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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito.  Il sito del CNR  ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html

 

COMUNICATI:

Ricerca scientifica per la lotta alla fame in Africa

Lazio: uno su cinque è povero

Un superfiltro contro gli odori nocivi in cucina

2007, medaglia di bronzo per l'anno più caldo

Dai nuovi materiali un aiuto alla riabilitazione

Tutti i numeri della ricerca

Napoli da sotto in su

Una nuova tomografia elettrica per i tesori nascosti

una rete aperta contro il digital divide

Parkinson: a disposizione dei malati farmaci mirati

Lotta all'inquinamento in Cina tra luci ed ombre

ESI 2007: la scala che aiuta a "prevenire" i terremoti

 

COMUNICATO STAMPA -  Ricerca scientifica per la lotta alla fame in Africa: Rossi, CNR: “Organizzare un coordinamento programmatico territoriale”

 

Nell’operare per risolvere il problema della fame nel mondo occorre “superare l’episodicità degli interventi e organizzare un coordinamento programmatico attraverso reti territoriali di cooperazione,  così da aiutare in modo sistematico   tutti i paesi in via di sviluppo,  in funzione  delle loro esigenze più strette”. Così il Vice Presidente del CNR, Federico Rossi, nell’ambito del Convegno dal titolo “La  ricerca e il CNR per la lotta alla fame in Africa”, promosso dal  maggior Ente di Ricerca in Italia in occasione delle celebrazioni della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, indette dalla FAO. Al convegno hanno partecipato illustri personalità, quali Madame Fatouma Mireille Ausseuil, Ambasciatrice del Niger, e Gian Tommaso Scarascia Mugnozza, Presidente dell’Accademia Nazionale delle Scienze,  detta dei XL, esperti della cooperazione internazionale, quali Fabio Bonanno, portavoce della Viceministra degli Esteri Patrizia Sentinelli, con delega alla cooperazione  internazionale e all’Africa sub-sahariana. E ancora, Keith Cressman, rappresentante FAO del programma EMPRES (Emergency Prevention System), oltre al Direttore del Dipartimento Agroalimentare del CNR, Alcide Bertani,  ad alcuni Direttori di istituti del CNR e ricercatori – Franco Prodi, Direttore  dell’Istituto delle Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR (ISAC), Giampiero Maracchi, direttore dell’Istituto di Biometereologia  del CNR (IBIMET), Andrea Di Vecchia, ricercatore  dell’IBIMET esperto   di cooperazione -  .

 “La ricerca scientifica – ha affermato il Vice Presidente del CNR,  Professor Federico Rossi,  deve dare risposte ai bisogni  emergenti della collettività. Il problema della malnutrizione, che quotidianamente colpisce 850 milioni di persone  nel mondo, è un’ istanza drammaticamente urgente a cui la  scienza deve tentare in ogni modo  di   offrire   soluzioni. Molti passi sono stati fatti, molti progetti  sono stati avviati.  In particolare, il   Consiglio Nazionale delle Ricerche da anni ha indirizzato  sempre più la propria attività di ricerca  verso l’individuazione  di risposte globali alle sfide che la crescente precarietà  del pianeta impone. L’Ente è oggi impegnato in progetti  di cooperazione internazionale, con una serie di attività che vanno dallo sviluppo  di tecnologie di rilevante impatto socio-economico in settori critici dei PVS, quali acqua, cibo, energia, medicina, alla stipula di Accordi bilaterali di cooperazione Scientifica e Tecnologica con Enti omologhi stranieri  per il finanziamento di progetti comuni di ricerca. Nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, il CNR ha promosso anche una serie di iniziative mirate a sensibilizzare i giovani sull’importanza della ricerca quale strumento di risposta ai problemi ed alle disuguaglianze che affliggono il pianeta”.

“Il problema della sicurezza alimentare mondiale, intesa come capacità di approvvigionamento adeguato di alimenti – ha affermato il Direttore del Dipartimento Agroalimentare del CNR, Alcide Bertani - potrebbe proporsi in tutta la sua complessità in futuro, visto sia l’aumento demografico mondiale, sia l’aumento di consumi alimentari dovuti ad un miglior tenore di vita, di grandi paesi (Cina, India), fino a qualche tempo fa considerati in via di sviluppo, sia a seguito della tendenza di utilizzo di una parte non irrilevante della produzione agroalimentare per la produzione di bioenergia. La superficie coltivabile del pianeta - ha ricordato inoltre Bertani - è in costante diminuzione a causa di urbanizzazione, desertificazione e inquinamento, e i già registrati aumenti nei fenomeni di siccità, salinizzazione, allagamenti e dilavamenti dei suoli, comparsa di parassiti con aumentata virulenza, tutti aspetti di un ambiente che cambia, iniziano e potranno avere grandi riflessi negativi  sulla produttività e qualità dei prodotti alimentari.

Il mantenimento, la conoscenza e la valorizzazione della biodiversità – questo il senso dell’intervento del professor Gian Tommaso Scarascia Mugnozza – costituisce un formidabile strumento  per dare risposte concrete a quei paesi nei quali alle difficoltà endemiche di nutrizione si aggiunge la frequenza di catastrofi naturali, che aggravano  condizioni di vita già molto critiche. Dopo lo tsunami di tre anni fa nell’oceano indiano – ha ricordato il professor Scarascia Mugnozza - grazie alla ricerca scientifica furono individuate dieci varietà di riso capaci di attecchire su terreni intrisi di acqua salata, consentendo così di assicurare  cibo alle popolazioni.

Fabio Bonanno, portavoce della Vice Ministra agli Esteri, Patrizia Sentinelli, ha evidenziato come “la cooperazione italiana abbia  considerevolmente rafforzato  il proprio impegno  nel settore della sicurezza alimentare e della malnutrizione, agendo sia in via bilaterale che in collaborazione con le organizzazioni del Polo agro-alimentare dell’Onu, con sede a Roma”. Ha inoltre auspicato che i governi comprendano “che la ricerca non è semplice accademia ma, al contrario, ne percepiscano i suoi  prodotti quali mezzi fondamentali  a disposizione della società”.

L’ambasciatrice del NIGER, Madame Fatouma  Mireille Ausseuil, ha espresso i ringraziamenti alla cooperazione italiana e al CNR, ricordando il “caso più significativo di eccellente cooperazione rappresentato dal programma comunemente denominato “Progetto Keita”, avviato 25 anni fa. Uno dei meriti del Progetto Keita – ha concluso l’Ambasciatrice - sta nel fatto che azioni come  la lotta contro la desertificazione, i cambiamenti climatici, la biodiversità  sono stati affrontati assai prima della Conferenza di Rio del 1992 e delle Convenzioni che ne sono scaturite”.    

 

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Lazio: uno su cinque è povero

Un’indagine dell’ISTC-CNR rileva una povertà media del 21,8% nella regione, e una povertà soggettiva del 54.3%. Solo un decimo del campione non ha preoccupazioni. Le donne particolarmente colpite

L’incidenza della povertà relativa nel Lazio è pari al 21,8%. Colpisce dunque una famiglia su cinque, con punte fino al 42% delle famiglie numerose. Questo dato riassume in modo emblematico i risultati dell’indagine “Povertà e indebitamento delle famiglie nel Lazio”, realizzata dai ricercatori dell’Evaluation Research Group (ERG) dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche, su incarico dell’Assessorato alla Tutela dei consumatori e semplificazione amministrativa della Regione Lazio.

I dati appaiono ancor più eclatanti se si considerano quelli dell’Istat relativi al 2006, secondo cui l’incidenza della povertà è pari al 7% nel Lazio e all’11.1% sul territorio nazionale. La rilevazione del CNR, effettuata tra aprile e giugno 2007 su un campione di 2000 soggetti, indica dunque un’incidenza tripla nella Regione, a distanza di un anno circa, e doppia rispetto a quella nazionale.

“Non è possibile un confronto diretto tra le due misurazioni per lo scarto temporale e la differenze nelle metodologie utilizzate”, avverte Antonella Rissotto dell’ISTC-CNR. “L’Istat, infatti, stima la povertà relativa sulla base della spesa familiare, mentre nel nostro studio le soglie sono calcolate a partire dal reddito dichiarato dalle persone intervistate”.

La situazione appare ancor più drammatica se si passa alla povertà soggettiva; dall’indagine dell’ISTC-CNR emerge che questa ha un’incidenza complessiva nel Lazio pari al 54.3%, con una percentuale del 66% tra i single. La percentuale di residenti nella regione che si sentono poveri decresce progressivamente passando dalle famiglie formate da due componenti (51,7%), a quelle con tre componenti (51,9%), tocca il valore minimo in quelle formate da quattro componenti (47,1%) e aumenta nuovamente in quelle con 5 o più componenti (59,7%).

Sono dunque soggettivamente poveri, ancorché non lo siano oggettivamente, il 34,5% dei cittadini laziali, ben uno su tre, mentre uno su cinque (il 19,8%) lo è sia oggettivamente sia soggettivamente. “Tra questi ‘consapevolmente’ poveri prevalgono la popolazione femminile (65,8%) e i soggetti tra i 45-54 anni, le persone non occupate, con bassi livelli di scolarità, che non posseggono una casa di proprietà, che ritengono la situazione economica peggiorata negli ultimi 12 mesi”, osserva Angelita Castellani dell’ISTC-CNR, “e hanno una visione pessimistica del futuro”.

Anche il gruppo di chi in base al reddito non verrebbe classificato povero, ma si percepisce tale, coinvolge in particolare le donne (57.3%), le persone con titolo di studio medio basso, i lavoratori atipici e coloro che non possiedono una casa di proprietà.

Tra gli altri dati di maggiore interesse è da segnalare che nel Lazio il reddito medio ammonta a 1038,09 euro; quello degli uomini è in media 1288,67, quello delle donne in media è 809,09 euro. I lavoratori indipendenti dispongono del reddito medio maggiore (1872,67 euro).

Il 66,6% del campione possiede una casa di proprietà; il 25,5% vive in affitto. Mutuo e affitto incidono rispettivamente per il 30% e il 33% del reddito familiare disponibile.

Negli ultimi 12 mesi ha fatto richiesta di credito con esito positivo il 15,7% del campione; il 2,6% ha visto respinta la richiesta. Il credito viene concesso in misura maggiore alle famiglie collocate al di sopra della soglia di povertà (83,3%). Un altro dato interessante è che i giovani dai 18 ai 24 anni si rivolgono in misura maggiore degli altri ad amici per ottenere sostegno di tipo economico.

Le difficoltà e le problematiche che le famiglie devono affrontare non fanno riferimento alla sola dimensione economica”, conclude Antonella Rissotto. “Dalla ricerca emerge che gli individui si confrontano soprattutto con problematiche lavorative (31,2%), con la gestione delle spese correnti (29,6%), con l’accesso ai servizi sanitari e sociali (11,3%), con problematiche abitative (6,1%), e infine con il debito (4,8%)”. Solo il 10,4% degli intervistati dichiara di non avere nessun tipo di preoccupazione.

Roma, 11 dicembre 2007

La scheda:

Che cosa: Conferenza Stampa di presentazione dell’indagine “Povertà e indebitamento delle famiglie nel Lazio”, realizzata dai ricercatori dell’Evaluation Research Group (ERG) dell’ISTC-CNR

Dove: Roma, ISTC-CNR, Via san Martino della Battaglia, 44

Quando: 11 dicembre 2007

Per informazioni: Antonella Rissotto, ISTC-CNR tel.  06/4993.6237 

e-mail antonella.rissotto@istc.cnr.it; Angelita Castellani, ISTC-CNR, tel.06/4993.6212, e-mail angelita.castellani@istc.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/166_DIC_2007.HTM

 

 

 

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Un superfiltro contro gli odori nocivi in cucina

Messo a punto, dal team Isidra dell’Icb-Cnr, un sistema filtrante che abbatte le sostanze maleodoranti e

nocive prodotte dal riscaldamento dei grassi di cottura. Evidenti i benefici per la nostra salute e notevoli i vantaggi anche per la cucina domestica, la ristorazione e per la grande distribuzione alimentare

 

Mai più odore di fritto, sgradevole e per giunta tossico, con il filtro di ultima generazione ideato da Isidra, un team di ricercatori dell’Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Padova (Icb-Cnr), dell’università di Padova e della società Exenia. Il nuovo sistema filtrante, per il quale è stata di recente depositata domanda di brevetto, sarà in grado di eliminare quelle sostanze maleodoranti e nocive prodotte dalla degradazione dei grassi alimentari e che conferiscono al cibo il caratteristico sapore di rancido.

“E’ noto che, esponendo all’aria una fettina di carne o scaldando l’olio in padella”, dice Andrea Guiotto dell'Icb-Cnr, “i grassi alimentari subiscono un processo di ossidazione nel quale le molecole dei grassi insaturi si rompono, generando altre molecole più piccole e potenzialmente pericolose per la nostra salute”. Come l’aldeide ‘acroleina’, tipica sostanza tossica da frittura che si forma per decomposizione del glicerolo ad una temperatura specifica per ogni olio e nota come ‘punto di fumo’. “Questa molecola non ha solo un odore acre e pungente”, prosegue il ricercatore, “ma è causa di irritazione delle mucose, dermatiti ed è da tempo sospettata di provocare danni irreversibili all’apparato respiratorio umano oltre all’aumento dell’incidenza di tumori negli animali ad essa esposti. Filtri come quelli ai carboni attivi, attualmente in uso nelle cucine domestiche o nei ristoranti, assorbono queste sostanze in modo reversibile, con potenziale rischio di rilascio delle stesse”. Inoltre il nuovo sistema, eliminando altre aldeidi imputate ‘solo’ dell’odore sgradevole dei cibi freschi confezionati, contribuirebbe a ridurre notevolmente i costi di stoccaggio, e quindi di vendita, di questi ultimi.

 “La nostra idea, sviluppata nell’ambito di un progetto di ricerca libera del Cnr, nasce da uno studio sulle proprietà antiossidanti della carnosina, una sostanza formata da due amminoacidi, e dei suoi analoghi sintetici”, spiega Guiotto. “Tra questi, l’istidil idrazide ha rivelato una elevata capacità di fissare in modo irreversibile l’acroleina e le altre aldeidi prodotte, appunto, dalla decomposizione ossidativa e/o termica dei grassi insaturi. Abbiamo, quindi, ottenuto il nuovo sistema filtrante brevettando la chimica necessaria a fissare questa molecola su supporti polimerici, come la cellulosa, compatibili con l’impiego in campo alimentare ed utilizzabili sotto forma di pads assorbenti”.

Gli evidenti vantaggi - migliore conservazione per gli alimenti freschi, maggiore sicurezza nell'ambiente di lavoro, minor utilizzo di oli per cottura (che manterrebbero più a lungo le proprietà) - potranno riguardare sia la grande distribuzione (packaging per la conservazione di carni, pesce, ecc.), sia l’utenza domestica e la ristorazione (fast food, ristoranti, friggitorie), sia una nuova linea per cappe aspiranti, friggitrici e pellicole per alimenti.

 

Roma, 7 dicembre 2007

La scheda

 

Chi: Istituto di Chimica Biomolecolare (ICB),CNR Padova

Che cosa: messa a punto di un sistema filtrante per l’abbattimento delle sostanze sgradevoli e tossiche prodotte dalla degradazione dei grassi alimentari.

Per informazioni: Andrea Guiotto, Istituto di Chimica Biomolecolare (ICB) del CNR, Padova, tel. 049/8275270, e-mail andrea.guiotto@unipd.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/165_DIC_2007.HTM

 

 

 

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2007, ‘medaglia di bronzo’ per l’anno più caldo

La banca dati dell’Isac-Cnr ha inserito l’anno ormai al termine al terzo posto per le temperature più alte degli ultimi 208 anni. Il record rimane al 2003. Ma il 2007 segna il primato assoluto nel Nord Italia

 
Con il mese di novembre si chiude, dal punto di vista meteorologico, il 2007, che per l’Italia si posiziona al terzo 
posto nella classifica degli anni più caldi degli ultimi due secoli. Il più caldo in assoluto – conferma l’Istituto di 
Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (Isac-Cnr) - resta pertanto 
il ‘memorabile’ 2003, che ha fatto segnare un’anomalia di 1.6 gradi sopra la media del periodo di riferimento 
convenzionale (1961-1990), seguito dal 2001 con 1.5 gradi, mentre il 2007 ha nel complesso fatto segnare
 uno scostamento di +1.4°C rispetto alla media del 1961-1990. Ricordiamo che l’anno più freddo dal 1800 ad 
oggi resta il 1816 (-2.3°C).
Ad avere ‘alzato’ fino alla ‘medaglia di bronzo’ del riscaldamento il 2007 sono state le medie dell’inverno 
2006-2007 (il trimestre da dicembre a febbraio), che con un’anomalia positiva di +3,1 °C si è classificato 
al primo posto nel periodo coperto dalla banca dati Isac-Cnr, e della primavera (da marzo a maggio), anch’essa 
la più calda degli ultimi due secoli, con +2.3°C. 
“In effetti questo è stato un anno molto caldo, soprattutto perché è cominciato con due stagioni caratterizzate 
dalle temperature medie maggiori in assoluto degli ultimi due secoli, mentre è proseguito con un'estate calda, 
ma non da record: la nona dal 1800 ad oggi”, dichiara Teresa Nanni dell’Isac-Cnr dopo l’aggiornamento a tutto 
novembre della banca dati dell’Istituto, che ora copre un periodo di 208 anni. 
Il 2007 si è poi concluso con una stagione autunnale (che meteorologicamente va da settembre a novembre) 
abbastanza fredda, di 0.4 gradi sotto la media del periodo di riferimento 1961-1990, che ha determinato il 
risultato finale del terzo posto nella graduatoria. Negli ultimi 208 anni monitorati dall’Isac-Cnr, l’autunno 2007 si
colloca al 104° posto, mentre il più caldo è quello del 1926, con un’anomalia di +1.9°C, e l’autunno più freddo 
si è avuto nel 1835, con uno scostamento dalla media di -3.7 °C. 
“Va segnalato però che, se si considera solamente l'Italia settentrionale, il 2007 raggiunge il primato del 2003:
 entrambi gli anni presentano un’anomalia di +2°C. Il record 2007 al Nord è dovuto soprattutto ad un inverno e a
 una primavera che, nel Settentrione, sono stati ancor più eccezionali che al Sud, con anomalie rispettivamente 
di +3.4 e +3.5 °C”, evidenzia la ricercatrice. 
“Nel complesso, questo anno, con piovosità del 16% inferiori alla media del periodo di riferimento, risulta tra 
i 20 più secchi degli ultimi due secoli, che si collocano quasi tutti prima del 1970 (tranne il 1989, 1981, 2001 
ed ora IL 2007)”, conclude Teresa Nanni. “Nel 2007 le precipitazioni, se si eccettua il mese di giugno, sono 
state sempre piuttosto scarse, in particolare nei mesi di luglio e gennaio, durante i quali sono risultate essere 
di oltre il 60% inferiori alla media 1961-1990”. 

Per ulteriori dettagli si rimanda al sito http://www.isac.cnr.it/~climstor/climate_news.html.

 

Roma, 6 dicembre 2007

 

La scheda

Chi: Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima del Cnr (Isac-Cnr) di Bologna

Che cosa: dati climatici anno 2007 relativamente alla banca dati degli ultimi due secoli

Per informazioni: Teresa Nanni, Isac-Cnr, Bologna - tel. 051.6399624 – 347.2525416; e-mail: t.nanni@isac.cnr.it; Michele Brunetti, Isac-Cnr, Bologna – tel. 051.6399623 e-mail: m.brunetti@isac.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/164_DIC_2007.HTM

 

 

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Dai nuovi materiali un aiuto alla riabilitazione

 

Le ortesi e gli ausili innovativi realizzati dallo Ieni-Cnr sono il risultato di un intenso lavoro triennale svolto nel contesto del progetto Hint@Lecco. Il progetto, riunendo i centri di eccellenza  dell’area del lecchese, ha favorito l’integrazione tra ricerca avanzata, tecnologia e medicina riabilitativa

 

Coadiuvare il lavoro del fisioterapista con dispositivi tecnologici avanzati diventa sempre di più una concreta possibilità, grazie ai passi avanti compiuti dalla ricerca nell’ambito dei nuovi materiali. Esercitatori per la mano che prolungano le sessioni fisioterapeutiche anche a casa, posizionatori per il gomito che eliminano gli effetti negativi determinati dall’immobilità cui le tradizionali ortesi rigide costringono il braccio: sono alcuni degli strumenti riabilitativi che l’Istituto per l’energetica e le interfasi (Ieni) del Cnr di Lecco ha realizzato nel contesto più generale di HINT@Lecco (Health Innovation Network Technology).

Il progetto di ricerca, che riunisce centri di eccellenza del territorio lecchese e mira ad integrare ricerca biomedica e studi tecnologici, conclude la sua attività triennale il 29 e 30 novembre a Lecco e Bosisio Parini con un seminario e un workshop nei quali si discute sulle potenzialità delle nuove tecnologie in ambito diagnostico e terapeutico.

Esempio significativo dei prodotti derivanti dalla ricerca svolta da HINT@Lecco sono proprio le ortesi e gli ausili messi a punto dallo Ieni-Cnr e illustrati nel corso della ‘due giorni’. “La caratteristica fondamentale dei nostri prodotti”, spiega Stefano Besseghini dello Ieni-Cnr, “è la  loro fabbricazione con materiali funzionali, in grado di rispondere in maniera autonoma, decisamente non comune ma altamente ripetibile, a opportuni stimoli esterni. In particolare, abbiamo utilizzato leghe metalliche con caratteristiche di memoria di forma e pseudoelasticità, polimeri a memoria di forma, ossia classi di sostanze in grado di recuperare una forma preimpostata per effetto del semplice cambiamento di temperatura o dello stato di sollecitazione applicato. Proprietà che forniscono risorse innovative adattabili alle caratteristiche anatomiche dei pazienti. Così, ad esempio, il nostro ‘Esercitatore per la mano’, realizzato con leghe a memoria di forma, garantisce una costante mobilità articolare della mano in  pazienti che hanno subito lesioni al sistema nervoso centrale, assicurando in tal modo continuità al trattamento terapeutico”.

Con un sistema simile, sempre basato sulle leghe a memoria di forma, SHADE, un’ortesi attiva per la caviglia, permette, rimanendo seduti, di esercitare il movimento del piede.

Tra le altre ortesi sviluppate, molto valida dal punto di vista terapeutico è la gomitiera pseudoelastica EDGES, che applica una forza estensoria costante provocando una graduale estensione del braccio. “Il vantaggio rispetto ai posizionatori tradizionali è duplice”, precisa Besseghini, “anziché immobilizzare il gomito in posizioni sempre più estese come fanno le ortesi attuali, EDGES lascia libero il movimento evitando sensazioni dolorose. Inoltre, essa produce i suoi effetti in maniera continua e graduale adattandosi alle condizioni in evoluzione del paziente”.    

Ancora in fase di ottimizzazione è il manicotto Small-C indicato per le donne che hanno subito una mastectomia radicale. “Questo intervento chirurgico”, precisa Besseghini, “provoca, in seguito all’asportazione dei nodi linfatici dall’ascella, un gonfiore del braccio che va ridotto rapidamente per evitare complicazioni. Utilizzando il manicotto, che sfrutta le leghe a memoria

 

 

di forma, sarà possibile generare un massaggio a spirale che spinge attivamente il fluido lungo l’albero linfatico, evitando che si accumuli negli spazi interstiziali e dia origine all’edema”.

 

Roma, 28 novembre 2007

 

La scheda

Che cosa: Seminario e workshop di chiusura del progetto HINT@Lecco

Chi: Istituto per l’energetica e le interfasi del Cnr di Lecco, Istituto scientifico ‘E. Medea’, Ospedale di riabilitazione Valduce-Villa Beretta, Polo regionale di Lecco del Politecnico di Milano, UniverLecco, Fondazione Cariplo

Quando: 29 e 30 novembre

Dove: Aula C1.2 Polo regionale di Lecco e Irccs ‘E. Medea’, Bosisio Parini (Lecco)

Info: Stefano Besseghini, tel. 0341/499181, e-mail: s.besseghini@ieni.cnr.it

tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/163_NOV_2007.HTM

 

 

 

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Tutti i numeri della ricerca

 

I dati raccolti dal Ceris-Cnr fotografano luci e ombre nel sistema italiano. Risorse finanziarie e umane nel comparto R&S e i brevetti ci vedono lontani dai Paesi avanzati, anche se in crescita sul piano delle pubblicazioni

 

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha realizzato un agile data book, dal titolo ‘Scienza e tecnologia in cifre. Statistiche sulla ricerca e sull'innovazione’, che raccoglie i principali indicatori relativi all’impegno italiano e internazionale in ricerca e sviluppo (R&S): risorse finanziarie ed umane, pubblicazioni, brevetti, import-export, high-tech, innovazione, ricadute a livello economico e produttivo.

“Il sistema scientifico italiano soffre ancora per l’insufficiente livello di stanziamenti”, sostiene Secondo Rolfo, direttore dell’Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (Ceris) del Cnr di Torino: 15.252 milioni di euro complessivi tra comparto pubblico e imprese (dati 2004) pari all’1,1 % del Prodotto interno lordo. Una cifra che colloca l’Italia al nono posto tra i paesi Ocse, Cina e Israele: al primo posto della graduatoria compaiono gli Stati Uniti con 312,5 miliardi di dollari Usa (a parità di potere di acquisto), seguono con 118 il Giappone e la Cina con 94, Germania (59,2) Francia (38,9) e Regno Unito (32,2), Corea (28,3), Canada (20,8). Nel 2004 si segnala comunque un aumento rispetto al 2003 dell’1,2 per cento, dopo una generale diminuzione negli anni novanta.

L’1,1% come rapporto R&S/Pil assegna all’Italia l’ultimo posto nei Paesi Ocse, Cina e Israele, a pari merito con la Spagna: nella graduatoria, Israele è al primo posto con il 4,4%, la Svezia investe il 4,0%, la Finlandia il 3,5%, il Giappone 3,2%, la Svizzera e la Corea il 2,9%. Gli altri paesi oscillano tra il 2,7% degli Stati Uniti e l’1,2% dell’Irlanda.

Sia come valore assoluto, sia come incidenza percentuale, le risorse finanziarie impegnate nelle attività di R&S collocano insomma l’Italia nella fascia medio-bassa dei paesi industrializzati, molto lontano dal 3% del Pil proposto a Lisbona come obiettivo della politica comunitaria tesa a fare dell’Unione la prima economia al mondo basata sulla conoscenza.

La spesa complessiva per R&S intra-muros, cioè svolta da imprese private, istituzioni pubbliche e istituzioni non profit al proprio interno, con proprio personale e con proprie attrezzature, nel 2004, è sostenuta per il 47,8 % dalle imprese (7.293 milioni di euro) e per il 32,8 % dalle università (5.004 milioni di euro). Più contenuto il peso delle altre istituzioni pubbliche e del non profit, rispettivamente con il 17,8% e l’1,5% per cento.

In Italia la spesa delle imprese in ricerca rappresenta lo 0,53% del Pil, dunque circa la metà dello sforzo complessivo nel comparto. Ma si posiziona molto distante da quella delle imprese degli altri paesi Ocse, Cina e Israele. Sempre in rapporto percentuale al Pil è Israele con il 3,25 a occupare la prima posizione; seguono Svezia e Finlandia rispettivamente con 2.93 e 2,42. Prima di noi Germania con l’1,75, Danimarca (1,69), Austria (1,51) e Francia (1,34), ma anche Cina (0,82), Irlanda (0,78) e Spagna (0,58).    

A livello locale, osservando i dati sulla spesa, al primo posto compare il Nord-ovest con il 36,9 % della spesa complessiva, seguito dal Centro (26,6%), dal Nord-est e dal Mezzogiorno (rispettivamente 18,3% e 18,2 %). L’investimento in R&S delle imprese è concentrato per più della metà (54,9 %) nel Nord-ovest. Le differenze territoriali si attenuano considerando la spesa per ricerca sostenuta dagli altri settori: il 57,3 per cento dell’attività di ricerca delle istituzioni pubbliche si svolge infatti nell’Italia centrale (in particolare nel Lazio) e il 30,7 per cento di quella universitaria nel Mezzogiorno.

Nel 2004, il personale italiano impegnato in attività di ricerca è pari a 164.026 unità a tempo pieno, di cui 72.012 ricercatori, con un aumento dell’1,4 % rispetto all’anno precedente. Confrontando questi numeri con quelli internazionali vediamo gli Stati Uniti al primo posto con circa 1.335 migliaia di ricercatori (in equivalente tempo pieno) e, tra i paesi europei, la Germania con 270,7 mila: cioè quattro volte l’Italia. Paesi di dimensioni molto ridotte, in termini di popolazione, rispetto all’Italia, come Svezia, Finlandia e Paesi Bassi, hanno circa la metà dei nostri ricercatori. Questo rilevante investimento di risorse umane, ma anche finanziarie, nella R&S  colloca questi paesi tra i primi posti per spesa e numero di ricercatori rispetto agli occupati. 

Prendendo in esame il personale di ricerca in rapporto alla forza lavoro, poi, il nostro paese si trova in penultima posizione (0,673%, cioè poco più di “mezzo” ricercatore ogni 1.000 unità di forza lavoro)  tra i paesi Ocse ed è seguito solo dalla Cina (0,150), lontanissimo da Finlandia (primo posto con 2,229), Svezia (1,623) Danimarca (1,481) e Giappone (1,349).

La distribuzione territoriale del personale addetto alla R&S mette in luce la maggiore concentrazione di addetti nelle regioni del Nord-ovest (32,1%), seguite da quelle del Centro (28,0%) e nel Mezzogiorno (20,6%). A livello di singole regioni, il 18,3% del personale addetto alla R&S si trova nel Lazio; seguono la Lombardia (17,9%) e il Piemonte (11,1%). A fronte dell’aumento del personale registrato a livello nazionale nel 2004, il Piemonte, la Lombardia, il Lazio, le Marche e la Sardegna perdono addetti.

“I dati sulle pubblicazioni su riviste scientifiche ottenute da ricercatori italiani testimoniano una produttività della ricerca pubblica a livelli confortanti e in crescita nel tempo”, sostiene il direttore del Ceris. La percentuale di citazioni di articoli scientifici di ricercatori italiani nelle pubblicazioni scientifiche è notevolmente aumentata fra il 1992 e il 2003: si è passati da 2,04% al 3,01% sul totale mondiale delle citazioni. Meglio di Spagna, Paesi Bassi, Svezia, Canada, Cina e Svizzera.

Un indicatore particolarmente significativo dei risultati della ricerca (molto vicino all’applicazione pratica) è costituito dai brevetti. In questo campo il nostro Paese (“un popolo d’inventori”) non occupa le prime posizioni. Prendendo in esame il totale dei brevetti domandati (presso l’European Patent Office e il Japanese Patent Office) o rilasciati (dal United States Patent and Trademark Office), l’Italia copre l’1,56% del totale, dietro a Stati Uniti (37,56%), Giappone (25,85%), Germania (13,82%), Francia (4,54%), Regno Unito (3,76%), Paesi Bassi (1,94%), Svizzera (1,72%), Corea (1,60%).

Altro indicatore che evidenzia il livello scientifico-tecnologico di un paese è lo scambio di tecnologia, rappresentato da brevetti, invenzioni, licenze, know how, marchi da fabbrica, servizi con contenuto tecnologico (come assistenza tecnica, formazione del personale, servizi di ricerca e sviluppo, ecc…). La cronica situazione deficitaria della bilancia dei pagamenti della tecnologia dell’Italia è migliorata: rispetto alla spesa per R&S il saldo dei pagamenti è passato da -6,35% del 1992 a -1,10% del 2004. Sempre preponderante è l’esborso per acquisto di diritti di sfruttamento di brevetti, ma aumentano notevolmente gli incassi per servizi con contenuto tecnologico, di ricerca e sviluppo (più che raddoppiati nel periodo 1995-2005).

“Il nostro è un paese”, conclude Rolfo, “che pur mostrando particolari successi sia imprenditoriali sia settoriali, in generale manifesta un livello scientifico-tecnologico del ‘sistema paese’non esaltante. Lo conferma un indicatore come le esportazioni delle industrie manifatturiere ad alta tecnologia in rapporto al totale delle esportazioni delle industrie manifatturiere”.

Fra i paesi Ocse, per prima troviamo l’Irlanda con oltre la metà (51,6%) dei manufatti esportati ad alta tecnologia. Seguono Ungheria (30,0%), Stati Uniti (28,5%), Giappone (26,5%), e poi Regno Unito, Paesi Bassi, Francia e molti altri. L’Italia esporta solo l’8,6% di manufatti ad alta tecnologia, sopravanzata da Repubblica ceca (13,5%), Slovenia (10,9%), Grecia ((9,8%), Spagna (9,3%).

Roma, 27 novembre 2007

La scheda:

Che cosa:   data book  ‘Scienza e tecnologia in cifre. Statistiche sulla ricerca e sull'innovazione’

Chi:  Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (Ceris) del Cnr di Torino  (www.ceris.cnr.it)

 

tratto da http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/162_NOV_2007.HTM

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Napoli da sotto in su

Il Cnr interpreta il sottosuolo per capire la storia e il futuro della città partenopea. Dalla rete fognaria ottocentesca, alla stratificazione archeologica, dall’attività della ‘banda del buco’ al censimento informatico delle cavità geologiche, il ventre di Napoli è un microcosmo che ha la stessa dignità dello spazio emerso.

 

Per capire Napoli bisogna capovolgerla. E’ l’originale punto di osservazione di alcuni studiosi che, con strumenti operativi e approcci interpretativi diversi, hanno studiato la città dal sottosuolo per coglierne i processi di urbanizzazione, secondo l’approccio già suggerito da David Pike che lo propose per Londra e Parigi ma mai utilizzato in Italia. L’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche, con il convegno ‘I sottosuoli napoletani’, organizzato presso la propria sede, ha inaugurato questo approccio ‘capovolto’, affinché “il sottosuolo acquisti la funzione di chiave interpretativa rispetto alle vicende della città emersa”, spiega Roberta Varriale dell’Issm del Cnr.

Come la rete fognaria, ad esempio, che ha molto influito sull’equilibrio geologico del sottosuolo a livello urbano e su scala regionale: “La realizzazione delle fogne è stato solo un capitolo ancorché fondamentale dell’ampio programma di revisione urbanistica della città noto come ‘il Risanamento’, iniziato dopo l’epidemia di colera del 1884”, prosegue la Varriale. “La soluzione di un sistema di fognature a doppia canalizzazione, con la divisione fra acque bianche e nere, è stata spinta dall’Amministrazione con la motivazione che le acque nere avrebbero potuto essere usate per la concimazione, quelle bianche nel campo industriale. Si sapeva però, fin da allora, che la riconversione sarebbe stata difficile da realizzare in tempi brevi. Così per ovviare alle emergenze sanitarie di Napoli, divenute una questione nazionale si decise di soprassedere alla riconversione. La conseguenza è stata che il litorale a nord di Napoli ha dovuto subire gli effetti delle scelte operate sulla città, visto che si è deciso di sversare lì tutto il materiale, compromettendo il futuro turistico di quest’area”.

Paradossalmente, l’unico piano di recupero dei materiali reflui andato a buon fine fu quello degli stabilimenti dell’Italsider di Bagnoli dove operava un impianto di riciclaggio all’interno del processo dell’acciaieria.

Ma i mali di Napoli dipendono non solo dalle scelte operate dall’uomo.“La natura tufacea, facile a scavarsi, ha fatto sì che la città fosse dotata da tempo immemorabile di una rete acquedottistica, come quella della Bolla”, spiega Giacomo Rasulo dell’Università Federico II. “Eppure a questo acquedotto e alla permeabilità del tufo si devono ascrivere le varie epidemie coleriche, che hanno afflitto la popolazione napoletana, e le cosiddette ‘febbri napoletane’ causate da una contaminazione perenne tra acque scaricate sul e nel suolo e la rete acquedottistica”.

Il sottosuolo racconta anche una storia di abusi e speculazioni iniziata dal ‘500. “In seguito al divieto di reperire materiali edili all’interno delle mura, per evitare le costruzioni in un centro storico già saturo”, commenta la Varriale, “i giacimenti di tufo sotterranei servirono a eludere la norma e continuare a edificare in città. Per arrivare poi alla ricostruzione post bellica, quando gli stessi spazi sotterranei vennero usati come sversatoi”.

Un archivio informatizzato e georeferenziato del Servizio di sicurezza geologica e sottosuolo del Comune ha censito le cavità naturali, per prevenire crolli improvvisi. “Il fenomeno riguarda soprattutto il centro storico, popolato da cisterne, antiche cave, gallerie stradali, ferrovie e cuniculi vari”, spiega Goffredo Lombardi, dirigente del Servizio. “Con tale strumento è possibile eseguire la ricerca per numero di catasto assegnato oppure per strada, ottenendo tutte le informazioni, quali planimetria, relazione tecnica, foto e filmati”.

Il sottosuolo è chiamato in causa anche per il traffico cittadino. La stratificazione storica di 2.500 anni, la presenza del tufo giallo, già a 30 metri da piano di calpestio, e di falde acquifere, rendono difficile la messa in opera di infrastrutture sotterranee per il trasporto pubblico, come la metropolitana. Questa complessa ‘architettura’ geologica rappresenta però un vantaggio per la cosiddetta ‘banda del buco’. “I 900.000 metri quadrati di vuoti sotterranei sono però una ‘risorsa’ per la criminalità. Furti e rapine hanno come protagonisti ingegnosi malviventi i quali entrano prevalentemente all’interno di banche e uffici postali passando attraverso catacombe, acquedotti, fogne, gallerie e camminamenti sotterranei”, conclude Massimo Sacco, Commissario Capo della Polizia di Stato. Alcuni componenti della banda, comunicando con l’esterno via radio, entrano nel sottosuolo e scavano a turno il cunicolo per raggiungere l’obiettivo. Studiano percorsi e tempi, trascorrendo intere notti fra tombini, cunicoli e topi. Nel giorno prestabilito ‘sbucano’ nell’edifico preso di mira, per poi sparire con il bottino nel dedalo di vie, sotto e sopra la città.

Roma, 16 novembre 2007

 

La scheda

Chi: Istituto di studi sulle società del Mediterraneo (Issm) del Consiglio nazionale delle ricerche, Napoli

Che cosa: Convegno: “I sottosuoli napoletani’

Dove: Napoli, Issm del Cnr, sala conferenze, via Pietro Castellino, 111

Quando: 16 novembre, ore 9.30

Per informazioni: Roberta Varriale, Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Cnr, Napoli, tel. 081/6134086 (int. 210), e-mail varriale@issm.cnr.it

 

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Una nuova tomografia elettrica per svelare tesori archeologici sepolti

 

La metodologia geoelettrica “full 3D”, messa a punto dal gruppo di ricerca di Pietro L. Cosentino, membro del Gngts del Cnr, ha permesso di effettuare la ricerca di un tempio romano  sotto la Cattedrale di Tarragona, in Spagna, e fornirà una ricostruzione dell’ immagine tridimensionale dei resti dell’edificio romano

 

Se non ancora gli scavi archeologici, a far tornare alla luce il tempio di Augusto a Tarragona, in Spagna, potrebbe essere l’indagine tomografica elettrica ed elettromagnetica, del tutto simile, in linea di principio, alla metodologia usata nella diagnostica medica. Il monumento è l’unico tassello mancante per ricostruire l’aspetto della città romana, di cui si conservano le imponenti mura, l’anfiteatro, il circo e il foro, dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Le indagini svolte dal gruppo di ricerca coordinato da Pietro L. Cosentino, membro del Consiglio scientifico del Gruppo nazionale di geofisica della terra solida (Gngts) del Consiglio nazionale delle ricerche, e ordinario di geofisica applicata presso l’Università di Palermo, risolveranno l’‘enigma’ sulla localizzazione del tempio, che ha suscitato un ampio dibattito tra archeologi, storici e topografi catalani. I risultati preliminari, presentati oggi al Convegno annuale del Gngts presso il Cnr, sono stati ottenuto grazie alla metodologia geoelettrica “full 3D”, sviluppata dal gruppo di ricerca del prof. Cosentino. Essa permetterà anche di ricostruire l’immagine tridimensionale del sottosuolo.

“Alcune fonti documentarie suggerivano la presenza del tempio al di sotto della Cattedrale”, spiega Cosentino. “Per questa ragione l’Icac (Istitut Catalano de Archeologia Clasica) assieme all’arcivescovato e al Comune di Tarragona, ha sponsorizzato una campagna di indagini geofisiche non invasive condotte da due gruppi di ricerca, uno spagnolo (coordinato dal prof. Albert Casas dell’Università di Barcellona) ed il mio di Palermo, che sono state eseguite nel mese di settembre all’interno della Cattedrale. Con la nostra metodologia abbiamo ricoperto il pavimento con 1280 elettrodi monouso, simili a quelli utilizzati nell’elettrocardiogramma, per ricavare la risposta del terreno a molte “iniezioni” di corrente elettrica, in punti differenti. Sono stati così rilevati 110.000 dati riguardanti la resistività apparente, ossia la resistenza esercitata dai materiali presenti nel sottosuolo al passaggio della corrente. Si è così confermato che i probabili resti del tempio avevano valori di resistività molto differenti dal resto del terreno su cui era poggiato. I dati rilevati, corretti e interpretati con programmi informatici messi a punto da noi, stanno permettendo di ottenere il modello tridimensionale del sottosuolo, evidenziando i resti del basamento del tempio e (probabilmente) anche qualche resto di colonna”.

La strumentazione, nata dall’assemblaggio di diverse tecnologie, ha consentito di raggiungere il risultato in soli tre giorni, mentre con una semplice indagine geoelettrica 2D, i tempi necessari per la stessa risoluzione sarebbero stati di circa due mesi.

Tarragona sorge sugli imponenti resti della città romana di Tarraco, nell’età imperiale la più importante della Spagna e base della conquista di tutto il territorio. Il tempio, dedicato ad Augusto, ha rivestito un ruolo molto importante nella Roma antica, essendo stato il primo a essere dedicato a un imperatore. Nel periodo natalizio è prevista una grande conferenza stampa, a Tarragona, nella quale verranno presentati alle autorità spagnole ed alla stampa internazionale i risultati definitivi dell’indagine nonché i dettagli della probabile localizzazione del tempio.

Sono disponibili immagini

Roma, 15 novembre 2007

La scheda

Chi: Pietro L.Cosentino, Membro del Consiglio scientifico del Gruppo nazionale di Geofisica della Terra Solida (Gngts) del Cnr e docente presso l'Università di Palermo, Dipartimento CFTA (Chimica e Fisica della Terra ed Applicazioni)

Che cosa: ricerca del tempio di Augusto a Tarragona con tomografia elettrica  full3D

Dove: Roma, Convegno annuale del Gngts, aula Marconi del Cnr

Quando: 13-15 novembre

Per informazioni: prof. Pietro L.Cosentino, del Gngts –Cnr, tel. 091/6169703 e mail: pietro.cosentino@unipa.it

da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/159_NOV_2007.HTM

 

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Una rete aperta contro il digital divide

L’Iit-Cnr, che partecipa con la delegazione del Governo italiano al Forum sulla governance di Internet di Rio de Janeiro, propone una “carta costituzionale” e un “modello partecipato” per Internet

 

Solo un sesto della popolazione mondiale può collegarsi a Internet. Più della metà degli asiatici ancora oggi non dispone di banda larga. In  Africa, la Rete raggiunge appena lo 0,1 per cento della popolazione. Un digital divide che lascia cinque miliardi di persone all’oscuro di tutti i contenuti e servizi distribuiti attraverso Internet, tagliati fuori da ogni futuro modello di sviluppo economico e culturale.

Del diritto primario di ciascun cittadino mondiale di accedere alla tecnologia e alla connettività si farà portavoce la delegazione del Governo italiano al secondo Forum mondiale sulla governance di Internet, in programma da 12 al 15 novembre a Rio de Janeiro. L’incontro, promosso dalle Nazioni Unite, chiama a raccolta tutti i rappresentanti della società civile, dei governi, delle organizzazioni internazionali e delle imprese private che intendano contribuire a realizzare una strategia comune della Rete, capace di coprirne gli aspetti tecnici, economici, sociali e politici.

Il ministro per le Riforme, Luigi Nicolais, ha istituito uno specifico Comitato sulla governance di Internet di cui fanno parte Laura Abba e Stefano Trumpy dell’Istituto di Informatica e Telematica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa (Iit-Cnr), che a Rio de Janeiro sosterrà con forza il “modello italiano” di una nuova Internet, aperto e partecipato. L’Italia propone da tempo una definizione pubblica dei diritti degli internauti, che si sostanzia nella stesura di una “carta costituzionale” di Internet che salvaguardi il bene più prezioso di tutti coloro che vi si accostano: la libertà.

“La Rete è libertà di raccogliere, elaborare e comunicare idee, informazioni e conoscenze di ogni genere”, osserva Laura Abba. “Questo è l’elemento caratteristico e fondamentale che differenzia Internet da tutti i sistemi di comunicazione precedenti. Il modello a partecipazione pubblica da noi suggerito, nel quale chiunque sia direttamente toccato dai problemi della Rete ha diritto di avere voce in capitolo nei processi che ne determinano la soluzione, intende tutelare proprio i diritti fondamentali della persona, dalla libertà di espressione al rispetto delle diversità, alla sicurezza. E, soprattutto, quello che oggi ne è l’elemento abilitante indispensabile: il diritto alla connettività. Se la comunità mondiale continuerà in larga misura a non poter interagire attraverso la Rete, i concetti stessi di società dell’informazione e di Internet governance saranno svuotati di ogni significato”.

Nell’ambito del Forum di Rio, la delegazione italiana organizzerà un incontro pubblico sulla carta costituzionale dei diritti in Rete: il dibattito, coordinato dal professor Stefano Rodotà, è aperto a tutti gli interlocutori internazionali che intendano supportare il progetto italiano di codifica e definizione dei diritti degli utenti Internet. Lo scorso anno, ad Atene, parteciparono al Forum gli utenti di oltre 97 paesi del mondo, con 397 delegazioni, 1.350 iscritti e oltre 150 giornalisti. Numeri destinati a crescere nell’edizione di Rio.

Roma, 9 novembre 2007

 

La scheda:

Che cosa Forum mondiale sulla governance di Internet

Dove: Rio de Janeiro

Quando: dal 12 al 15 novembre 2007

Per informazioni:

Stefano Trumpy, email stefano.trumpy@iit.cnr.it,

Laura Abba, email laura.abba@cnr.it,

Forum sulla Governance di Internet (http://www.igfbrazil2007.br/index.htm)

da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/158_NOV_2007.HTM

 

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Parkinson: a disposizione dei malati farmaci mirati

 

Ricercatori italiani stanno sperimentando con successo nuovi farmaci a base di sali di litio in grado di ‘sbloccare’ un neurone causa della malattia.  I  risultati presentati in una conferenza stampa organizzata dalla Limpe e dal Cnr

La malattia di Parkinson è la seconda malattia neurodegenerativa per frequenza dopo l'Alzheimer. In Italia le persone colpite sono circa 250 mila, con 5.000 nuovi casi ogni anno. Ma con l’invecchiamento della popolazione questo numero è destinato a raddoppiare nei prossimi 15-20 anni. Il parkinsonismo è una malattia piuttosto rara prima dei 40 anni e colpisce in particolare gli uomini, che rischiano 1,5 volte di più rispetto alle donne. Se ne è parlato, oggi,  nel corso di una Conferenza stampa, organizzata dal Consiglio nazionale delle ricerche e dalla Limpe, dove sono stati anticipati alcuni dei temi che saranno discussi nel convegno Disturbi del sonno  nelle demenze e nei disordini del movimento (Roma, Centro Congressi Angelicum  della  Università  Pontificia, 10 novembre), e a cui partecipano ricercatori universitari e del Cnr.  Le terapie attualmente utilizzate comprendono la levodopa e un gruppo di farmaci chiamati Dopamino agonisti che sono in grado di migliorare significativamente i sintomi della malattia, la qualità e l’aspettativa di vita, anche se non sono in grado di arrestare né rallentare l’evoluzione della malattia, che rimane associata a disabilità progressiva. “La scelta del farmaco o dei farmaci nel trattamento del paziente parkinsoniano”, spiega Giuseppe Nappi, presidente della fondazione Limpe onlus (Lega Italiana per la Lotta contro la Malattia di Parkinson le sindromi extrapiramidali e le demenze) “è diventata complessa, perché ogni sforzo diretto a migliorare la sintomatologia deve evitare e soprattutto contenere la comparsa delle fluttuazioni e dei movimenti involontari, che sono gli effetti collaterali della terapia attuale più dannosi, quelli cioè meno controllabili e più fortemente invalidanti. Alcuni recenti studi clinici e di ricerca di base su un farmaco a base di litio stanno dando ottimi risultati. Questo principio attivo, utilizzato da decenni in terapia con altre indicazioni, ha recentemente prodotto risultati sorprendenti nella terapia della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), una grave malattia degenerativa che ha molti punti in comune con il Parkinson. Il litio è in grado di attivare l’autofagia, un meccanismo fondamentale per contrastare e riparare la degenerazione neuronale. Infatti, “Il punto nodale della cura della degenerazione neuronale”, spiega Stefano Ruggieri, dell’Università Sapienza di Roma e presidente della Limpe, “è proprio l’attivazione dell’autofagia, ossia del processo per cui il neurone è in grado di eliminare le sue strutture danneggiate e di ricostruirle, evitando la sovrabbondanza dei ‘detriti’ che causano lentamente la morte neuronale. I nostri sforzi ora sono puntati a valutare l’efficacia del carbonato di litio nel proteggere dalla degenerazione i neuroni dopaminergici e stabilizzare clinicamente la sintomatologia parkinsoniana (tremore, rigidità e lentezza dei movimenti)”.

Negli ultimi anni, la ricerca ha fatto progressi ma molto resta ancora da fare, soprattutto sul fronte dell'assistenza ai pazienti. Tenere accesi i riflettori su questi malati, sempre più numerosi, è l'appello che viene da esperti ed associazioni.

 

Roma, 8 novembre 2007

 

La scheda

Che cosa: sviluppo di nuovi farmaci per la malattia di Parkinson

Chi: Limpe, Università la Sapienza e  Cnr

Per informazioni: Stefano Ruggieri, Università Sapienza cell. 347/8925468; tel.06/4455618;

Giovanni Nappi, Fondazione Limpe onlus,  cell. 335/6001294

Niki Franciolini, Conventur  cell.3392394474 e mail n.franciolini@gmail.it

UfficioStampa Cnr: Maria Teresa Dimitri, tel. 06.4993.3443, e-mail: mariateresa.dimitri@cnr.it

 

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Lotta all’inquinamento in Cina tra luci e ombre

 

Un convegno sulla qualità dell’aria nei Paesi in via di sviluppo, organizzato dall’Iia-Cnr  a Ecomondo, è l’occasione per illustrare la situazione cinese a pochi mesi dalle Olimpiadi. E per rinnovare la sfida della collaborazione con i Pvs: un investimento per il futuro del pianeta

 

Sullo sviluppo sostenibile della Cina si è acceso un importante dibattito, sia all’interno che all’estero, relativo soprattutto alla capacità del Paese di far fronte ai problemi connessi con le Olimpiadi di Pechino del 2008 e l’Expo di Shanghai del 2010. Oggi a Rimini, alla manifestazione ‘Ecomondo’, si è parlato delle iniziative per lo sviluppo economico ed ambientale dei Paesi in via di sviluppo, tra i quali spicca ovviamente la Cina, nell’ambito del convegno “Assistenza e cooperazione ai PVS nella lotta all'inquinamento atmosferico”, promosso dall’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Iia-Cnr) e dal Ministero dell’Ambiente. L’incontro è stato l’occasione per presentare e discutere i progetti e i programmi in corso.

Ma cosa dicono i dati a disposizione sulla qualità dell’aria nelle città cinesi? “Le concentrazioni di particolato  (Tsp e Pm10), ossidi di azoto e zolfo sono, per la maggior parte dell’anno ed in molte città, più alti degli standard relativi”, spiega Ivo Allegrini, direttore dell’Iia-Cnr di Monterotondo (Roma). “Principalmente, questo inquinamento è antecedente alla rapida motorizzazione degli ultimi 15 anni e riconducibile alla combustione del carbone, la principale fonte di energia del Paese (circa il 74% nel 2006)”. Invece, “le emissioni di anidride solforosa (SO2) hanno subito un incremento a partire dal 2002, come conseguenza del boom dell’industria edilizia, giungendo nel 2005 a oltre 20 milioni di tonnellate (12% in più rispetto al 1997)”.

Le grandi metropoli come Pechino, Shanghai e Canton, nell’ultima decade, “hanno adottato una serie di misure per ridurre del 10% entro il 2010 le emissioni di SO2 ed il conseguente fenomeno delle piogge acide, che affligge oltre il 38% delle città”, prosegue Allegrini. “La Sepa (China State Environmental Protection Administration-Agenzia Cinese per la Protezione dell’Ambiente) ha firmato degli accordi - con un target di riduzione del 75% - con i sei maggiori gruppi nazionali produttori di energia elettrica, responsabili di oltre il 60% delle emissioni, e con le sette province che più contribuiscono alle emissioni totali di ossidi di azoto”.

Nella sua faticosa lotta agli inquinanti atmosferici la Cina ha già formulato e applicato alcune norme: “A Shanghai, ad esempio, le emissioni di particolato nel 2001 risultano dimezzate rispetto a dieci anni prima, grazie al miglioramento della qualità e del pre-trattamento del carbone, nonché agli sforzi tecnologici sulle sorgenti industriali (tra 1995 e 2001, 6.000 fornaci e impianti a carbone sono stati dotati di retrofit)”, illustra il direttore dell’Iia-Cnr. “Si è così assistito ad una riduzione generalizzata dell’inquinamento soprattutto nella parte orientale del Paese: le città con concentrazioni inferiori all’indice di inquinamento cinese ‘Grade II’ sono aumentate dal 33,1% del 1999 al 51,9% del 2005, quelle con concentrazioni superiori al ‘Grade III’ sono diminuite dal 40,5% al 10,6%”.

La brutta notizia è che, nonostante queste riduzioni, “le concentrazioni di particolato atmosferico in molte città cinesi sono ancora spesso molto superiori ai limiti indicati nelle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2005, pari a 20 µg/m3 (media annuale)”. Anche perché la motorizzazione, conclude Allegrini, “è cresciuta con percentuali a livelli tali (mille auto in più al giorno nella sola Pechino) che, se non saranno gestiti, l’inquinamento da traffico veicolare annullerà tali benefici dovuti al controllo delle fonti di inquinamento industriale”. E’ comunque da sottolineare come sia cresciuta anche la capacità di controllo dell’inquinamento: dal 1998 (anno di istituzione della Sepa, che potrebbe assurgere allo status di Ministero nel 2008) al 2005 sono stati installati circa 910 sistemi di monitoraggio in oltre 240 città.

E’ importante anche sottolineare che l’evoluzione dell’inquinamento nei Paesi in via di sviluppo ha molti punti in comune con il fenomeno avvenuto nel passato nei Paesi più avanzati, che dunque possono offrire ipotesi e strumenti per la mitigazione degli effetti della contaminazione. La giornata di studio ha inteso proprio affrontare i problemi e le prospettive della collaborazione internazionale, offrendo informazioni alle amministrazioni locali e agli operatori commerciali italiani.

Roma, 7 novembre 2007

 

La scheda

 

Chi: Istituto sull’inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr, Montelibretti (Roma)

Che cosa: Convegno “Assistenza e cooperazione ai PVS nella lotta all'inquinamento atmosferico”, nell’ambito della manifestazione ‘Ecomondo’ a Rimini

Per informazioni: Prof. Ivo Allegrini, direttore Iia-Cnr, tel. 06.90625349

tratto da:

http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/156_NOV_2007.HTM

 

 

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ESI 2007: la scala che aiuta a ‘prevenire’ i terremoti

 

Un gruppo di geologi e  sismologi  italiano, composto da ricercatori del Cnr, Apat e Università dell’Insubria,  ha messo a punto un metodo di classificazione dei sismi basato sugli effetti ambientali, che potrebbe far risparmiare migliaia di vite umane e miliardi di euro di danni

 

Si chiama ESI 2007 (Environmental Seismic Intensity Scale) ed è una nuova scala di intensità sismica basata sugli effetti che i terremoti producono sull’ambiente e non solo su edifici e infrastrutture. Uno strumento che consente una  migliore conoscenza e valutazione dei  sismi e  che può essere utilizzato nel prevenire e mitigare  gli effetti da questi causati sull’ambiente, predisponendo  più accurate pianificazioni territoriali, con  la  prospettiva di ridurre le perdite  umane e la riduzione del danno  economico.

Ecco in estrema sintesi le caratteristiche della nuova scala, messa a punto  da  studiosi a livello  internazionale tra i quali il maggiore ispiratore e proponente è stato il gruppo di lavoro italiano, composto da esperti ricercatori del CNR-Consiglio nazionale delle ricerche (Eliana Esposito, Sabina  Porfido), APAT-Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e per i Servizi Tecnici  (Leonello Serva, Valerio Comerci, Luca Guerrieri, Eutizio Vittori) e Università dell’Insubria (Alessandro M. Michetti). La scala ESI 2007, presentata oggi in una conferenza stampa, è stata ratificata nel luglio scorso dall’INQUA (International Union for Quaternary Research) e  rientra tra le attività  promosse per l’Anno Internazionale del Pianeta Terra.

“Storicamente le scale macrosismiche, che permettono di paragonare gli effetti dei terremoti nello spazio e nel tempo,  basano il grado di intensità su tre fattori: gli effetti prodotti sull’uomo, sulle strutture antropiche e sull’ambiente naturale”, spiega Sabina  Porfido dell’Istituto per l’Ambiente Marino e Costiero (IAMC-CNR) di Napoli. “Quest’ultimo aspetto è stato, però, talvolta sottostimato, pur costituendo un importantissimo fattore di valutazione. La  scala ESI 2007, costituita da 12 gradi di intensità, analoghi a quelli delle scale tradizionali,  si basa invece esclusivamente sugli effetti indotti sull’ambiente fisico, come ad esempio: fagliazioni superficiali (quando il piano di rottura delle faglie raggiunge e taglia la superficie),  fenomeni di subsidenza (abbassamenti del suolo), uplift (sollevamento del suolo),  liquefazioni, fratture al suolo, fenomeni franosi, variazioni idrologiche (variazioni di portata e di  attività chimica nelle sorgenti e nei corsi d’acqua) e tsunami”.

“La scala è stata elaborata grazie alla revisione critica dei dati di  un elevato numero di terremoti avvenuti in Asia (tra cui quello, catastrofico, di Sumatra  del 2004), America meridionale e settentrionale, Medioriente,  ed Europa (di cui 150 avvenuti in Italia)”, aggiunge Eliana Esposito dell’IAMC-CNR. “La ESI 2007 può integrare le scale  tradizionali come la Mercalli Cancani Sieberg–MCS, che si basano essenzialmente sui danni agli edifici, sostituendole per i gradi superiori al X, quando la maggior parte delle costruzioni risultano distrutte o quando i sismi si verificano in aree per nulla o poco abitate, e dunque gli indicatori degli effetti sull’ambiente sono gli unici disponibili. L’obiettivo della nuova scala è una migliore individuazione delle zone sismogenetiche, con la prospettiva della riduzione del rischio nello scenario di futuri eventi sismici”.

Qualche esempio della sua applicazione? Generalmente il terremoto come fenomeno naturale tende a ripetersi nelle stesse zone  nel corso degli anni, provocando anche gli stessi effetti sull’ambiente naturale. Il territorio di San Giorgio la Molara (BN), ad esempio,  è stato sconvolto da estesi fenomeni franosi a seguito dei terremoti del 1688, 1805, 1930 nonché dall’ultimo evento catastrofico che ha colpito l’Irpinia e la Basilicata nel 1980. Tenere conto di ciò significa non solo effettuare una valutazione corretta dell’intensità e di conseguenza della pericolosità sismica del sito, ma anche  predisporre  tutte le azioni necessarie per prevenire e ridurre il livello di impatto del terremoto a scala locale e regionale .

Una corretta ed adeguata valutazione degli effetti sismoindotti sull’ambiente, inoltre   potrebbe evitare   prospettive estremamente devastanti, come nel caso del terremoto che ha colpito il Giappone centrale lo scorso luglio, mettendo a rischio la centrale nucleare di Kashiwazaki. Infatti gli esperti giapponesi, pur avendo ipotizzato l’eventualità di un terremoto di forte energia, non avevano  considerato i possibili fenomeni franosi indotti dal sisma, che di fatto, si sono verificati poco a ridosso della  stessa centrale nucleare.  E’ evidente che se questa fosse stata coinvolta direttamente dalla frana i danni sarebbero stati incalcolabili.

Fotografie e maggiori dettagli su: www.apat.gov.it/site/en-GB/Projects/INQUA_Scale/default.html, www.apat.gov.it/site/_Files/Inqua/PHOTOGALLERY_APPROVED.pdf.

 

Roma, 5 novembre 2007

La scheda:

Cosa: presentazione della nuova scala di intensità sismica ESI 2007 (Environmental Seismic Intensity Scale)

Chi: gruppo di lavoro CNR-Consiglio nazionale delle ricerche (Eliana Esposito, Sabina  Porfido), APAT-Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e per i Servizi Tecnici  (Leonello Serva, Valerio Comerci, Luca Guerrieri, Eutizio Vittori) e Università dell’Insubria (Alessandro M. Michetti)

tratto da:

http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/155_NOV_2007.HTM

 

 

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