazze in marmette di cemento, le diverse tipologie di specie arboree e il loro stato di salute, coperture in eternit, temperature di strade, piazze ed edifici”, come spiega Lorenza Fiumi, architetto, ricercatore del Cnr e coautrice insieme con Sara Rossi, docente di urbanistica presso l’Università di Reggio Calabria, del volume che è prefato dal prof. Roberto de Mattei.

Le zone esaminate con due rilevazioni, eseguite a quasi un decennio una dall'altra - giugno 1995, giugno 2004 - sono Prati, Mazzini, Trionfale, Trastevere, Gianicolo, Cavalleggeri, Monteverde, Circonvallazione Gianicolense, Portuense, Trullo, Magliana, a cui si sono aggiunti l’Eur, via Tiburtina, lo stadio Flaminio e le aree limitrofe. I dati sono stati raccolti attraverso lo spettrometro Mivis (Multispectral Infrared Visible Imaging Spectrometer), capostipite di una nuova generazione di apparati sensoriali iperspettrali, messo a punto dal Cnr nell'ambito del Lara (Laboratorio Aereo Ricerche Ambientali) oggi sezione dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico.

“Dalle mappe si conferma che gli elementi naturali quali acqua e verde, ovvero le superfici permeabili, determinano valori più bassi di temperatura al suolo che ben si discriminano dal contesto urbano. Al contrario, per le superfici edificate ed asfaltate ovvero impermeabili, evidenziano range più elevati”, prosegue la ricercatrice del Cnr, “con il risultato che circa il 10% del totale supera i 40 gradi - tra gli altri piazza S. Pietro, i cortili delle ex-caserme di viale delle Milizie, piazza Mazzini e le strade asfaltate più ampie - arrivando per alcune superfici come sedi stradali, piazze o alcune coperture metalliche di edifici industriali fino a valori di 59 °, ottimali per la formazione di isole di calore”.

Oltre alla presenza di asfalto e cemento, anche la conformazione urbanistica favorisce le elevate temperature: arterie stradali affiancate da costruzioni di diversi piani formano cioè dei ‘canyon’ che non permettono la dispersione del calore (dovuto anche al traffico veicolare spesso congestionato) né di giorno né di notte. Nell'angusto ‘canyon’ del quartiere Prati-Mazzini, tra via della Conciliazione, p.le Clodio, via Trionfale, sono frequenti le superfici con valori oltre i 41°, per toccare il valore massimo in piazza Bainsizza con 48°. Verso la zona Monteverde-Gianicolense si incontra il ‘canyon’ di viale dei Colli Portuensi e via del Casaletto e della fitta rete di strade laterali con valori oltre i 41 gradi.

Sorprendenti le elevate temperature registrate nel quartiere Eur. I grandi piazzali dell'Industria e dell'Agricoltura e gli ampi viali Europa, America, nonché via Cristoforo Colombo e il piazzale dello Sport, che pure presenta una modesta alberatura, registra valori oltre i 50°. Solo nei pressi del laghetto si registrano temperature più basse grazie alla presenza del bacino d'acqua e alla folta vegetazione circostante: quest'area ombreggiata e verde, caratterizzata da un'edilizia semiestensiva, costituisce una piccola oasi termica nella parte sud della città. Livelli oltre 55° sono stati registrati anche nell'area di parcheggio dei mercati generali lungo la Via Tiburtina, in contrasto con le temperature della campagna limitrofa, inferiori a 35°. Le mappe termiche confermano elevati livelli lungo i principali assi stradali e in presenza di superfici impermeabili come il piazzale asfaltato del Ministero degli Esteri e le aree adiacenti allo stadio Flaminio.

L'edificato in senso stretto (superficie coperta) ha, nel centro della città, il suo ‘vertice’ nei quartieri Prati-Mazzini-Trionfale (con una media del 47%) e la punta massima in un'area campione interna al quartiere Prati (57%), mentre il territorio Monteverde-Gianicolense ha intensità di edificazione in media del 35%. Incredibile il valore di 72% raggiunto nell'area della Magliana, una periferia nata spontaneamente negli anni '50 in cui convivono abitazioni residenziali, capannoni industriali, impianti sportivi, depositi a cielo aperto ed orti. Le altre aree urbane esaminate attestano percentuali tra il 22 ed il 28%.

“Il problema diventa particolarmente grave se alle superfici coperte da edificazione si sommano quelle asfaltate o pavimentate della viabilità”, precisa però l'autrice. “Si registra allora l'esistenza di altissime percentuali di superfici del tutto incapaci di assorbire le acque piovane per via diretta, che superano spesso il 90% del totale e qualche volta raggiungono quasi il 100%, come nelle aree di Prati, Trionfale e Monteverde. Situazioni abnormi come queste dovrebbero almeno presumere il funzionamento perfetto della rete fognaria, cosa che non sempre accade a Roma”.

Le superfici a prato, invece, sono piuttosto esigue, salvo qualche apprezzabile estensione tra il Gianicolo e i quartieri Monteverde e Portuense: a Prati-Mazzini-Trionfale sono sotto il 5%. “Mentre sarebbe necessario, per ovvi motivi di benessere ambientale, che non scendessero mai al di sotto del 10-15% , anche in aree densamente edificate”. Le alberature di alto fusto hanno qualche ‘apparente’ consistenza, ma si tratta quasi esclusivamente di viali alberati pavimentati. Manca del tutto, nelle aree considerate, l'elemento acqueo in forma di laghi, laghetti, canali che sarebbero un importante fattore di riequilibrio del clima.

Roma, 7 agosto 2007

 

La scheda:

Che cosa: volume “Dalla cartografia storica al telerilevamento: la città di Roma” di Lorenza Fiumi e Sara Rossi, edito da Cnr-Pagine

Per informazioni: Lorenza Fiumi, Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr – sez. Lara, e-mail: l.fiumi@lara.rm.cnr.it.

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Agosto/123_ago_2007.htm

 

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Incendi nei Parchi nazionali: più di 5.000 ettari in fumo

 

Cnr e Ministero dell’Ambiente hanno messo a punto un  sistema integrato per il monitoraggio e la mappatura delle aree attraverso l’utilizzo combinato di dati da satellite e dati raccolti a terra.

Tutte nel Sud le aree più colpite: Pollino, Cilento, Aspromonte e Gargano

 

Più di cinquemila ettari bruciati nei Parchi nazionali dal 2001 al 2005, una media di oltre mille ettari ogni anno. Questo il drammatico risultato fornito dal database contenuto nel progetto dell’Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente (Irea) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Milano e del Ministero dell’Ambiente (Direzione Protezione Natura), che consente di visualizzare i perimetri delle aree toccate dal fuoco nei Parchi nazionali italiani per gli anni 2001-2005 e di ottenere informazioni sulla distribuzione spazio-temporale degli incendi.

Il totale delle superfici andate in cenere nei Parchi raggiunge il totale di 5.041 ettari (ha). L’anno più drammatico è stato il 2004, con 1441 ha, seguito dal 2001 (1182) e 2003 (1172). Particolarmente pesante risulta la situazione nei Parchi meridionali, flagellati anche di recente, che coprono tutti i primi quattro posti della graduatoria: il triste primato va al Cilento-Valle di Diano con 1159 ha incendiati, seguito dal  Pollino con 1150, dall’Aspromonte con 785 e dal Gargano con 717. Il primo Parco che non si trovi nel Mezzogiorno è quello dell’Arcipelago Toscano con 627 ha. I roghi più devastanti nei cinque anni presi in esame si sono verificati: nel Pollino, 440 ha andati in fumo nel 2004, annus horribilis che ha visto bruciare anche 385 ha nell’Arcipelago Toscano e 279 nel Cilento. Nel Pollino, con 314 ha bruciati, si è consumato il rogo più drammatico del 2003, quando gli incendi nell’Aspromonte hanno distrutto altri 244 ha. Sempre nel Pollino e nell’Aspromonte si è stabilito il record del 2001 con 240 ha ciascuno, mentre nel 2005 il primato va al Cilento con 420 ha. 

“In  Italia ogni anno gli incendi danneggiano consistenti parti del patrimonio forestale e creano nei casi più estremi condizioni di rischio elevato per la popolazione residente, come sta capitando di leggere sempre più spesso nelle cronache di questi mesi estivi” spiega Pietro Alessandro Brivio, responsabile dell’Unità di Milano dell’Irea-Cnr. “Eppure in Italia non è disponibile una cartografia in grado di fornire dati precisi sulle aree danneggiate, individuare le zone a rischio e garantire così una politica di gestione e prevenzione efficace. Questa carenza è stata finalmente colmata grazie al progetto Cnr-Irea e Ministero dell’Ambiente, in grado di fornire un sistema integrato per il monitoraggio e la mappatura”.

Soltanto tre i Parchi completamente immuni dalla piaga degli incendi nel quinquennio esaminato e cioè quelli dell’Appennino Tosco-Emiliano, dei Monti Sibillini e dell’Asinara. Sono riusciti a contenere le superfici incendiate sotto la decina di ettari anche lo Stelvio (6,4), il Parco delle Dolomiti Bellunesi (6,6), il Parco di Abruzzo, Lazio e Molise (1,3). Se si ragiona in termini di rapporto tra superfici andate a fuoco e totali, i più danneggiati sono stati il Parco della Val Grande con 119 ha incendiati su 11340 di estensione, il Vesuvio con 78 su 7259 e l’Aspromonte con 785 ha su 76053, cioè circa l’1%, mentre l’Arcipelago Toscano, con 627 ha danneggiati su 16856 è stato colpito per quasi il 4%.

“Le mappe delle aree bruciate sono state ottenute da circa 500 immagini satellitari acquisite dal sensore Aster (Advanced spaceborne thermal emission and reflection  radiometer), relative al periodo 2001-2005, in grado di fornire un sistema integrato per il monitoraggio e la mappatura”, aggiunge Brivio. “Le mappe sono state poi confrontate  con i dati rilevati a terra dal Corpo Forestale dello Stato in modo da avere una informazione più completa”.

 

Roma, 3 agosto 2007

 

La scheda:

Cosa: progetto sulla distribuzione spazio-temporale degli incendi nelle aree dei Parchi nazionali italiani per gli anni 2001-2005

Chi: Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente (Irea) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Milano e ministero dell’Ambiente (Direzione Protezione Natura)

Info: dott. Pietro Alessandro Brivio, IREA-CNR, Milano, tel. 039/2456894, e-mail brivio.pa@irea.cnr.it; Alba L’Astorina, IREA-CNR, Milano tel. 02/23699281, e-mail lastorina.a@irea.cnr.it; Daniela Stroppiana, IREA-CNR, Milano, e-mail stroppiana.d@irea.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Agosto/119_ago_2007.doc

 

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Tecno-dipendenze: ne soffre un adolescente su cinque

Comportamenti disfunzionali legati all’uso di cellulari, Internet e nuove tecnologie:  un’indagine dell’università di Palermo pubblicata su Focus.it, il periodico del Registro dei domini ‘.it’ dell’Iit del Cnr di Pisa

 

Un adolescente italiano su cinque soffre di comportamenti disfunzionali rispetto all’uso di cellulari, di Internet e delle nuove tecnologie. I dati, elaborati dal professor Daniele La Barbera dell’Università di Palermo su un campione di oltre 2.200 studenti delle scuole superiori e pubblicati su “Focus .it”, periodico dell’Istituto di Informatica e Telematica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Iit-Cnr), identificano con chiarezza una forma di disagio che, in assenza di contromisure, rischia di innescare forme di dipendenza assimilabili al gioco d’azzardo. Il 22 per cento dei giovani oggetto dell’indagine ha infatti manifestato un atteggiamento eccessivamente ‘immersivo’, trascorrendo troppe ore al computer o mostrando forme di attaccamento quasi maniacali nei riguardi dei ‘gadget’ tecnologici.

Dalla ricerca del professor La Barbera – direttore della clinica psichiatrica dell’università siciliana ed esperto di psicopatologie legate all’uso improprio di Internet – prende spunto l’ultimo numero di “Focus.it – Newsletter del Registro del ccTLD .it”, il periodico dell’Iit-Cnr distribuito agli operatori italiani e stranieri che registrano domini Internet con il suffisso “.it”. In un’intervista esclusiva, lo psichiatra Vittorino Andreoli approfondisce l’impatto di cellulari e Internet sui giovanissimi quando vengono affidati senza alcun processo educativo. Secondo Andreoli, “il cellulare, lo schermo aperto sul mondo virtuale sono protesi che non servono a muovere i muscoli, ma la mente: si può parlare di protesi di sostituzione di regole di comportamento la cui introduzione avrebbe imposto una precisa rieducazione degli adolescenti”. Non solo: la fruizione eccessiva di Internet “è contraria alla socialità intesa come relazione (in Rete non si va in due, si sta bene da soli)” e conduce “a una forma di ‘autismo digitale’ dove alle persone si sostituisce la loro immagine virtuale”.

‘Focus.it” dedica un’appendice a Second Life, l’universo virtuale che ha conquistato oltre sette milioni di adepti nel mondo. A fare da guida è Mario Gerosa, caporedattore di Ad, pioniere italiano di Second Life e titolare della prima agenzia di viaggi nei mondi virtuali. “Replicare la realtà in Second Life, come spesso accade non ha molto senso, se non per chi intende attirare gli utenti profani per mere questioni di business: ciò che più conta è il nuovo modo di socializzare, le idee inedite che possono nascere solo nei mondi virtuali”.

 

Roma, 2 agosto 2007

 

Cosa: uscita dell’ultimo numero di “Focus.it – Newsletter del Registro del ccTLD .it”

Chi: Istituto di Informatica e Telematica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa

Info: Luca Trombella, Iit-Cnr, tel. 348/4421488, e-mail luca.trombella@iit.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Agosto/118_ago_2007.doc

 

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