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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito.  Il sito del CNR  ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html

 

COMUNICATI:

Lazio:acqua a rischio arsenico

Verso la soluzione del mistero di Tunguska

Un Cicerone palmare "aggancia" l'opera d'arte

Festival della scienza, le curiosità del Cnr

La casa in legno di 7 piani resiste a sisma devastante

La Via Appia racconta...

una nuova "cura" per il tumore del bronzo

 

Mezzogiorno: 111 milioni per ricerca scientifica

SHARE. sotto osservazione per inquinamento atmosferico

Quando i geni sbagliano posto

Le ricerche sul clima per lo sviluppo dell’umanità

Così si deformano i metalli

Giustizia penale e tecnologie: l’Europa non è “unione”

I Fenici, “global” ante litteram

Il Cnr: soddisfazione per il Nobel a Capecchi

 

 

Lazio: acqua a rischio arsenico?

Un’indagine dell’Irsa-Cnr rileva la presenza di arsenico e fluoro nelle acque sotterranee del Nord della regione. Lo studio pone in evidenza problemi di potabilità  sebbene il fenomeno sia dovuto per lo più a situazioni geochimiche naturali

Circa 120  punti d’acqua fra sorgenti e pozzi  - in gran parte destinati al consumo umano - sono stati campionati e  sottoposti  ad analisi chimiche presso i laboratori dell’Istituto di ricerca sulle acque (Irsa)  del Consiglio nazionale delle ricerche. L’indagine, condotta nell’ambito di una convenzione con l’Apat, ha riguardato la  qualità delle risorse idriche sotterranee di un’ampia area del Lazio, compresa tra la città di Roma, il confine con la Toscana a nord, il corso del  fiume Tevere ad est, ed il Mar Tirreno, in considerazione della grande rilevanza  per l’approvvigionamento idropotabile delle comunità che lì vivono.

“Gli studi hanno messo in evidenza la problematicità della potabilità di queste risorse idriche sotterranee, quasi sempre a causa della presenza di sostanze chimiche di origine naturale, legate alla specifica natura delle rocce serbatoio delle acque sotterranee, presenti  in concentrazioni superiori ai  limiti previsti dalla normativa” spiegano Giuseppe Giuliano ed Elisabetta Preziosi dell’Irsa-Cnr, autori dello studio. “Su tale criticità incidono anche differenti usi conflittuali con quello potabile, in particolare quelli irriguo e industriale, e le pesanti pressioni antropiche legate all’uso agricolo di questi territori”.

I risultati mostrano che i contaminanti di maggiore rilevanza per la potabilità delle acque sono l’arsenico  e il fluoro.

“La concentrazione limite di arsenico tollerata nelle acque per l’uso umano è stata ridotta da 50 a 10 ug/l da un decreto legislativo, n. 31 del 2001, in applicazione di una Direttiva europea”, sottolineano i ricercatori dell’Irsa-Cnr. I valori rilevati nel corso della ricerca per le acque sotterranee dell’area si attestano in media attorno ai 15 ug/l con massimo di circa 130 ug/l; ben il 50% dei valori è risultato superiore al limite di 10 ug/l, anche se solo il 3% supera i 50 ug/

“La presenza dell’arsenico di origine naturale che si origina nelle acque sotterranee dalla interazione acqua-roccia serbatoio, è diffusa in molte regioni italiane”, commenta Preziosi. “Acque ‘contaminate’ sono circolanti nelle rocce di origine vulcanica del margine tirrenico, come l’Amiata, gli apparati vulsini-vicani-sabatini e i Colli Albani nel Lazio, i Campi Flegrei e il Vesuvio, l’apparato etneo e le isole Eolie in Sicilia. Invece in Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, l’arsenico è stato rilevato in alcune acque estratte dall’acquifero alluvionale della pianura padana: in questo caso la presenza, a partire da sedimenti alluvionali, è provocata o accelerata dall’eccessivo pompaggio che modifica gli equilibri idrogeochimici profondi”.

Per quanto riguarda i fluoruri, il valore limite per l’uso umano, pari a 1,5 mg/l, è superato nel 28% dei campioni, mentre la concentrazione media è di 1,2 mg/l, ma con massimi fino a 6 mg/l.

Sono evidenziati anche nitrati, legati a poli di attività agricole e/o civili, e cloruri, rilevati lungo la fascia costiera dovuti all’intrusione marina. Per i nitrati la concentrazione massima tollerata per l’uso umano (50 mg/l) è superata nel 13% dei punti presi in esame, localizzati quasi esclusivamente nella zona costiera, ma non sono segnalate specifiche situazioni di contaminazione delle fonti per uso potabile pubblico.

La problematica della contaminazione da arsenico è nota da tempo agli operatori del settore”, conclude Giuliano, “ma di recente, anche in relazione all’introduzione di norme più restrittive, è emersa in maniera inequivocabile, richiedendo interventi più attenti e sistematici. L’attenzione dei gestori del servizio idrico si è concentrata sulla sperimentazione di nuove tecnologie di rimozione dell’inquinante e sullo sviluppo di impianti di potabilizzazione che ne ottimizzino l’abbattimento. Intanto, la Regione Lazio sta emanando deroghe temporanee ai limiti di potabilità  per le captazioni in cui la concentrazione di arsenico eccede i 10 ug/l, ma non supera i 50 ug/l, e per le quali i gestori presentino piani di rientro nei limiti di legge mediante idonee  tecnologie di trattamento delle acque captate e/o individuando nuove risorse idriche sostitutive o integrative. Sono in corso provvedimenti di deroga anche per il fluoruro, il selenio ed il vanadio laddove sia riconosciuta la loro origine naturale endogena”.

Giuliano sottolinea inoltre come sia oggi fondamentale, anche nel rispetto della Direttiva Quadro europea sulle acque del 2000 e della neonata Direttiva Figlia sulle acque sotterranee, che venga assicurato il monitoraggio quali-quantitativo delle risorse idriche sotterranee impostato in modo da seguire efficacemente  l’evoluzione del loro stato ambientale, tenendo conto sia dell’assetto idrogeologico sia delle condizioni di pressione e vulnerabilità del territorio.

I  risultati dell’indagine sono pubblicate nel  Volume LXXIII  delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia edito recentemente dall’Apat.

 

Roma, 31 ottobre 2007

 

La scheda

Chi: Istituto di ricerca sulle acque (Irsa) del Consiglio nazionale delle ricerche.

Che cosa: indagine delle acque sotterranee del nord del Lazio

Informazioni: Giuseppe Giuliano,  Irsa-Cnr - tel. 06/8841451, e-mail: giuliano@irsa.cnr.it

 tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Ottobre/154_ott_2007.htm

 

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Verso la soluzione del mistero di Tunguska

 

L’Ismar-Cnr pubblica i risultati di una ricerca che conferma come, 100 anni fa, si sia verificato il maggior impatto tra la Terra e un asteroide o cometa mai verificatosi in epoca storica. Un ‘frammento’ di cinque metri ha determinato la creazione di un lago

 

Ad un secolo esatto dal misterioso “evento”, giungono dai ricercatori dell'Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (ISMAR-CNR) e del Dipartimento di Fisica dell'Università di Bologna nuove prove sul ‘mistero di Tunguska’, che confermano come il 30 giugno 1908 si sia verificato il maggiore impatto storicamente accertato tra il nostro Pianeta e un corpo celeste.

Tutto ha inizio in questa data, quando un’enorme esplosione, della potenza pari a circa mille atomiche di Hiroshima, si verifica nell’atmosfera al di sopra della remota regione di Tunguska in Siberia.

L'opinione ora comprovata è che si sia trattato della deflagrazione di un asteroide o di una cometa che avrebbe tra l’altro raso al suolo tutti gli alberi della taiga in un’area di oltre 2.000 km2. Si tratta dell’unico evento di questo tipo avvenuto in epoca storica e per questo motivo fare luce sull’evento di Tunguska contribuirebbe in maniera decisiva alla comprensione degli effetti di un impatto asteroidale o cometario con la Terra, ipotesi tutt’altro che remota e non infrequente nella storia del nostro pianeta.

E’ stato ora pubblicato sulla rivista scientifica ‘Terra Nova’ il lavoro di un gruppo di ricercatori italiani dell'ISMAR-CNR e delle Università di Bologna e Trieste - Luca Gasperini, Francesca Alvisi, Gianni Biasini, Enrico Bonatti, Giuseppe Longo, Michele Pipan e Romano Serra - che hanno condotto sul luogo una spedizione scientifica e hanno scoperto che il lago Cheko, un piccolo specchio d’acqua (circa 500 m. di diametro), situato ad una decina di kilometri dall'epicentro dell'esplosione del 1908, può essere il cratere causato dall'impatto di un “frammento” di notevoli dimensioni, sopravvissuto all’esplosione principale.

“Abbiamo effettuato uno studio geofisico e sedimentologico del lago per verificare se la sua formazione potesse essere correlata all’evento, e per rilevare nella sequenza sedimentaria del lago evidenze geofisiche e geochimiche dalle quali trarre informazioni sulla natura dell’oggetto cosmico”, spiega Luca Gasperini dell’ISMAR-CNR. “Varie spedizioni di studiosi avevano già esplorato la zona dell’esplosione senza trovare segni d’impatto o frammenti, e formulando ipotesi, anche molto diverse fra loro, per far luce su quello che è ormai considerato a tutti gli effetti un ‘mistero’. Il nostro studio sul campo è stato effettuato principalmente utilizzando rilievi di acustica subacquea, con un obiettivo dunque più ambizioso di quello della prima spedizione italiana, avvenuta nel 1991, anch’essa organizzata dal prof. Giuseppe Longo dell’Università di Bologna, e limitata alla ricerca di microparticelle dell’oggetto cosmico nella resina degli alberi”.

Durante la spedizione “Tunguska99” è stata quindi per la prima volta investigata con tecniche molto sofisticate la morfologia del fondo e la natura dei depositi del sottofondo lacustre, e raccolti campioni di sedimento. “Grazie a tali indagini”, prosegue il ricercatore, “è stato possibile scoprire che la morfologia del lago è diversa da quella dei comuni laghi siberiani di origine termo-carsica: la natura dei sedimenti recuperati dal fondo sono invece compatibili con l'ipotesi dell'impatto, che sarebbe avvenuto in una foresta acquitrinosa con uno strato sottostante di permafrost (suolo permanentemente ghiacciato) spesso oltre 30 metri”. E’ stato proprio lo scioglimento del permafrost avvenuto subito dopo l’impatto a modellare la forma e le dimensioni attuali del lago, e a nasconderne la vera natura di cratere da impatto per tutto questo tempo.

Questa scoperta, se confermata, contribuirà, cento anni dopo l'’Evento di Tunguska’, a svelarne il mistero. Il lavoro dei ricercatori italiani ha già causato forti reazioni nella comunità scientifica, ed anche commenti su riviste di grande impatto e nella stampa quotidiana su molte testate europee e internazionali.

 

Roma, 30 ottobre 2007

 

 

La scheda

 

Chi: Istituto di scienze marine (Ismar) del Consiglio Nazionale delle Ricerche

Che cosa: pubblicazione su “Terra Nova” di un articolo sull’”Evento di Tunguska”

Per informazioni:  Luca Gasperini, Ismar-Cnr, Bologna, tel. 051/6398901, e-mail: luca.gasperini@BO.ISMAR.CNR.IT

tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Ottobre/153_ott_2007.htm

 

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Un Cicerone palmare ‘aggancia’ l’opera d’arte

 

La guida software messa a punto dall’Isti- Cnr, localizza nei musei la statua o il dipinto che abbiamo di fronte, spiega, diverte e interroga pure. Verrà presentata a Firenze, oggi pomeriggio alle ore 15.00, presso la Borsa della Ricerca e dell'Innovazione

 

 

Visitare i musei e i siti archeologici è più facile, se a fare da ‘Cicerone’ è il computer palmare messo a punto dall’Istituto di scienza e tecnologia dell’informazione (Isti) del Consiglio nazionale delle ricerche. Non c’è bisogno di girovagare nelle sale affollate e aguzzare la vista sulle didascalie per capire chi è l’autore o il soggetto dell’opera che si ha di fronte: il palmare identifica la posizione del visitatore e gli permette automaticamente di vedere sul monitor l’opera a lui più vicina, a questo punto il turista può decidere di leggere e  ascoltare le informazioni relative.

Ilcicerone’ informatico, progettato e sviluppato nel laboratorio di Interfacce Utenti da un team di ricercatori dell’Isti-Cnr, coordinato da Fabio Paternò, verrà ingegnerizzato nei prossimi mesi per farne un prodotto utilizzabile su larga scala; sarà presentato oggi pomeriggio alle ore 15.00, a Firenze, presso la Borsa della Ricerca e dell'Innovazione, dove il Cnr ha uno stand dedicato alle tecnologie.

“La capacità del software di localizzare e di identificare velocemente il manufatto, è dovuta alla presenza, vicino agli oggetti, di tag RFID che vengono rilevati da un lettore installato nella guida portatile”, spiega Paternò. “Il turista arrivato davanti o nelle vicinanze di una statua, quindi la osserva contemporaneamente dal vivo e sul suo monitor, dove compaiono: soggetto, autore, data dell’opera  e brevi informazioni che sono arricchite anche da spiegazioni audio”.  

Il connubio di audio e lettura è infatti un’altra novità di questa tecnologia. “A differenza degli attuali supporti di visita,  che si limitano a guide sonore, il nostro software fornisce entrambe le modalità”. Se poi a visitare il museo è un gruppo, il palmare può essere collegato a un grande schermo dove vengono trasferiti i contenuti che, in questo modo, sono condivisi da più persone. Niente sbadigli o distrazioni: il Cicerone hi -tech interroga il visitatore attraverso giochi interattivi, per verificare se ha veramente appreso la ‘lezione’.

Il palmare è in fase di sperimentazione presso il Museo del Marmo di Carrara e il Museo di Storia Naturale e del Territorio di Calci, ma è disponibile per essere provato anche in quei musei che ne facciano richiesta.

 

Roma, 25 ottobre 2007

 

Chi: Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione (Isti) del Consiglio nazionale delle ricerche.

Che cosa: guida museale palmare

Dove: Firenze, Borsa della Ricerca e dell'Innovazione, Fortezza da Basso

Quando: 25 ottobre, ore 15.00

Informazioni: Fabio Paternò, Isti-Cnr, Pisa, tel. 050/3153066, e mail: fabio.paterno@isti.cnr.it; sito web http://giove.isti.cnr.it/cicero.html

tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Ottobre/152_ott_2007.htm

 

 

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Festival della scienza, le curiosità del Cnr

 

Per il quinto anno consecutivo, torna l’atteso festival scientifico di Genova.

Tutte le proposte del Cnr

La curiosità è il tema chiave scelto quest’anno dal Festival della scienza che si svolge a Genova, dal 25 ottobre al 6 novembre con più di cinquecento proposte, tra mostre, laboratori, dibattiti e spettacoli. Anche il Consiglio nazionale delle ricerche partecipa con molte iniziative. A partire dal 25 ottobre con la presentazione in anteprima di ‘Ciao Robot’ (www.ciaorobot.org), un film documentario sui robot e sul loro rapporto con gli umani, frutto di un lavoro durato più di tre anni della scuola di robotica di Genova. “Il documentario vuole mostrare i robot con cui oggi conviviamo”. spiega Gianmarco Veruggio, ricercatore robotico dell’Istituto di elettronica e di ingegneria dell’informazione e delle telecomunicazione del Cnr di Genova. “Questi non hanno forma umana, non sono in grado di saltare da un grattacielo, come vediamo nei film, ma esistono ed aiutano l’uomo in molte attività quotidiane. La loro diffusione e il loro continuo miglioramento tecnico potrà cambiare la vita di molti”. All’anteprima, sarà presente anche il team Explosive ordinary disposal (Eod) dell’Aeronautica militare con i loro robot, impiegati in operazioni di sminamento in Afganistan e Libano e protagonisti entrambi del film stesso. Sempre Veruggio dà appuntamento il 6 novembre a La Spezia per sperimentare il pilotaggio dei Rov, piccoli robot sottomarini.

Dal mare alla montagna, il 26 ottobre, la ‘Scienza d'alta quota’ verrà raccontata, così come l’ha vissuta sull’Everest, da Agostino da Polenza, alpinista di fama mondiale e presidente del Comitato Ev-K2-CNR. E sempre in tema di luoghi estremi, nella stessa giornata, Stefano Aliani, ricercatore dell’Istituto di scienze marine del Cnr di Genova, con ‘La memoria dell’Antartide’, spiegherà come sia possibile comprendere il clima del passato, o prevedere quello futuro, attraverso lo studio dei ghiacciai. In ambito climatico, la conferenza ‘CO2: colpevole o innocente?’ dell’1 novembre, che vede la partecipazione di Teodoro Georgiadis, dell'Istituto di biometeorologia del Cnr di Bologna, propone di fare chiarezza su riscaldamento climatico e crescita dei gas serra visto il caos dell’informazione su questi temi.

Il convegno ‘Scienza e società’, 25 ottobre, si rivolge al pubblico per affrontare insieme il grande tema che lega lo sviluppo di un paese alla ricerca. “Da quasi mezzo secolo il nostro è l’unico paese a economia avanzata ad aver scelto un percorso di sviluppo senza ricerca”, sostiene Manuela Arata, presidente del Festival e a capo dell’Ufficio promozione e sviluppo collaborazioni del Cnr. “E’ necessario recuperare il terreno perduto e l’unico modo è realizzare un ambiente adatto all’innovazione attraverso un forte investimento in ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e alta formazione”.

Cristiano Castelfranchi, direttore dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione (Istc) del Cnr di Roma, interviene alla conferenza ‘Curiosità e sorpresa nella scienza e nella vita quotidiana’, 2 novembre, cercando di rispondere ai tanti quesiti legati alla mente umana. Al convegno del 25 ottobre ‘Una ragione per sperare’ la primatologa Elisabetta Visalberghi, dell’Istc-Cnr, racconterà la sua esperienza sul campo con i cebi, scimmie che vivono in sud America. E siccome il detto ‘curiosa come una scimmia’ non è solo una frase ma corrisponde a realtà – parola di primatologa – i cebi dai cornetti del centro primati dell’Istc, fotografati con gli asterischi rossi, simboli della manifestazione, sono anche diventati testimonial del festival. “Abbiamo deciso di aderire anche in questo modo, perchè chi poteva illustrare il tema della curiosità meglio di una scimmia? E tra le scimmie, chi se non i cebi?” spiega la Visalberghi. “A differenza di ciò che succede in altri ambiti, però, i cebi non sono stati forzati in alcun modo ad atteggiamenti o comportamenti per loro non naturali. Infatti queste scimmie sudamericane, delle dimensioni di un gatto, sono interessate al mondo esterno più delle altre specie. Non solo: la loro curiosità persiste nel tempo e viene messa in pratica con un repertorio comportamentale particolarmente ricco. I cebi guardano gli oggetti, li esplorano, li mangiano, cercano di estrarne il contenuto e quando hanno più cose a disposizione le mettono insieme, le capovolgono, le combinano”.

Dalla curiosità dei cebi a quella dei bambini con il laboratorio ludo-didattico ‘Il libro delle curiosità’, curato da Tecnoscienza.it, progetto Cnr-Museo di fisica dell’università di Bologna, che condurrà i più piccini nel mondo della scienza con esperimenti buffi e divertenti. Orecchie ben aperte, invece, al laboratorio ‘Physix’n’Roll: ascoltare la fisica’ organizzato in collaborazione con la ludoteca scientifica di Pisa e l’Istituto per i processi chimico-fisici del Cnr di Pisa.

Per concludere, un evento gustoso: ‘Sapori di scienza’, curato, tra gli altri, dall’Istituto nazionale di fisica della materia del Cnr di Genova e che si compone di due grandi filoni, ‘Scienza in cucina’ e ‘La scienza del gusto’. Un ampio programma di laboratori, conferenze ed eventi lungo il filo conduttore dell’alimentazione: dalle materie prime, alla qualità degli alimenti ai sapori, sino ad indagare sui processi e le reazioni chimiche che intervengono nella cucina di un piatto (ogni giorno diverso), definendone le caratteristiche organolettiche.

Tra gli altri ospiti del festival Domenico Parisi dell’Istc-Cnr, Enrico Ferrero, ricercatore Isac-Cnr, lo storico delle scienze Enrico Bellone, il matematico Piergiorgio Odifreddi, gli astrofisici Giovanni Bignami e Margherita Hack, i filosofi della scienza Mauro Dorato e Giulio Giorello.

Roma, 24 ottobre 2007

 

La scheda

Che cosa: partecipazione del Cnr al Festival della Scienza

Dove: Genova

Quando: dal 25 ottobre al 6 novembre 2007

Informazioni: www.festivalscienza.it

tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Ottobre/151_ott_2007.htm

 

 

 

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La casa in legno di sette piani resiste a un sisma devastante

Testato presso i laboratori nipponici Sofie, il prototipo Ivalsa-Cnr: ha superato brillantemente la simulazione del terremoto di Kobe del 1995, costato la vita a 6 mila persone. Gli scienziati giapponesi: “Un giorno memorabile, cambia la tecnica di costruzione delle abitazioni”

 

“Ottimo lavoro, è un giorno memorabile, questo progetto italiano è destinato a cambiare il modo di costruire le case in tutto il mondo”. Yoshimitsu Okada, tra i maggiori studiosi al mondo nel campo dei terremoti, è stato il primo a complimentarsi con il professor Ario Ceccotti, direttore dell’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche (Ivalsa-Cnr), nonché ‘papà’ di Sofie. La casa di legno di sette piani e alta 23,5 metri, realizzata nei laboratori Ivalsa-Cnr di San Michele all’Adige (Trento) grazie ad un progetto di ricerca finanziato dalla Provincia autonoma di Trento, ha resistito con successo al test antisismico considerato dai giapponesi il più distruttivo per le opere civili: la simulazione del terremoto di Kobe. Mai prima d’ora al mondo una struttura interamente di legno aveva resistito ad una simile forza d’urto, se si fa eccezione per la ‘sorella minore’ di Sofie a tre piani, che nel luglio 2006 aveva già superato i severi test giapponesi.

L’esperimento ha avuto luogo alle 14.30 ora locale (7.30 italiane), presso l’Istituto nazionale di ricerca di scienze terrestri e prevenzione disastri di Miki in Giappone. “Abbiamo lavorato in Italia”, spiega Ario Ceccotti, “tenendo presente gli standard giapponesi per un prodotto globale, perché siamo convinti che la ricerca applicata non possa che essere apertura verso il mondo, così come una buona idea non conosce confini”.

Il test è il risultato finale di studi e ricerche durate cinque anni, che hanno individuato nella combinazione di materiali e connessioni meccaniche del prodotto la tecnica costruttiva ideale contro i terremoti. Un’ipotesi inconcepibile fino a qualche tempo fa, se si pensa che le normative internazionali vietano le costruzioni di legno in zona sismica sopra i 7,5 metri di altezza. Almeno fino ad oggi.

Commenta l’assessore alla ricerca, programmazione e innovazione della Provincia di Trento, Gianluca Salvatori: “Il risultato ottenuto rappresenta per noi un punto di arrivo e allo stesso tempo di partenza. E’ un punto di arrivo in quanto brillante conclusione di un progetto di ricerca avanzata su un bene materiale, la casa, che tutti consideriamo tra i più importanti. Siamo stati in grado di invertire l’idea secondo cui non è possibile costruire case di legno in zone sismiche, con una tecnologia e un livello di sicurezza molto alti. In questo senso consideriamo i test di Miki il punto di partenza perché le persone possano beneficiare di questa innovazione”.

La tecnologia della casa Sofie (Sistema Costruttivo Fiemme: questo il nome del progetto) nasce da un forte legame con il territorio del Trentino ed è il prodotto di una filiera - dal bosco alla casa di legno – che sta incontrando l’interesse di molte aziende. E che dimostra definitivamente l’assoluta affidabilità e sicurezza del legno come materiale per l’edilizia, oltre al valore aggiunto in termini di comfort abitativo, economicità, risparmio energetico e rispetto per l’ambiente. Un nuovo modello di abitazione con standard certificati e in grado di garantire sicurezza: la casa di legno Ivalsa-Cnr infatti è anche anti-incendio e il modello di tre piani, dopo oltre un’ora di test del fuoco, ha conservato ancora intatte le sue proprietà meccaniche e inalterata la sua struttura.

 

 

A Miki, dopo la tragedia di Kobe (nel 1995 la terrà tremò per quasi 30 secondi, provocando quasi 6 mila morti), il governo giapponese ha realizzato il principale centro di sperimentazione antisismico del mondo, dove dal 2004 vengono testati centinaia di prototipi di abitazioni, ponti, palazzine e opere civili e industriali. La lista d’attesa per accedere all’E-Defence (questo il nome del laboratorio) e ottenere l’unica certificazione antisismica riconosciuta in tutto il mondo, dura anni: il prossimo anno la Colorado State University testerà una casa di legno di sei piani, ma questa volta gli italiani hanno battuto sul tempo e in altezza gli americani. E oggi, il professor John van de Lindt (capofila del progetto Usa) e Steve Pryor, dirigente di una multinazionale del settore edilizio, erano seduti in prima fila ad assistere al test della palazzina di legno italiana insieme con ricercatori e imprenditori di tutto il mondo: Stati Uniti, Canada, Colombia, India, Nuova Zelanda, Germania, Vietnam, Korea e Slovenia.

 

Roma-Kobe, 23 ottobre 2007

Chi: Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche (Ivalsa-Cnr)

Che cosa: test antisismico Sofie (progetto Sistema Costruttivo Fiemme) su casa in legno a sette piani

Dove: Istituto nazionale di ricerca di scienze terrestri e prevenzione disastri di Miki (Giappone).

Informazioni: Maria Giovanna Franch, Ivalsa-Cnr, tel. 0461/660220, 349/8040498, franch@ivalsa.cnr.it

tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Ottobre/150_ott_2007.htm

 

 

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La Via Appia racconta.....

Non c’è tutela dell’ambiente senza una conoscenza approfondita del territorio. Per questo l’Istituto di biologia agro-ambientale e forestale del Cnr di Napoli propone un convegno dedicato alla via più famosa del mondo

 

Si svolgerà a Formia, domani, venerdì 19 ottobre 2007, il convegno “La via Appia racconta… risorse, strategie, proposte”, finanziato dalla regione Lazio e promosso dall’Istituto di Biologia Agro-ambientale e Forestale (Ibaf) del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli e dall’associazione culturale “Amici dell’Ipssar” (Istituto professionale di stato per i servizi alberghieri e della ristorazione) di Formia, in collaborazione con l’Ente Parco della Campania e del Lazio, le sovrintendenze archeologiche del Lazio e Campania e Archeoclub.

Il convegno intende focalizzare l’attenzione di istituzioni ed enti locali sulle possibilità di valorizzazione del territorio attraversato dalla Via Appia, in particolare il tratto compreso tra Formia ed il sito archeologico di Sinuessa, comprendente i tre Parchi naturali, quello dei Monti Aurunci e della Riviera di Ulisse, nel Lazio, e il parco di Roccamonfina - Foce del Garigliano, in Campania.

“La valorizzazione è possibile attraverso una rivalutazione delle risorse culturali, paesaggistiche, storiche e turistiche dell’area sud pontina, le cui radici affondano nella storia romana”, spiega Clelia Cirillo, ricercatrice Ibaf-Cnr. “In questa ottica è fondamentale la conoscenza approfondita del territorio attraverso le nuove tecnologie, come i sistemi geografici informatizzati (Gis) che permettono di effettuare analisi integrate del paesaggio, dalla valutazione geologica e botanica del territorio, alla localizzazione dei piani di bacino, alle aree protette, ai vincoli archeologici, finalizzate alla pianificazione territoriale e paesaggistica delle aree vulnerabili in modo da ridurre i rischi ambientali ed ottenere una pianificazione delle aree protette in ambiente mediterraneo”.

Altro scopo del convegno è la presentazione di percorsi turistici inediti, costruiti intorno alla storia, all’archeologia, alla gastronomia, agli usi e costumi delle località attraversate dalla Via Appia, che potranno percorrere anche persone diversamente abili, grazie ad un progetto di valorizzazione territoriale voluto dalla regione Lazio.

Sarà distribuito, inoltre, un compact disc realizzato dall’Ibaf-Cnr e dall’università Federico II di Napoli. “Abbiamo pensato di proporre una ricerca iconografica della Regina Viarum che va dal IX al XIX secolo”, conclude Cirillo, “per celebrare una strada straordinaria che nel mondo non ha uguali e che riesce anche a distanza di molti millenni a stupire ed ad aggiungere nuovi elementi di conoscenza alla storia dell’evoluzione dell’uomo”. Il cd contiene, inoltre, una serie di cartografie informatizzate dei tre Parchi naturali lungo i quali si snoda la via Appia.

Al convegno interverranno, fra gli altri, l’on. Filippo Baratti, assessore all’ambiente della regione Lazio e il sindaco di Formia, dr. Sandro Bartolomeo.

 

 

Roma, 18 ottobre 2007

 

 

 

 

 

 

La scheda

Chi: Istituto di Biologia Agro-ambientale e Forestale (Ibaf) del Cnr di Napoli

Che cosa: Convegno “La via Appia racconta... risorse, strategie, proposte”

Dove: Istituto professionale alberghiero, Formia

Quando: 19 ottobre 2007, ore 9,30

Per informazioni: Clelia Cirillo, Ibaf-Cnr Napoli, tel. 081/5607317, cell. 339/6843140, e-mail cirilloclelia@gmail.com, Giovanna Acampora, Ibaf-Cnr Napoli, tel. 081/5607317, e-mail giovanna.acampora@ibaf.cnr.it

 tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Ottobre/149_ott_2007.htm

 

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Una nuova ‘cura’ per il tumore del bronzo

 

I reperti archeologici una volta venuti alla luce, si coprono di macchie verdi, fino alla totale corrosione. Una molecola organica, messa a punto dall’Ismn del Consiglio nazionale delle ricerche, bloccando  la ‘metastasi’ del male permette di recuperare il manufatto

 

 

Una buona notizia per i restauratori. Presto avranno a disposizione un ‘farmaco’ più efficace per sconfiggere il ‘tumore’ del bronzo, la malattia colpisce soprattutto i reperti archeologici. Una volta venuti alla luce, questi si ricoprono di macchie verdastre che in breve tempo polverizzano il manufatto. I ricercatori dell’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) del Consiglio nazionale delle ricerche hanno progettato, sintetizzato e validato una molecola organica, la DM02, in grado di arrestare il processo di deperimento.

La molecola è stata sintetizzata da Francesco Mingoia e Maria Pia Casaletto.

“Il fenomeno di degrado è causato dal cloruro rameoso formatosi all’interno dell’oggetto nel corso dei secoli” spiega Gabriel Maria Ingo dell’Ismn-Cnr.  “Finché giace nel terreno, il reperto si trova in una condizione di equilibrio chimico - fisico stabilizzatasi nel corso dei secoli. Dopo il rinvenimento, a contatto dell’ossigeno e dell’umidità, subisce alcune reazioni: il cloruro rameoso si trasforma e genera acido cloridrico che attacca nuovamente il bronzo producendo nuovo cloruro rameoso. Se il processo ciclico non viene bloccato, il bene archeologico subisce una progressiva corrosione,  fino alla  definitiva distruzione”.

Per trattare questa tipologia di reperti, attualmente, i restauratori usano il benzotriazolo (Bta) che, oltre a non essere sempre efficace, è sospettato di cancerosità. “In questo tipo di trattamento, l’oggetto rinvenuto viene immerso in una soluzione alcolica riscaldata, con sviluppo di vapori tossici. Tant’è che l’Unione Europea”, commenta il ricercatore, “incoraggia la ricerca di nuovi materiali”. Basta  invece una piccola quantità di DM02 per avere buoni risultati:  l’antidoto  viene spalmato con un pennello direttamente sulla parte ‘malata’ a concentrazioni dalle 30 alla 100 volte inferiori a quelle del benzotriazolo; essendo efficace in piccole dosi, la DM02 assicura anche un minor pericolo di tossicità.

“Il nostro obiettivo è realizzare composti efficienti e non pericolosi per l’uomo, che agiscano attraverso meccanismi nanoscopici completamente diversi”, spiega Ingo, “altrimenti c’è il rischio che nel giro di pochi anni ci troviamo ad essere disarmati di fronte al progressivo degrado del patrimonio archeologico. Sulla base di una vasta esperienza acquisita dallo studio del meccanismo di degrado dei bronzi antichi abbiamo modificato una molecola organica, facendo in modo che essa fosse in grado di agganciarsi alla superficie del manufatto e di bloccare la reattività del cloruro rameoso”. Viene così arrestata ‘la metastasi’ delle pericolose macchie verdastre.

I test condotti da Isabella Maria Pierigè, conservatrice della Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo, e coordinati da Tilde de Caro e Cristina Ricucci dell’Ismn-Cnr,  hanno verificato su alcuni reperti la proprietà ‘curativa’ della DM02. 

“Nel prosieguo delle attività”, conclude il ricercatore,  “si cercherà di incrementare l’efficacia della nuova molecola per l’applicazione anche sugli  argenti archeologici,  definendo il protocollo di impiego per trasferire la scoperta agli utilizzatori finali”.

 

Sono disponibili immagini

 

Roma, 18 ottobre 2007

 

Chi: Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) del Consiglio nazionale delle ricerche.

Che cosa: Nuova molecola contro il ‘tumore’ dei bronzi antichi

Informazioni: Gabriel Maria Ingo, Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) del Cnr, Roma- Montelibretti, tel. 06/90672336, cell. 347/3619471 e-mail: gabriel.ingo@ismn.cnr.it

tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Ottobre/148_ott_2007.htm

 

 

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Mezzogiorno: 111 milioni di euro per la ricerca scientifica

 

Dalla rimodulazione dell’Intesa MUR- CNR fondi per Edilizia, Programmi di Ricerca e Assunzioni di personale

Ci

rca 111 milioni di euro sul piatto, di cui 87 dal MUR e circa 24 dal CNR per il potenziamento della rete scientifica del Mezzogiorno. Finanziamenti che sembravano perduti e che sono stati pienamente recuperati. E una concreta chance di lavoro nelle strutture di ricerca per tanti giovani ricercatori del Sud Italia.

Questo, in sintesi, il risultato definitiva rimodulazione dell’Intesa di Programma MUR-CNR, che prevede fondi cospicui, stanziati dalle parti, per una serie di azioni: importanti interventi di edilizia volti all’insediamento e/o al completamento di aree di ricerca; sviluppo di attività di ricerca nell’ambito di programmi integrati multisettoriali; progetti di sviluppo competenze e di formazione rivolti ai giovani ricercatori operanti nelle strutture di ricerca del Mezzogiorno; inserimento stabile di questi ultimi nelle strutture.

A dare la notizia è il Vice Presidente del CNR, Federico Rossi, che si dice “felice di un risultato che si concretizza dopo vent’anni di stop and go”.

“Credo di poter affermare – ha detto il Vice Presidente – che la decisione del Ministro Fabio Mussi di firmare il decreto (relativo alla Rimodulazione dell’Intesa, ndr) sia di portata storica. Sono trascorsi quattro lustri dalla decisione con la quale il Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) deliberava il primo finanziamento. Per me – ha aggiunto Rossi – il risultato di oggi è motivo di particolare soddisfazione. Già nel 1997, in qualità di consigliere dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione, Università, Ricerca Scientifica e Tecnologica, Luigi Berlinguer, e di Coordinatore della attività di Ricerca, Formazione e Istruzione nel Mezzogiorno, mi impegnai personalmente per la rimodulazione dell’Intesa, che non si concretizzò a causa del cambio di Governo. Colgo l’occasione - ha concluso il Vice Presidente del CNR - per ringraziare il Ministro Fabio Mussi, il cui decreto consentirà sia di valorizzare il territorio del Mezzogiorno d’Italia, sia di creare opportunità e prospettive per tanti giovani ricercatori. Vorrei inoltre richiamare a un particolare impegno gli amministratori degli enti locali delle regioni coinvolte, affinché operino per consentire la presentazione dei progetti edilizi con le relative autorizzazioni entro i 60 giorni previsti dal decreto. Sono profondamente convinto che la costituzione di poli di ricerca nelle regioni del Mezzogiorno rappresenti un’occasione unica per concepire lo sviluppo delle città del Sud Italia secondo i criteri dettati dall’Europa”.

Nel dettaglio si riportano i contenuti dell’Intesa.

EDILIZIA

La rimodulazione dell’Intesa prevede interventi nella regione Puglia, la Regione Campania e la Regione Sicilia. Complessivamente, saranno investiti 84,668  M euro.

Regione Puglia

I fondi disponibili ammontano a oltre 23,4  M euro.

Il primo intervento edilizio programmato è previsto ad Agro Valenzano, per l’Area della Ricerca di Bari. Qui si svilupperà un polo con presenze pubbliche e private dedicate alla ricerca, all’innovazione tecnologica e alla promozione d’impresa. La realizzazione di tale intervento richiederà 22,722  M euro.

 Il secondo intervento, per un costo di oltre 0,7  M euro, riguarderà lavori di completamento edilizio dell’ex Istituto Talassografico di Taranto.

PUGLIA

Totale rimodulato

Quota CNR

Quota MUR

EDILIZIA

Area della Ricerca - Valenzano (Bari)

22,722

16,808

5,914

Ex Ist. Talassografico –Taranto

0,759

0,759

 

Puglia

23,481

17,567

5,914

   Regione Campania

Per la Campania sono resi disponibili 43, 627  M euro.

A Portici sarà realizzato un Polo Agrario presso la facoltà di Agraria, insieme all’Università Federico II, con un costo pari a 6,3 M euro.

A Napoli, tre interventi edilizi. Nella zona del porto, sarà completato il Polo per le Attività Mediterranee (12  M euro). A Fuorigrotta sarà completato il Polo Tecnologico, situato in prossimità della facoltà di Ingegneria (circa 14,9  M euro). Infine, nella zona ospedaliera è previsto l’ampliamento del Polo Biotecnologico di Via Pietro Castellino (oltre 10, 4  M euro).

CAMPANIA

Totale rimodulato

Quota CNR

Quota MUR

EDILIZIA

Polo Tecnologico di Napoli

14,879

 

14,879

Polo Attività Mediterranea – Napoli

12,029

 

12,029

Polo Agrario – Portici

6,301

6,301

 

Ampliamento Polo Biotecnologico Napoli

10,418

 

10,418

Campania

43,627

6,301

37,326

Regione Sicilia

I fondi stanziati ammontano a 17,56  M euro.

Su tutti gli interventi edilizi programmati, avrà priorità il completamento delle opere relative all’Area della ricerca di Catania, con un costo pari a 10  M euro, all’IMETEM (Istituto Nazionale di Metodologie e Tecnologie per la Microelettronica) ( oltre 5,6  M euro) e all’ex IST (Istituto Talassografico) di Messina, oggi accorpato nell’ IAMC (Istituto per l’Ambiente Marino Costiero), per un costo pari a 1,8 M euro.

SICILIA

Totale rimodulato

Quota CNR

Quota MUR

EDILIZIA

Catania - Area della ricerca

10,071

 

10,071

Catania – IMETEM

5,681

 

5,681

Messina (Ist. Talassografico)

1,808

 

1,808

Sicilia

17,56

 

17,56

RICERCA

L’Intesa destina complessivamente 22,7  M euro.

Di questi, 12 milioni di euro saranno utilizzati sia per lo sviluppo di laboratori e lo sviluppo competenze, sia per la formazione di giovani ricercatori.

 In particolare, parte dello stanziamento servirà ad integrare altri fondi aggiuntivi, richiesti al MUR, per l’acquisto e l’allestimento di una nuova nave oceanografica, dopo la tragica perdita, nell’agosto scorso, della nave oceanografica Thetis.

 Altri 10,7  M euro saranno utilizzati per lo sviluppo di programmi e conseguenti attività di ricerca volte alla realizzazione di reti nazionali, con partner esterni, su programmi integrati multisettoriali.

Su questo versante, sono previste attività di ricerca applicata, sviluppo tecnologico e creazione d’impresa, in collaborazione con partner esterni, nel settore dell’uso razionale dell’energia negli edifici – Programma “Uso razionale energia negli edifici” -, includendo le applicazioni di domotica e la connessa attività di formazione. Per tali attività sono stati stanziati 5  M euro.

Altre attività di ricerca riguarderanno l’interazione fra le tematiche agroalimentare, ambiente e salute, ivi inclusi gli aspetti di sicurezza alimentare. Si prevede l’utilizzo di competenze e strumenti di intervento afferenti alle scienze umane con riferimento al concetto dell’identità culturale. Il “Programma Agroalimentare, Ambiente e Salute” per il quale sono stati previsti 5,7 M euro, punterà a valorizzare in modo coordinato alcune vocazioni del Mezzogiorno, fino ad oggi perseguite senza un progetto organico.

RICERCA

Totale rimodulato

Quota CNR

Quota MUR

RICERCA

Programma "Uso razionale energia negli edifici"

5

 

5

Programma "Agroalimentare, ambiente e salute"

5,7

 

5,7

Incremento attrezzature scientifiche, sviluppo competenze e formazione di giovani ricercatori

12

 

12

Totale Ricerca

22,7

 

22,7

 PERSONALE

Sono resi disponibili 3,5  M euro da destinarsi all’inserimento di giovani ricercatori nei laboratori del Mezzogiorno.

PERSONALE

Totale rimodulato

Quota CNR

Quota MUR

PERSONALE

Completamento assunzione personale di ricerca nel Mezzogiorno

3,5

 

3,5

Totale Personale

3,5

 

3,5

Roma, 17 ottobre 2007

 

 

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SHARE: L’ITALIA E IL PIANETA SOTTO OSSERVAZIONE

PER L'INQUINAMENTO ATMOSFERICO 

Nepal, Pakistan, Uganda e Italia,

avviata la rete SHARE per il monitoraggio ambientale in quota  

SHARE vuol dire condivisione. Condivisione di un fenomeno, quello del global change, i cambiamenti climatici e ambientali che avvengono su grande scala.

SHARE è anche l'acronimo di Stations at High Altitude for Research on the Environment, un network internazionale promosso dal Comitato Ev-K2-CNR, in collaborazione con l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) del CNR, che si occupa di monitoraggio climatico, ambientale e geofisico. Nepal, Pakistan, Uganda e Italia stanno già contribuendo al progetto, sotto l’egida di UNEP, WMO, e IPCC, il Comitato Intergovernativo per i Mutamenti Climatici delle Nazioni Unite, recentemente insignito del Nobel per la Pace.

Attualmente le stazioni di monitoraggio ambientale d’alta quota che fanno parte della rete SHARE sono otto, ma il numero è sicuramente destinato ad aumentare nei prossimi anni e ad estendersi ad altri paesi, in considerazione del sempre più riconosciuto ruolo delle aree remote di montagna – il 24% delle terre emerse – quali luoghi fondamentali per lo studio della composizione dell’atmosfera e del clima e dei meccanismi di trasporto degli inquinanti a scala globale, regionale e locale. La più recente delle stazioni installate, sul monte Rwenzori in Uganda, è la prima in assoluto a coprire l’Africa dal punto di vista del monitoraggio ambientale.

Nell’ambito di SHARE, particolare rilievo assume lo studio della “Atmospheric Brown Cloud(ABC), la ‘nube marrone’ che staziona da tempo sopra il Sudest asiatico e l’Oceano Indiano, alterando i parametri meteo-climatici dell’area, con conseguenze gravi per l’ecosistema e l’economia. Lo studio della ABC (parte di un progetto ambientale delle Nazioni Unite che vede tra i suoi padri il Premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen) in Himalaya avviene grazie alla stazione di monitoraggio Pyramid (recentemente denominata Nepal Climate Observatory - Pyramid, NCO-P) posta a 5079 m s.l.m, presso il Laboratorio Osservatorio Piramide sul monte Everest, il laboratorio più alto del mondo.

Dal monitoraggio effettuato, si sono riscontrate, a sorpresa, elevate concentrazioni di Black Carbon e di inquinanti che potrebbero riscaldare l’atmosfera analogamente a quanto avviene con i gas serra, giocando un ruolo importante anche nello scioglimento dei ghiacciai.

Tenendo conto della grande diffusione di Athmospheric Brown Clouds estese verticalmente sull’Asia e l’Oceano Indiano, che abbiamo recentemente osservato, le nostre simulazioni sulla circolazione suggeriscono che le Athmospheric Brown Clouds contribuiscono al riscaldamento regionale della bassa atmosfera quanto il recente aumento di gas serra prodotti dall’uomo. (Nature - Prof. Veerabhadran Ramanathan, Scripps Institution of Oceanography di San Diego USA).

Il trasporto degli inquinanti è particolarmente evidente nella stagione secca e pre-monsonica. E’ stato tra l’altro registrato un intenso trasporto di dust (aerosol minerale) e inquinanti che ha addirittura interrotto il monsone, trasportando alla stazione ABC elevate concentrazioni di dust, ozono e Black Carbon provenienti dal Pakistan e dall'India (è disponibile l'immagine, scattata  dal satellite MODIS, che mostra la nube di inquinanti che ha raggiunto la stazione ABC-Pyramid).

Anche la stazione di monitoraggio italiana della rete SHARE “Ottavio Vittori” del Monte Cimone (stazione dell’ISAC-CNR che sovrasta la Pianura Padana, ospitata dal Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare) ha registrato elevate concentrazioni di Black Carbon e dust. A fine agosto, in aggiunta ad un intenso trasporto di sabbia dal nord dell’Africa, i vasti incendi che hanno interessato per più giorni l'Algeria e la catena dei monti Atlas (ben visibili dalla foto scattata dal satellite MODIS disponibile per i giornalisti) hanno prodotto una nube ricca di particelle carboniose ed altri inquinanti che, muovendosi al di sopra del Mar Mediterraneo verso l'Europa, è stata “intercettata” dalle misure eseguite continuativamente dalla stazione del Cimone.

Questi dati evidenziano come oltre ai fenomeni di inquinamento antropico, anche episodi distruttivi dell'ecosistema terrestre come gli incendi boschivi, possono significativamente alterare la composizione dell'atmosfera ed i processi climatici.

Alle emissioni dovute a simili eventi di origine naturale vanno poi a sommarsi le emissioni di inquinanti dovute ad attività antropiche. Con l'avvicinarsi della stagione fredda, le emissioni dovute al traffico autostradale, agli impianti di riscaldamento e alle attività industriali, tendono a rimanere confinati nei bassi strati dell'atmosfera, formando una “coperta” che, in presenza di condizioni stabili dell'atmosfera può ricoprire vaste aree geografiche.

Tale fenomeno, pur diverso da quello asiatico, ha indotto i ricercatori del Monte Cimone a coniare la definizione di “Po Valley Brown Cloud”.

Infine, la serie di misurazioni metereologiche, effettuate a partire dal 1994, delle stazioni di rilevamento della rete SHARE,  lungo la Valle del Khumbu, versante sud della catena himalayana, attestano un incremento medio di temperatura intorno a un grado per decade. Tali preoccupanti dati trovano riscontri nei dati registrati dai ricercatori cinesi sull’altopiano tibetano, sul versante nord della catena himalayana, dove si misurano un incremento medio della temperatura di 0,324 °C per decade, rilevato a 4.700 s.l.m. sul Plateau tibetano, rispetto ad un aumento di 0,074°C per decade registrato a quota 1100 s.l.m,. Anche il dato ufficiale nepalese del DHM (Department of Hydrology and Meteorology), conferma un aumento della temperatura dello 0.6 °C per decade, anche se a quote più basse.

Il più rapido incremento di temperatura alle quote elevate può avere un molteplice effetto sulla dinamica dei ghiacciai con la rapida fusione del ghiaccio e l’apporto delle precipitazioni in forma liquida anziché solida.

Anche questi dati andranno ad inserirsi in un progetto internazionale GEWEX/CEOP Coordinated and Water Cycle Observation, un sistema di osservazione integrato a livello globale sui bilanci di energia e acqua, fondamentale in ambito scientifico e sociale.

Sono disponibili foto per i giornalisti

Roma, 17 ottobre 2007

Per informazioni: Francesca Steffanoni, Ufficio Stampa Ev-k2-Cnr, tel. 035/3230519, e-mail: francesca.steffanoni@evk2cnr.org, www.evk2cnr.org

 

 

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Quando i geni sbagliano posto

L’IGB-CNR ha identificato il primo caso di difetto nella posizione e nella distanza tra i geni nei malati di ICF, grave immunodeficienza che provoca infezioni, ritardo psicomotorio e mentale e morte. Ma l’osservazione del malposizionamento potrebbe spiegare i meccanismi di altre patologie genetiche e del cancro, offrendo nuovi spunti terapeutici

Non solo l’alterazione del singolo gene, ma anche lo spostamento dei geni può determinare gravi malattie. E’ quanto confermato da una ricerca frutto della collaborazione tra il gruppo di lavoro di Maurizio D’Esposito e Maria Matarazzo dell’Istituto di genetica e biofisica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli (IGB-CNR) e quello di Wendy Bickmore dell’MRC (Medical Research Council) di Edimburgo, realizzata grazie ai finanziamenti di Telethon e della Provincia di Napoli.

“Il nostro genoma è una macchina biochimica di straordinaria complessità e funziona in uno spazio tridimensionale”, spiega la dr.ssa Matarazzo. “Accanto alla sequenza del DNA, esiste un ulteriore repertorio di informazioni, più versatile e complesso, dipendente dall’interazione tra DNA e proteine che, avvolgendosi tra loro, compongono i cromosomi in ogni cellula. Questo codice è detto ‘epigenetico’ e agisce come una serie di manopole che controllano il volume, alzando o abbassando la ‘voce’ dei geni”.  

In questo quadro il gruppo dell’IGB-CNR ha ipotizzato che la posizione e la distanza reciproca dei geni nell’ambito dei cromosomi rappresentino due aspetti cruciali per il loro corretto funzionamento. “Il lavoro congiunto ha condotto all’identificazione del primo caso di un difetto nella posizione e nella distanza reciproca di alcuni geni in pazienti di una malattia genetica umana, la sindrome ICF”, proseguono i ricercatori. “Ciò rappresenta un importante contributo scientifico al chiarimento della patogenesi di tale malattia, le cui conseguenze cliniche sono particolarmente invalidanti”.

Tra i segni clinici della malattia il più peculiare è la grave immunodeficienza causata da una disfunzione delle cellule B del sistema immunitario, le quali rilasciano un livello ridotto di anticorpi nel sangue. Ne consegue, soprattutto nei bambini, un’elevatissima frequenza nel contrarre infezioni che rappresentano la principale causa di morte in questi pazienti. Le altre caratteristiche cliniche sono anomalie facciali, il ritardo psicomotorio e il ritardo mentale.

“Una tale eterogeneità nei sintomi clinici ha finora reso complesso lo studio e la comprensione dei numerosi meccanismi molecolari difettosi in questa patologia genetica”, prosegue il dr. D’Esposito. “I geni per funzionare adeguatamente devono trovarsi in una posizione ad hoc. Nella sindrome ICF abbiamo osservato per la prima volta un malposizionamento di alcuni geni all’interno del nucleo della cellula associato ad una deregolazione dell’espressione degli stessi”.

L’individuazione di tale difetto di posizione dei geni nell’ambito dei territori cromosomici di appartenenza rappresenta un contributo essenziale nello studio non solo dell’ICF ma anche di altre malattie genetiche simili. La scoperta offre inoltre un nuovo paradigma interpretativo per studiare i meccanismi molecolari sottostanti a patologie come la sindrome di Rett o il cancro, alla cui base vi sono perturbazioni dei geni o degenerazione cellulare.

E, ancora più importante, offre nuovi spunti per lo sviluppo di appropriate strategie terapeutiche volte alla ricerca di farmaci che riportino il gene nella ‘posizione giusta’.

Roma, 16 ottobre 2007

Scheda:

 Chi:  Istituto di genetica e biofisica (IGB) del Cnr di Napoli

               Che cosa: identificazione del malposizionamento dei geni all’interno dei cromosomi

              Per informazioni: Maria Matarazzo, IGB-CNR di Napoli, tel. 081/6132426,

              e-mail: mariam@igb.cnr.it

 

 

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Le ricerche sul clima per lo sviluppo dell’umanità

I commenti dal CNR al Nobel per la pace 2007

In occasione dell'assegnazione del premio Nobel per la pace 2007 ad Al Gore e al Comitato Intergovernativo per i Mutamenti Climatici (Ipcc) dell'Onu, il vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche, Federico Rossi, osserva che “l’obiettivo di chi lavora sulle problematiche scientifiche che riguardano i cambiamenti climatici è contribuire allo sviluppo economico e al benessere sociale dell’umanità. In quest’ambito il CNR lavora per fornire risposte attendibili ai responsabili istituzionali, i quali devono assumere importanti decisioni in termini di prossime azioni di mitigazione e di adattamento”.

“L’attenzione del CNR sui temi dell’ambiente parte da lontano, è iniziata durante la presidenza di Guglielmo Marconi e rinnovata nel tempo con la creazione di numerosi Istituti, il varo di programmi finalizzati e strategici”, sottolinea Giuseppe Cavarretta, direttore del Dipartimento Terra e Ambiente del CNR, il maggiore dell’Ente (circa 20% delle risorse finanziarie e di personale). “Le ricerche sul clima hanno conosciuto, negli ultimi decenni, una crescita esponenziale, come pure i finanziamenti ad esse dedicati, che attualmente superano i tre miliardi di dollari a livello mondiale. Lo scopo di queste attività è l’approfondimento delle conoscenze al fine di realizzare previsioni più attendibili e ridurre rischi e danni derivanti dal cambiamento climatico: per i ricercatori si tratta di una della sfide più complesse ed affascinanti”.

In tale ambito, l’ultimo lavoro prodotto dal DTA-CNR è un volume che raccoglie in forma sintetica le ricerche più recenti e in corso svolte dall’Ente, che comprende 205 contributi realizzati da circa 500 ricercatori e tecnici afferenti a 24 Istituti, ed è articolato in sette capitoli che coprono tutte le tematiche climatologiche: modelli, impatto dei cambiamenti, ricostruzione dei climi del passato, metodi di osservazione e misura, processi fisici e chimici, valutazioni socio-economiche, rischi e mitigazione. Il volume è disponibile su web sul sito www.dta.cnr.it.

Roma, 12 ottobre 2007

 

 

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Così si deformano i metalli

Molti materiali, ad esempio i metalli, si deformano plasticamente: sotto l'effetto di una sollecitazione esterna, cambiano irreversibilmente la propria forma, come avviene quando pieghiamo il fil di ferro. Questa proprietà è particolarmente utile perché consente di ottenere facilmente oggetti della forma desiderata. Una ricerca dell’Istituto Nazionale di Fisica della Materia del Consiglio Nazionale di Roma (INFM-CNR), pubblicata sull'ultimo numero di Science, mostra che il processo diviene incontrollabile quando si passa a dimensioni estremamente ridotte, sotto il millesimo di millimetro.

“Per l’esperimento è stato simulato numericamente un campione di cristallo di alluminio di taglia inferiore al micrometro (un micrometro o micron = un millesimo di millimetro)”, spiega Stefano Zapperi dell’INFM-CNR, coordinatore del progetto Europeo TRIGS (Triggering Instabilities in Materials and Geosystems). “Su piccola scala, la plasticità non è più un processo regolare ma diviene intermittente e la deformazione procede con salti casuali e di dimensioni relativamente grandi, che rendono impossibile controllarla con precisione. Tali salti sono dovuti al moto collettivo dei difetti del cristallo e vengono definiti dislocazioni”.

Tramite lo studio di un insieme di dislocazioni interagenti è stato possibile calcolare la distribuzione dei salti di deformazione e determinare la loro dimensione massima. “Essendo  tali salti casuali, la loro dimensione si può descrivere solo in senso statistico, osservandone la distribuzione, cioè la probabilità di trovare un salto di una certa dimensione”, prosegue Zapperi. “Lo studio mostra che questa distribuzione ha un carattere universale e non dipende quindi dal modo in cui il materiale è deformato o dalla struttura cristallina. A partire da questo risultato è stato possibile determinare il limite di formabilità per i metalli cristallini e cioè la scala al disotto della quale non è più possibile controllare la forma assunta dal materiale deformato”.

La comprensione e il raggiungimento di questo limite potrebbe essere utile in futuro nei processi di manifattura dei microchip in cui è necessario deformare dei microcavi al fine di connettere elementi diversi. “Questo perché”, conclude Zapperi  “in un chip abbiamo spesso una serie di cavi collegati in parallelo per trasmettere impulsi elettrici ed è ovviamente molto importante che non si tocchino, come potrebbe accadere se non riusciamo a piegarli in maniera controllata. La scoperta, inoltre, in futuro potrebbe consentire di ridurre le dimensioni dei cavi utilizzati, che al momento sono spessi qualche decina di micron”.

La ricerca è stata realizzata nell'ambito del progetto europeo TRIGS, coordinato dall’INFM-CNR, in collaborazione con l'Università di Edinburgo (Regno Unito) e l'Università di Karlsrhue (Germania) e co-finanziato dall'UE per circa 1,7 milioni di Euro. Il progetto si propone di studiare le instabilità meccaniche nei materiali dalla scala microscopica a quella geofisica.

Roma, 12 ottobre 2007

La scheda

Chi: Istituto Nazionale di fisica della materia  (Infm) – Consiglio Nazionale delle Ricerche

Che cosa: studio sulla formabilità dei materiali cristallini, pubblicato sulla rivista Science

Per informazioni: Stefano Zapperi,  INFM-CNR, tel. 06.49913437, 

e-mail stefano.zapperi@roma1.infn.it

 

 

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Giustizia penale e tecnologie: l’Europa non è “unione”

Uno studio dell’Irsig-Cnr sui sistemi giudiziari e le Ict evidenzia che negli stati membri lo scambio elettronico di informazioni è ancora sporadico e che le nuove tecnologie non sono sfruttate in modo adeguato. Se ne parlerà in un convegno a Bologna

Si svolgerà a Bologna, presso la Facoltà di Scienze Politiche, il 12 e 13 ottobre, la conferenza su "Information and communication technology for the public prosecutor's office" promossa dall’Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari (Irsig) del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna. Il convegno vuole fare il punto sul ruolo e sullo sviluppo delle tecnologie in ambito penale, a conclusione di un progetto di ricerca coordinato dall’Irsig-Cnr, sull’applicazione nei sistemi giudiziari europei delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) per potenziare il livello di contrasto e migliorare l’efficienza operativa.

“In tutta Europa, polizia, uffici di procura, tribunali e sistemi penitenziari sono sottoposti ad un numero crescente di sfide alle quali è sempre più difficile trovare risposte adeguate”, spiega Giuseppe Di Federico, direttore dell’Irsig-Cnr. “Le minacce alla sicurezza e alla convivenza civile portate da terrorismo, criminalità organizzata, microcriminalità, reati finanziari, devono essere affrontate in una fase in cui le risorse pubbliche destinate al comparto non possono aumentare in modo rilevante”.

La ricerca, finanziata dalla Commissione Europea e che ha coinvolto istituzioni in Olanda, Inghilterra e Finlandia, “ha messo in luce come ciascun sistema giudiziario stia sviluppando applicativi e sistemi di interscambio dati in modo indipendente”, spiega Francesco Contini, ricercatore dell’Irsig-Cnr. “Non si sfruttano le conoscenze maturate negli altri paesi europei che hanno raggiunto i risultati migliori, non si riutilizzano gli applicativi già esistenti e, soprattutto, non si stanno creando le basi tecnologiche indispensabili per garantire un interscambio informativo fluido tra le diverse agenzie”.

“Lo scambio di informazioni investigative e giudiziarie tra le autorità dei diversi paesi resta molto limitato e non sistematico”, conferma Marco Fabri, dell’Irsig-Cnr. “Ad oggi esistono solo alcuni progetti pilota di condivisione di informazioni come ad esempio le cosiddette fedine penali”.

La questione è organizzativa e istituzionale. “Lo scambio di dati investigativi richiede rapporti di fiducia tra i diversi sistemi giudiziari, prerequisiti istituzionali che sono ancora da costruire o da rinforzare”, sostiene Di Federico.

Per quanto riguarda il caso italiano, dalla ricerca emerge una situazione molto differenziata. “A fronte di sistemi ministeriali obsoleti, vi sono esperienze di grande interesse, a livello locale”, aggiunge Davide Carnevali, dell’Irsig-Cnr. “Nella Procura di Lecce le tecnologie informatiche permettono di aumentare la condivisione delle informazioni e quindi migliorare il coordinamento tra i Pubblici Ministeri e rendere più efficaci le indagini, soprattutto nel settore della criminalità organizzata”. “L’impiego di tecnologie di analisi linguistica e comprensione semantica (Semantic Intelligence) da parte della Procura di Torino”, conclude Fabri, “dimostra invece come questi sistemi possano dare un contributo investigativo decisivo nei casi in cui debbano essere analizzate grandi quantità di informazioni non strutturate ed eterogenee. Senza queste tecnologie, sarebbe stato impossibile condurre in tempi accettabili alcune tra le più importanti indagini concluse da questa Procura”.

Alla conferenza parteciperanno esponenti UE, pubblici ministeri provenienti da Libano, Egitto, Marocco e Giordania, rappresentanti dell'Onu (UNDP e UNODC), di Europol, di Eurojust e di Eurojustice. Per l’Italia, saranno presenti, tra l’altro, Bruno Tinti, procuratore aggiunto di Torino, e l’on. Giuseppe Gargani, presidente della Commissione affari legali del Parlamento Europeo.

Roma, 11 ottobre 2007

La scheda

Chi: Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari del Cnr di Bologna

Che cosa: Convegno “Information and communication technology for the public prosecutor's office”

Dove: Facoltà di Scienze Politiche, Università di Bologna, Strada maggiore 45 – Bologna

Quando: 12-13 ottobre 2007, ore 9,30

Per informazioni: Giuseppe Di Federico, direttore Irsig-Cnr Bologna, e-mail dif@irsig.cnr.it, Francesco Contini, Irsig, Cnr, tel. 051/2756227, e-mail francesco.contini@irsig.cnr.it, Marco Fabri, Irsig, Cnr, tel.051/2756217, e-mail marco.fabri@irsig.cnr.it

Per saperne di più: www.irsig.cnr.it/JAM

 

 

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I Fenici, “global” ante litteram

Gli studi condotti da Iscima-Cnr sulla scia di Sabatino Moscati hanno messo in luce il carattere ‘panmediterraneo’ di questo popolo. Dalla libanese Sidone alla sarda Pani Loriga, gli archeologi del Cnr svelano i rapporti con le etnie locali

La cultura dei Fenici, grandi ‘navigatori’ del Mediterraneo non era ‘monolitica’, ma sfaccettata e frutto dell’interazione con i popoli con cui essi vennero in contatto. Come nel caso della popolazione sarda, partecipe sin dalla metà dell’VIII secolo a. C. della vita sociale della colonia fenicia. A delineare questo nuovo aspetto e il rapporto ‘dare-avere’ della gente fenicia con le altre civiltà, sono alcune ricerche dell’Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico (Iscima) del Consiglio nazionale delle ricerche, presentate oggi nel convegno: “Nuove luci sul Mediterraneo” in occasione del decennale della morte di Sabatino Moscati.

Massimo studioso della civiltà-fenicio punica, fondatore nel 1969 di un Istituto del Cnr poi confluito nell’Iscima, negli anni ’60 Moscati mise a fuoco una popolazione fino ad allora ricondotta, in maniera semplicistica dall’archeologia classica e biblistica, ai pagani dell’Antico Testamento e ai nemici di Roma. Moscati ne ricercò in Oriente e in Occidente le tracce, gli itinerari di espansione, gli insediamenti e le varie manifestazioni.

“Se in quegli anni le indagini miravano a precisare rigidamente l’identità, dei Fenici, a distanza di quasi mezzo secolo lo sviluppo degli studi segue una logica più dinamica, privilegiando l’interazione tra i popoli”, spiega Paolo Xella dell’Iscima-Cnr. “In parallelo con le ricerche avviate nella Penisola Iberica, in Sardegna sono stati avviati gli studi nel Sulcis e nell’Oristanese. Nel primo caso le indagini al tofet (luogo di sepoltura) di Sant’Antioco hanno evidenziato strette relazioni con i sardi, come dimostrato anche dalle ricerche avviate al Nuraghe Sirai e a Monte Sirai, dove la compresenza di elementi fenici e indigeni è attestata anche per il VII e il VI sec. a.C. Nell’Oristanese, le evidenze di Monti Prama, alle spalle di Tharros, sono un importante indizio delle interazioni tra le comunità sarde e il mondo fenicio, portatore di nuovi stimoli culturali, ma anche di forti spinte di rinnovamento sociale”.

Nell’isola di Mozia, in Sicilia, gli scavi nel locale tofet hanno fornito un contributo fondamentale per la comprensione del rito del sacrificio di bambini. I dati hanno infatti dimostrato che la presenza di corpi di neonati nei tofet non è legata all’usanza di bruciare i bambini morti alla nascita, ma a una deliberata offerta di esseri umani alla divinità, legata a fasi di particolari crisi di carattere pubblico e privato. Le uccisioni erano comunque limitate a un paio all’anno.

La civiltà fenicia, nelle sue manifestazioni ‘panmediterranee’ viene “monitorata” dall’Iscima-Cnr attraverso casi-campione che vanno dalla fenicia Sidone alla sarda Pani Loriga, dal santuario di Althiburos, nel cuore della Tunisia, alle manifestazioni neo-puniche tarde dei siti algerini.

Roma, 11 ottobre 2007

La scheda

Che cosa: Convegno: “Nuove luci sul Mediterraneo” in occasione del decennale delle morte di Sabatino Moscati

Chi: Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico (Iscima) del Cnr, Roma- Montelibretti

Quando: 11 ottobre, ore 9.30

Dove: Roma, aula Marconi del Cnr, piazzale Aldo Moro, 7

Per informazioni: dr. Paolo Xella, Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico (Iscima) del Cnr, Roma -Montelibretti, tel. 06/90672326, cell. 399/5673261, e-mail: xella@mlib.cnr.it

 

 

 

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Il Cnr: soddisfazione per il Nobel a Capecchi

"Non può che essere fonte di compiacimento rilevare che oltre a Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco, un altro Premio Nobel ha lavorato nelle nostre strutture. E' un messaggio forte di speranza anche per tanti giovani ricercatori che lavorano con passione e dedizione"; questo il commento del prof. Federico Rossi, vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, alla notizia che il premio Nobel per la Medicina 2007 è stato assegnato a Mario Renato Capecchi, che è stato uno dei fondatori del Campus "Adriano Buzzati-Traverso" del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Monterotondo.

"E' anche dalle scoperte sulle cellule embrionali del prof. Capecchi che è partita la grande rivoluzione genetica che nei prossimi anni ci consentirà di realizzare 300.000 mutanti di topo, inserendo mutazioni in ogni possibile gene dei topi e coprendone così l'intero genoma”, prosegue Rossi. “Questa colossale impresa è possibile solo grazie allo sforzo congiunto di una rete di laboratori impegnati nella ricerca genetica che comprende appunto l'Istituto di Biologia Cellulare del CNR diretto dal prof. Glauco Tocchini Valentini, EMMA (European Mutant Mouse Archive), EMBL (European Molecular Biology Laboratory), ICGEB (International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology) di Trieste. Queste informazioni preziose confluiscono poi negli archivi della grande struttura di Fimre (Federation of International Mouse Resources) permettendo agli scienziati di studiare le funzioni dei diversi geni in un organismo vivente, riprodurre le condizioni patologiche della specie umana, e accelerare la sperimentazione di farmaci destinati a combattere le piu' diverse malattie".

Roma, 8 ottobre 2007

  

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