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 Il 60° anniversario della Costituzione Italiana

 

L'intervento di Tindaro Gatani

 

 presentazione della Federazione Colonie Libere Italiane in Svizzera

locandina della conferenza sul 60° anniversario della Costituzione Italiana

 

60° anniversario della Costituzione Italiana

 

Zurigo, sabato 13 settembre 2008, Casa d'Italia

inizio ore 16,30

 

Il ruolo della FCLIS nella

Resistenza e per la Costituente

 

 

intervento di

Tindaro Gatani

membro del Direttivo della FCLIS

 

Le Colonie Libere Italiane in Svizzera sono nate per organizzare l'opposizione antifascista tra gli emigranti.

La prima Colonia Libera fu costituita nel 1925 a Ginevra, dove sin dal 1890 funzionavano scuole italiane gestite dagli stessi immigrati.

Quando Mussolini lanciò su vasta scala l'opera di fascistizzazione forzata anche delle strutture e delle associazioni italiane all'estero, molti si adeguarono per non perdere i contributi governativi promessi dal regime. Altri preferirono sciogliersi pur di non sottostare ai voleri del duce.

Questo fu il caso anche dell'Opera di assistenza per gli italiani emigrati in Europa di mons. Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona.

Anche a Ginevra, nell'aprile del 1925, il regio console parlando alla annuale assemblea scolastica comunicò che per il futuro il contributo spettante all'istituzione sarebbe stato vincolato a profonde riforme dell'ente volute dal regime. La risposta dei genitori e degli insegnanti antifascisti fu allora immediata:

- nel corso di un'assemblea straordinaria decisero di chiamare  "libera" la locale Colonia Italiana;

- aprirono una sottoscrizione e nel giro di qualche settimana raccolsero i 3000 franchi necessari per sostituire l'annuale contributo ricevuto da Roma;

- con un provvedimento successivo espulsero il console e tutti i fascisti dai vari organismi della scuola;

- chiesero ed ottennero il riconoscimento da parte del Governo del Cantone di Ginevra che, nonostante le forti pressioni del console, continuò a mettere a disposizione gratuitamente le strutture scolastiche.

 

L'esempiodella scuola di Ginevra fu seguito dalla sezione svizzera della Società Dante Alighieri che, dopo essersi staccata dall'associazione madre nazionale divenuta una filiale del partito di Mussolini, si trasformò in centro antifascista della cultura italiana.

L'aggiunta di "libera", al nome della vecchia e gloriosa Colonia di Ginevra, stava a sottolineare dunque l'opposizione dei suoi aderenti al fascismo, che minacciava la vita democratica dell'associazionismo italiano all'estero.

Per tutto il corso del ventennio mussoliniano, altre associazioni di emigrati italiani in Svizzera riuscirono a mantenere la totale indipendenza dal fascismo grazie ai loro stretti rapporti con la Colonia Libera di Ginevra.

 

Percontrastare la propaganda fascista che per "irreggimentare" i figli degli emigrati organizzava  annuali "colonie" estive gratuite in patria per le scuole italiane all'estero, la Colonia libera di Ginevra, con l'adesione di altre 14 associazioni italiane, indisse una sottoscrizione per la fondazione di una propria colonia estiva nella località montana di Saint Cergues nell'Alta Savoia. La colonia, capace di 100 posti letto, frutto del lavoro volontario di 625 operai che offrirono gratuitamente 3000 giornate di lavoro fu inaugurata il 9 luglio 1933 e messa a disposizioni di bambini italiani, francesi e svizzeri.

Nel corso della guerra di Spagna essa ha ospitato anche molti bambini spagnoli costretti a lasciare il loro Paese. E nel corso del secondo conflitto mondiale quei locali furono messi a disposizione dell'Opera svizzera di aiuto operaio e della Croce Rossa per essere adibiti a sicuro rifugio di numerosi bambini ebrei.

Presidente del Comitato della scuola e della colonia fu per qualche tempo Luigi Piazzalunga e poi per molti anni Giuseppe Chiostergi, un insegnante nativo di Senigallia, che nel 1928 era stato estromesso dalla carica di segretario della Camera di Commercio italiana di Ginevra perché si era rifiutato di aderire al regime.

 

Edopo Ginevra, dove tra i primi rifugiati è da segnalare anche Egidio Reale, altre Colonie Libere furono fondate qua e là in tutta la Svizzera. Si trattava di associazioni costrette a vivere nella quasi clandestinità:

- le spie fasciste ben pagate da Roma segnalavano infatti tutti i sospettati delle cosiddette attività sovversive, sia alle autorità locali che ai consolati sempre pronti a ritirare il passaporto a quanti non la pensavano come voleva il regime.

Il movimento delle varie Colonie ricevette grande impulso soprattutto dai molti profughi antifascisti che trovarono rifugio nella Confederazione. Finché si trattò di poche personalità l'azione si limitò, sul modello di Ginevra, all'organizzazione di scuole, alla stampa di opuscoli, ad incontri per tenere viva la fiamma dell'antifascismo tra i nostri immigrati. Questo fu il caso di Zurigo dove gli antifascisti, tra i quali c'era anche Ignazio Silone, avevano come punto di riferimento il Ristorante Cooperativo e l'Avvenire del Lavoratore un organo di stampa socialista molto battagliero.

Con l'arrivo di Fernando Schiavetti anche a Zurigo venne fondata una scuola "libera" in contrapposizione a quella fascista. Schiavetti, che faceva parte del movimento denominato Azione repubblicano-socialista strettamente legato a Giustizia e libertà, sarà vicino poi alle posizioni del Partito d'Azione, al quale daranno in seguito la loro adesione anche Egidio Reale e Giuseppe Chiostergi suoi vecchi compagni nel Partito Repubblicano Italiano.

 

Per quasi un ventennio, le Colonie Libere, alcune associazioni cattoliche e i circoli socialisti si dovettero accontentare di covare sotto la cenere il fuoco della libertà e della democrazia, ma quando, con l'evolversi degli avvenimenti della seconda Guerra mondiale, le cose cominciarono a mettersi male per il fascismo, quel vulcano, che sembrava sopito per sempre, scoppiò all'improvviso. Ne venne fuori tanta di quella lava che, in breve, avrebbe sommerso, travolto e spazzato via il fascismo ed il nazismo dalla faccia dell'Europa.

L'inizio della fine cominciò nel gennaio 1943 con la Conferenza di Casablanca, dove il Presidente americano Roosevelt ed il primo ministro inglese Churchill decisero di aprire il secondo fronte con l'attacco militare all'Italia.

Il 10 luglio, dopo aver occupato Lampedusa e Pantelleria, tredici divisioni angloamericane sbarcavano sul suolo di Sicilia. Il 25 cadeva il fascismo e Mussolini fu fatto arrestare da quello stesso re che lo aveva servito e riverito per vent'anni.

 A formare il nuovo Governo veniva chiamato il maresciallo Pietro Badoglio. L'8 settembre, a Cassibile vicino Siracusa, l'Italia firmava l'armistizio con gli angloamericani che dal ruolo di nemici passavano a quello di alleati.

 

Ilgoverno Badoglio e la monarchia non furono però in grado di approntare le opportune precauzioni per impedire la feroce rappresaglia nazifascista. Nel momento più delicato della sua storia, l'Italia, nello sbigottimento generale, veniva lasciata alla deriva. All'alba del 9 settembre, infatti, Badoglio ed il Re, senza nemmeno dare le disposizioni più elementari abbandonavano Roma per raggiungere Brindisi.

Lo sbando dei soldati italiani fu generale: ci fu chi prese la via di casa; chi passò dalla parte degli Alleati; chi restò a combattere ancora al fianco dei tedeschi; chi si diede alla macchia per poi unirsi alle forze della Resistenza. La reazione germanica fu dura ed immediata. I tedeschi fecero scattare immediatamente il piano "Alarico", occupando rapidamente quasi tutta la penisola.Ma la situazione si fece ancora più fosca il 12 settembre con la liberazione, da parte dei tedeschi, di Benito Mussolini dal suo confino di Campo Imperatore.

Il duce fondò allora la Repubblica Sociale Italiana con l'obiettivo di continuare la guerra accanto al vecchio alleato germanico. L'Italia si venne a trovare lacerata nella sua unità territoriale nazionale; si trovò invasa nello stesso tempo da due eserciti: gli Alleati al sud ed i tedeschi al nord; governata da due governi: quello di Badoglio nel Meridione e quello di Mussolini nella parte settentrionale.

Il primo era in pratica prigioniero degli Alleati ed il secondo invece succube dei voleri di Hitler. Ogni italiano sia esso civile che militare si vide posto davanti ad una scelta difficile e drammatica.

Centinaia di migliaia di civili e militari italiani venivano intanto deportati in Germania. Tra il 9 ed il 24 settembre si compiva a Cefalonia l'eccidio di 5000 soldati italiani che si erano opposti ai tedeschi. Nel frattempo le forze alleate risalivano la Calabria e sbarcavano a Salerno per raggiungere Napoli che intanto, dopo quattro eroiche giornate di lotta, aveva costretto il presidio germanico ad arrendersi (1° ottobre).

Per molti italiani l'unica via di scampo in quei frangenti era quella di rifugiarsi in Svizzera, dove però c'era chi sosteneva la tesi della "barca piena" e chi invece, rifacendosi alla garanzia del diritto d'asilo, si batteva per l'accoglimento provvisorio.

 

Dopo il 9 settembre i profughi italiani cominciarono a presentarsi sempre più numerosi lungo tutta la frontiera svizzera. Ed allora i rigorosi divieti di respingere i richiedenti l'asilo, uno dopo l'altro, non furono più applicati o lo furono in modo molto più permissivo. Una vera e propria fiumana di italiani invase la Confederazione. Furono circa 45.000 i nostri connazionali che trovarono rifugio in terra elvetica.

 Accanto ai tanti civili c'erano molti militari allo sbando o sfuggiti a sicura deportazione in Germania. "Per accogliere i soldati italiani, la Svizzera, dimostrando una grande e opportuna flessibilità di fronte alla nuova emergenza, creò allora la figura del «rifugiato militare»; e non si limitò all'allestimento di "campi di internamento", ma con uno sforzo creativo istituì anche i «campi universitari», cercando di riallacciare con l'Italia le relazioni amichevoli e di autentica collaborazione, che il regimefascista aveva appannato".(Renata Broggini, Terra d'asilo. I rifugiati italiani in Svizzera 1943-1945, Lugano 1993).

 

Nell'ultimo trimestre di quell'anno un avvenimento importante venne a segnare una svolta decisiva nella politica interna della Svizzera: la vittoria ottenuta nelle votazioni federali del 31 ottobre dai socialdemocratici che diventavano la frazione più forte del Consiglio nazionale. E così, il 15 dicembre 1943, Ernst Nobs, già sindaco di Zurigo, fu il primo socialista ad entrare a far parte del Consiglio federale.

Gli avvenimenti italiani non potevano non avere ripercussioni anche sulla nostra emigrazione in Svizzera.

In un rapporto redatto dal Consiglio federale, che seguiva attentamente anche quanto avveniva nella nostra emigrazione, tra l'altro, si legge: "In certe località, l'atto ufficiale di scioglimento delle associazioni fasciste fu steso subito dopo il colpo di stato in Italia. Altrove, le associazioni cessarono semplicemente la loro attività senza altre formalità... Ma per la maggioranza degli immigrati italiani, che fino all'ultima ora erano stati l'oggetto della propaganda fascista, la brusca caduta del regime fu una cosa inattesa... La maggioranza degli italiani ebbe in seguito un'attitudine passiva, in attesa di vedere cosa sarebbe accaduto in Italia".

Chi invece aveva una visione più chiara di quello che stava accadendo erano le forze antifasciste, che non avevano mai cessato di tenere dei contatti con gli oppositori del regime rimasti in patria.

Furono infatti gli antifascisti a prendere subito l'iniziativa di appoggiare con ogni mezzo la Resistenza e di portare aiuto alle popolazioni colpite dal terribile conflitto. Per farlo bisognava allora unire le forze con il fermo proposito di partecipare alla costruzione della nuova Italia che stava emergendo dopo venti anni di dittatura.

 

"Nelvuoto lasciato dalle organizzazioni fasciste... le minoranze attive e politicizzate dell'antifascismo decisero di prendere l'iniziativa per coinvolgere le masse dell'emigrazione, politicamente incerte e disorientate, in una risoluta scelta di campo e impedire che la crisi che travagliava il paese, presupposto della futura rinascita democratica, fosse gestita in Svizzera inmodo burocratico e verticistico". (Elisa Signori, La Svizzera e i fuoriusciti italiani, Milano 1983).

L'idea di riunire tutte le Colonie Libere in un'unica Federazione nacque a Zurigo per iniziativa di Fernando Schiavetti e Giuseppe De Logu, non senza prima tuttavia sentirsi con  Giuseppe Chiostergi e a Egidio Reale che, come sappiamo, erano attivi a Ginevra.

A proposito ci illumina la testimonianza dello stesso Schiavetti che ricorderà qualche tempo dopo: "Quando nel luglio 1943 avvenne...  il primo crollo della dittatura...  il problema che si pose agli antifascisti italiani in Svizzera fu quello...  di entrare a contatto con le masse emigrate... e di orientarle verso generici ideali di democrazia e libertà. Questo nostro atteggiamento, sulla cui opportunità erano fondamentalmente d'accordo le personalità più rappresentative dell'emigrazione antifascista appartenenti al partito repubblicano, socialista, comunista e d'azione, (Chiostergi, De Logu, Reale, Sancisi, Gorni, Silone, ecc.), trovò una forte opposizione fra alcuni elementi della vecchia emigrazione che godevano, per il loro passato e per la loro fedeltà agli ideali della democrazia, di un vivo e meritato prestigio fra gli italiani; essi non potevano ammettere che si avviassero relazioni di nessun genere con le autorità consolari e che si entrasse comunque a contatto, sia pure per disperderli e neutralizzarne l'opera, con i servili e bacati «notabili» delle colonie fasciste. Fu questo, per noi, un dissidio estremamente doloroso. A Zurigo l'iniziativa di organizzare alla Casa degli Italiani, sino ad allora fascista, un incontro pubblico ed ufficiale con il console generale e la contemporanea fondazione, su mia proposta, delle Colonie Libere Italiane, tendenti ad attirare intorno alla Resistenza ed all'antifascismo il numero più vasto possibile di italiani, ci costarono la rottura, per fortuna passeggera, di vecchie e care amicizie che erano state il conforto ed il nostro orgoglio nei pesanti e dolorosi anni dell'esilio".

 

Icontrasti tra intransigenti e moderati continueranno ancora per qualche tempo soprattutto sull'atteggiamento da mantenere verso i funzionari e gli impiegati dello Stato italiano in Svizzera. Gli intransigenti volevano l'epurazione radicale di tutti indistintamente, Schiavetti e con lui quasi tutti i dirigenti delle Colonie, una volta esautorati quelli più odiosamente compromessi con il regime fascista, miravano alla conciliazione, "... anche perché - come si legge sulla Pagina dell'emigrazione italiana del 22 gennaio 1944 - si è trattato spesso di povera gente che ha dovuto subire tutti i ricatti e tutte le umiliazioni...".

Il 21 novembre 1943, in una sala del ristorante Glockenhof di Olten si riunirono i rappresentanti delle Colonie per fondare la Federazione delle Colonie Italiane Libere in Svizzera. "Non si trattò di un'operazione strumentale e meramente amministrativa: si trattò di innovare strutturalmente l'antifascismo italiano, trasformandolo... in quel momento di crisi e di disorientamento, in polo di aggregazione per tutti gli italiani della cosiddetta emigrazione permanente" (Elisa Signori).

La FCLIS si presentava dunque come la futura organizzazione di tutta l'emigrazione italiana in Svizzera, sicuramente e fermamente antifascista, ma con l'obiettivo di far proseliti tra tutti i lavoratori emigrati, anche tra quelli che per un motivo o per l'altro non si erano mai esposti apertamente contro il fascismo.

 

I dirigenti della Federazione sapevano che il fascismo era ormai finito e non c'era dunque tempo da perdere in sterili discussioni. Era il tempo di agire. Le sedi delle Colonie Libere divennero presto centri di incontri, di dibattiti, di iniziative culturali, politiche ed assistenziali, dove gli emigrati italiani in Svizzera discutevano tutti i problemi in quel grave momento della nostra storia.

Le Colonie Libere Italiane furono il primo laboratorio veramente democratico nel mondo della nostra emigrazione, che guardava con speranza alla nuova Italia che stava venendo fuori dalla Resistenza al fascismo. Per questo in  seno alle Colonie non ci si limitava ai dibattiti, alle conferenze, alle discussioni, ma si lavorava soprattutto su progetti concreti. C'era da rafforzare la Federazione, c'erano da fondare nuove colonie, ma c'era soprattutto da organizzare l'appoggio alla Resistenza al nazifascismo, di dare aiuto ai profughi. Sorsero così in seno alle Colonie i vari «comitati di soccorso ai rifugiati civili».

Non meno importante fu l'attività d'informazione e collegamento che le Colonie tennero con il Comitato Nazionale di Liberazione Alta Italia che aveva sede a Lugano. Aiuti concreti delle Colonie giunsero sul fronte per sostenere le forze della Resistenza che sulle montagne con il confine svizzero si battevano contro fascisti e nazisti.

Alla fine del 1944 il movimento della FCLIS farà registrare una rapida espansione: le Colonie federate erano già 20 e potevano farne parte tutti coloro che, secondo l'art. 1 dello Statuto, si riconoscevano "negli ideali di libertà, di giustizia e di pace".

La FCLIS, grazie ai suoi dirigenti illuminati, mentre da una parte faceva opera di conciliazione tra gli italiani emigrati, dall'altra organizzava i soccorsi alle popolazioni italiane colpite dal conflitto. La FCLIS diede infatti anche il suo sostegno al Dono Svizzero, che coordinava  l'opera delle associazioni assistenziali elvetiche  che avevano il compito di portare aiuto ai paesi danneggiati dalla guerra. Di particolare importanza fu il contributo dato dalla FCLIS al Soccorso Operaio Svizzero (S.O.S.), fondato nel 1936 con sede a Zurigo, che fu tra i primi a impiantare alcune baracche a Milano e ad istituire a Rimini, distrutta per oltre l'80%, il Centro Educativo Italo Svizzero (CEIS), diretto per molti anni dalla socialista zurighese Margherita Zoebeli, la stessa che aveva organizzato l'accoglienza dei bambini spagnoli alla Colonia libera dell'Alta Savoia. Il CEIS ancora oggi attivo ha rappresentato una pietra miliare in campo pedagogico-didattico nell'Italia della seconda metà del Novecento.

 

Trai compiti della FCLIS c'era anche quello di preparare tutta una serie di rivendicazioni degli emigrati verso i futuri governi italiani. Sfruttando la presenza di tanti politici, intellettuali ed economisti tra i rifugiati italiani, anche in seno alla FCLIS si tennero appassionati dibattiti sui vari aspetti della futura vita sociale e politica italiana.

Basterebbe citare soltanto pochi nomi dei tanti, tantissimi, personaggi che tra il '43 ed il '45 tennero dibattiti, conferenze, giornate di studio tra la nostra emigrazione: da Amintore Fanfani a Umberto Terracini; da Luigi Einaudi a Piero Malvestiti; da Diego Valeri a Franco Fortini; da Piero Chiara a Concetto Marchesi; da Adriano Olivetti a Ferruccio Parri; tanto per citarne soltanto alcuni.

Del tutto particolare fu l'attività di Ernesto Rossi e di Altiero Spinelli, riparati in Svizzera dopo essere fuggiti dal confino all'isola di Ventotene. Il Rossi espatriando aveva portato con sé un suo manoscritto intitolato Abolire la miseria, dedicato ad un sistema razionale di assistenza, di associazioni sociali e di servizi pubblici gratuiti, che avevano per scopo di "assicurare a tutti un minimo di vita civile senza ridurre  lo stimolo al lavoro al perfezionamento e al risparmio". Rossi aveva portato con sé anche un quaderno ricco di appunti che costituirà la base di partenza del Programma del Movimento per la riforma agraria in Italia.

L'azionista Rossi ed il comunista Spinelli aprirono tra i profughi anche il dibattito sul futuro dell'Europa, mettendo in discussione, tra fuoriusciti italiani e di altre nazionalità, un loro manoscritto, meglio conosciuto come Manifesto di Ventotene, elaborato durante il confino: si trattava di un programma politico da attuare al di sopra dei vari partiti e sul piano internazionale, per giungere a una federazione democratica dei paesi europei, vista come unica soluzione soprannazionale possibile e valida per il definitivo superamento degli antagonismi nazionalistici fomentatori di conflitti ideologici, economici e militari: soltanto «la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in Stati nazionali e sovrani e la creazione di un saldo Stato federale europeo avrebbero potuto  garantire la pace e il progresso dei popoli».

 

Nelmomento più buio della storia del continente, Rossi e Spinelli provavano a guadare oltre gli orrori ed il vuoto di speranza, cercando di individuare un cammino che potesse evitare il ripetersi di guerre e di odi.

L'importanza del Manifesto di Ventotene sta soprattutto nell'aver affermato con forza che la causa primaria delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti esistenti nella società risiedeva nella permanenza di Stati sovrani geograficamente, economicamente e militarmente caratterizzati e, come tali, viventi in una relazione reciproca di perpetuo bellum contra omnes, cioè gli uni sempre in guerra contro gli altri.

Tra i rifugiati e gli emigrati italiani in Svizzera in quel periodo furono dunque dibattuti buona parte di quei temi che poi sarebbero stati all'ordine del giorno della Costituente per la elaborazione della Costituzione italiana.

 

Etra quei temi ci fu anche la questione della rappresentanza degli italiani all'estero portata avanti dalla FCLIS e che si tradurrà poi in due appositi interventi presentati da Fernando Schiavetti all'Assemblea costituente, nelle sedute del 20 e 23 maggio 1947. In esse si chiedeva la creazione di strumenti validi per mantenere vivo il rapporto con la madrepatria di tutti i nostri emigrati.

Per Schiavetti "la semplice assicurazione di un «generico diritto di voto» non era sufficiente, a parte le difficoltà materiali di esercitare in pratica quel diritto; la sua proposta era invece di potenziare tutti gli esperimenti di autogoverno spontaneamente sorti in seno alle comunità italiane all'estero dopo il crollo del fascismo e innestare su quella base una struttura rappresentativa ed elettiva" (E.Signori).

La Federazione delle Colonie Libere contribuì ai lavori della Costituente con tre dei suoi membri più autorevoli: Schiavetti, Chiostergi e Silone. Dando uno sguardo alla lista dei padri costituenti troviamo però tanti altri nomi di personaggi che, per un  verso e per l'altro, avevano avuto rapporti con la nostra associazione. E questo è un fatto che ci fa onore e ci rende orgogliosi del nostro passato.

Come ci rende orgogliosi il fatto che il primo ambasciatore dell'Italia democratica e repubblicana in Svizzera sia stato Egidio Reale, uno dei padri nobili della FCLIS.

 

La Costituzione approvata nel 1947 ha dato all'Italia stabilità politica, democrazia e libertà di espressione. Nel giro di pochi decenni, l'Italia dell'analfabetismo, della povertà e delle avventure belliche fasciste, si sarebbe trasformata in una delle maggiori potenze economiche ed industriali del Mondo, giocando anche un suo specifico ruolo per la coesistenza pacifica tra i popoli. Buona parte di questi successi sono sicuramente da attribuire all'assetto costituzionale che, dopo il ventennio oscurantista fascista, dava all'Italia una Carta con un calcolato equilibrio dei poteri, che escludeva il varo di governi forti, che avrebbero potuto riportare lo Stato ad una nuova deriva totalitaria. Certo non sono mancati gli scandali politici e finanziari e, persino, i tentativi di colpi di mano contro le istituzioni, ma proprio quella Carta ha fornito sempre le basi per poter ricorrere ai rimedi necessari e riportare l'Italia sul binario della democrazia.

Non tutti i problemi sono stati naturalmente risolti come ad esempio la Questione meridionale e la piena occupazione, e molti italiani sono stati costretti ad emigrare. Lo sviluppo economico ha permesso che l'Italia, da paese di emigrazione diventasse paese di immigrazione, con tutte le conseguenze che ne derivano. Speriamo comunque di non fare agli altri, quello che gli altri hanno fatto a noi.

Viva l'Italia, viva la Costituzione!

 

«Grazie Svizzera!»

 Tra i fuoriusciti italiani in terra elvetica, nel corso della seconda Guerra mondiale, troviamo, come detto, anche Diego Valeri (1887-1976). Scrittore e poeta e, a partire dal 1945, ordinario di storia della letteratura italiana a Padova. Insieme ad altri illustri fuoriusciti italiani fu professore nel campo universitario di Mürren e collaboratore del mensile «Svizzera Italiana» diretto dal suo amico Guido Calgari. Oltre che con Calgari, il Valeri strinse amicizia con l'allora presidente del Tribunale federale di Losanna, il ticinese Plinio Bolla, al quale, con animo grato e riconoscente, dedicherà il suo Taccuino svizzero (1947), dove sono raccolte le sue impressioni di rifugiato nella Confederazione. Ritornato in Italia, in più occasioni, il Valeri intervenne per esprimere la sua riconoscenza agli svizzeri per l'ospitalità ricevuta nel momento del bisogno. Basta ricordare quanto egli scrisse su «Università», Padova, anno 1, nr. 1, 10 novembre 1945 in risposta a quanti accusavano la Svizzera di essersi mostrata severa e poco accogliente nei riguardi degli internati:

«Io penso che per i rifugiati e per gli internati italiani la Svizzera ha fatto tutto quello ch'era in suo potere di fare...

Chi maledice oggi l'ospitale paese dovrebbe, prima, riflettere sui quattro punti seguenti:

1. I quarantacinquemila italiani (tra rifugiati civili e internati militari) erano una parte soltanto, la quarta forse, della massa di profughi d'ogni nazionalità che quel paese (piccolo paese: quattro milioni di abitanti) dovette accogliere e nutrire.

2. La Svizzera era circondata da ogni parte dalla guerra; aveva l'esercito interamente mobilitato; doveva premunirsi alimentarmente contro l'eventualità dell'invasione, o, quanto meno, di un isolamento che durasse ancora degli anni.

3. I rifugiati civili (degli internati militari, soggetti alla convenzione dell'Aja, neppur da parlare) non potevano essere lasciati in libertà, se non nel caso che possedessero, in Svizzera, mezzi di fortuna bastevoli al proprio mantenimento ...

4. Non mancarono, è vero, i capicampo militari e civili, che non capirono nulla della situazione e trascorsero a umiliarci con piccole vessazioni superflue; ma molti più furono gl'intelligenti e i buoni che ci trattarono con delicatezza, rendendoci così meno penosa la mezza-prigionia. Siamo proprio sicuri che da noi, rovesciando per ipotesi le parti, le cose sarebbero andate meglio?... Ora, poiché scrivo per un giornale universitario, credo opportuno e doveroso accennare a quello che il governo svizzero ha fatto per gli studenti nostri e, di riflesso, anche per noi professori.

    Fece semplicemente questo: aperse le università di Ginevra, di Losanna e di Friburgo a quegli internati militari che avevano iniziato in Italia i loro studi... e li mise in condizione di proseguire la loro carriera scolastica sotto professori svizzeri e italiani; inoltre, fondò due università autonome, completamente italiane, cioè un corpo insegnante tutto italiano, nei due "campi", pure militari, di Huttwil e di Mürren ...».

    A conclusione, il Valeri ringraziava gli uffici governativi preposti all'internamento e soprattutto «Plinio Bolla, ticinese, presidente del Tribunale federale di Losanna, l'anima di ogni azione a nostro favore, il correttore degli inevitabili torti di qualche 'autorità' ai danni di qualcuno di noi, il consolatore delle nostre afflizioni: un padre per i giovani, un fratello per noi provetti (poveretti); un italiano (ma di quelli buoni) per tutti gl'Italiani portati dalla bufera nel suo pacifico e, insomma, magnifico paese».

 

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