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Giusy Politano, romanzando i racconti della nonna  sulla Sicilia e sulle persone che le sono state care, propone una storia del secolo scorso. Il racconto ha partecipato ad un concorso di narrativa per ragazzi, in Australia, ottenendo un lusinghiero terzo posto.

 

Caterina di Giusy Politano

La sera cala lenta sul viale polveroso e pieno di foglie ingiallite. Caterina guarda fuori dalla finestra, stringendosi nel suo scialle nero. Il volto segnato dalle sofferenze, i capelli raccolti a crocchia dietro la testa, gli occhi neri, vitrei, quasi spenti, persi in chissà quali pensieri le conferiscono un aspetto statuario.

Nessuno  può immaginare la tempesta che sconvolge il suo animo: non ha più voglia di vivere, si sente morta dentro, proprio  come quelle foglie, ammucchiate dal vento, ai bordi del viale. Maria, la figlia tanto amata, l’unico punto fermo in una esistenza tanto difficile, è morta. Ancora una volta il destino si è accanito contro di lei con forza inaudita. Non ha avuto mai niente dalla vita, ha sempre dovuto lottare. Parecchie volte è arrivata in fondo al baratro, ma sempre ha ricominciato con il sorriso e con grinta per amore della figlia.

Ma ora lei non c’è più. ” Forse sono io che allontano le persone, neanche mio padre mi ha voluta” pensa con angoscia. Ha tanto amato il padre Mico, bello, alto, moro, uno dei più bei giovani di Lago, sempre con la battuta pronta, sorridente con gli altri, ma mai con lei e con la sorella Rosina: forse gli ricordavano Ciccina, la giovane donna che aveva sposato e con la quale, pieno di speranza, era andato in cerca di fortuna in America. Ma lì le cose non erano andate come aveva sognato.

La vita degli emigranti era dura, perché costretti ai lavori più umili e spesso in balia di persone poco oneste, che approfittavano dei bisogni della povera gente. I due sposi avevano trovato lavoro in una fabbrica tessile. I turni, però, erano massacranti ed il lavoro pesante, ma bisognava tirare avanti, per dare da mangiare alle due  figlie, che intanto erano nate.  Ben presto Ciccina, a causa delle condizioni malsane in cui erano costrette a lavorare le operaie, si ammalò di tubercolosi e poco dopo morì. Mico tornò a Lago con le piccoline e le affidò a Donna Aida, una zia della moglie, che non aveva avuto figli.

Della mamma Caterina non ricorda niente, zia Aida è stata per lei e Rosina mamma e padre insieme, perché Mico si è subito dimenticato di loro e si è risposato. La zia era una vera donna del sud: i suoi occhi neri e profondi, il bel viso segnato dalle fatiche, l'andamento altero le davano un contegno maestoso ed incutevano un senso di rispetto nelle persone che l’avvicinavano. Caterina con lei si sentiva al sicuro! Anche oggi pensa con nostalgia ai Natali della sua infanzia, trascorsi senza genitori, ma con zia Aida.

Con Rosina andava a Greci, nella proprietà di Genuale, si arrampicava sui dirupi esposti a Nord e raccoglieva il muschio per preparare un piccolo presepe nell’angolo più accogliente della casa. Ricorda ancora con dolcezza quelle alzate alle cinque di mattina per andare alla novena nella chiesa di San Giuseppe, le preghiere e le  strine cantate davanti al presepe, il suono delle zampogne, il tradizionale falò, l’odore dei turdilli, dei mostaccioli e delle scalille che la zia faceva. Avevano un sapore speciale, a pensarci bene, avevano il sapore dei sogni ancora intatti, della speranza in un futuro che prometteva gioie a non finire.

rosina e caterina

Con Rosina andavano per le vie di Lago con cestini pieni di dolci natalizi, per portare gli auguri a parenti ed amici. Tutti ricambiavano con dolci ed auguri che gonfiavano il cuore d'amore. 

mico

Ah! Lago, quanti bei ricordi: le montagne innevate, la festa della Madonna delle Grazie, le campagne infinite … Improvvisamente tutto finì, la zia morì ed il mondo  crollò … In quell’occasione Mico si rifece vivo. Voleva ricucire il rapporto con le figlie, verso le quali si sentiva in colpa. Egli, con qualche risparmio e con l’eredità dei vecchi genitori, aveva messo su un negozietto di generi alimentari. Per arrotondare i guadagni in tempi così difficili, aveva accettato di fare l’esattore del dazio: un incarico antipatico che nessuno voleva perché bisognava controllare e far pagare una tassa su ogni cosa che veniva venduta.

Per questo con il suo asino andava ogni giorno nelle campagne, per assicurarsi che i contadini, nelle loro contrattazioni, osservassero la legge.

Aveva bisogno perciò di una persona di fiducia che stesse nella bottega, perché la moglie doveva badare agli altri due figli che nel frattempo aveva avuto. Caterina era al settimo cielo, il padre si fidava di lei, la voleva accanto a sé. Accettò con gioia! Come si dice a Lago, “si era chiusa una porta ma si era aperto un portone”. Era così meraviglioso stare in bottega: entrava gente di ogni tipo e  ad ognuno lei  regalava un sorriso. Allora tutto veniva venduto sfuso dalla pasta al tonno, dalle sigarette allo zucchero, che veniva conservato in cartoni azzurri. Il travaso dai grandi contenitori ai cartocci marroncini era un vero rito che richiedeva velocità e perizia, due qualità  di cui Caterina era ben  dotata.

Ma papà non era mai contento, aveva da ridire su tutto e specialmente del fatto che in bottega veniva spesso il giovane Fiore. Non voleva che corteggiasse la figlia perché, a suo dire, nella famiglia di Fiore c’erano stati alcuni casi di tubercolosi, malattia terribile di quei tempi. Caterina, per ripicca, si intestardì e, per liberarsi del padre e della sua nuova famiglia, sposò quel giovane, di cui non era innamorata, ma che rappresentava per lei la libertà. Mico allora non volle saperne più di lei.

Caterina, intanto, ebbe una figlia, ma, purtroppo, dopo qualche tempo, proprio come aveva previsto il padre, Fiore morì di tubercolosi. Che sfortuna restare vedova così giovane e dover allevare una creatura senza l’aiuto di nessuno! Per poter assicurare alla figlia le cose necessarie, fu costretta a fare tanti mestieri: la sarta, la cuoca, la donna dei servizi. Pian piano mise su un piccolo negozio di generi alimentari: era la sua passione! Riprese a vivere con la grinta e con il buonumore di sempre.

Tutti, tranne il padre, cercavano di aiutarla. Era ormai una donna matura, ma sempre molto bella, con i lunghi capelli neri, la bocca carnosa e gli occhi profondi. Ben presto di lei si invaghì un giovane maestro, venuto a Lago da Amantea per insegnare alle scuole elementari.

Pietro era biondo, con gli occhi azzurri, alto e possente, il sogno di ogni donna! Che gioia quando lo vedeva entrare in bottega con la scusa di un bicchiere d'acqua! La gente cominciò a chiacchierare e il  padre Mico, pur non rivolgendo alla figlia la parola, ogni giorno andava a passeggiare davanti alla bottega e, quando dentro non c'era nessuno, le lanciava dalla soglia ingiurie brucianti, dicendole che il buon nome della famiglia veniva da lei infangato!

caterina e le sue amiche

Nella società calabrese del 1920 la donna era prigioniera delle convenzioni sociali. Ma  Caterina non volle rinunciare ai suoi sogni né per le minacce del padre né per le chiacchiere della gente. Pietro le aveva promesso di sposarla, di prendersi cura di sua figlia e lei gli aveva creduto! Ed invece fu solo un’illusione, le promesse rimasero sempre tali, non diventarono mai  realtà!  Che umiliazione quando egli si sposò con quell’altra, insegnante come lui, ed andarono a vivere a Cosenza! Il dolore per l’abbandono era stato incredibile, lo sconforto totale, avrebbe voluto scomparire per sempre da quel paese in cui si sentiva prigioniera, additata dalla gente senza nessuna pietà, solo perché aveva sognato di riprendere a vivere. Decise, allora, di scappare via con la figlia, tanto nessuno avrebbe sentito la loro mancanza.

Pensò di tornarsene negli Stati Uniti, paese in cui era nata. In quel periodo il governo americano aveva limitato le entrate per gli emigranti, ma per fortuna lei era cittadina americana. Com’era stata faticosa la traversata in mare per gli U.S.A., in terza classe, con Maria piangente nelle braccia! Ricorda ancora con tristezza l’arrivo a  New York, a Ellis Island, la statua della libertà, lo stanzone  degli esami medici, che non avevano risparmiato neanche la piccola Maria. Che sconforto in quella terra straniera, senza un posto dove andare! Si trovò a rimpiangere la amate montagne di Lago, le strette vie, dove facevano salotto le comari, la cordiale ospitalità della gente! Sono stati duri i primi tempi in quella nuova terra! Per fortuna le venne in mente di rivolgersi alla donna che l’aveva battezzata e con la quale aveva mantenuto sporadici contatti epistolari.

La madrina per i primi tempi l’aveva aiutata, le aveva dato un tetto e le aveva trovato un lavoro in una fabbrica tessile, ma poi aveva dovuto cavarsela da sola con la grinta di sempre. Maria le dava la forza di andare avanti, di superare le difficoltà e di guardare al futuro con la speranza che domani sarebbe stato meglio di oggi. Un giorno la cercò Giuseppe, il fratello di Fiore, che già da tempo era in America. Diceva che voleva prendersi cura di lei e di Maria per un senso di responsabilità nei riguardi del fratello che era morto. Caterina però sapeva di piacergli e Giuseppe era ancora un uomo attraente, sempre pronto ad accontentarla, un ottimo zio per Maria.

Caterina cominciò a pensare a lui come ad un porto sicuro, aveva bisogno di non sentirsi più sola, di avere una persona accanto, con cui condividere gioie e dolori. Accettò di sposarlo e con lui trovò poi quella serenità che aveva sempre cercato. Amò Giuseppe con la maturità dei cinquant’anni e lo seguì sempre, anche quando lui decise di trasferirsi in California, perché gli ricordava l’amata Calabria e ciò avrebbe significato lasciare la figlia, che intanto si era sposata e viveva a New York. Niente però è per sempre ed il destino tornò ad accanirsi contro di lei.

caterina

Giuseppe morì improvvisamente ed ora è volata in cielo anche Maria, il cancro non ha perdonato! Che senso ha ormai la vita? Le piacerebbe spegnere il mondo attorno a sé: la luna, le stelle, il mare,  la primavera, nulla ha più valore, se Maria non c’è! E’ stato inutile fuggire da Lago, la cattiva sorte l’ha inseguita e s’è presa beffe di lei.  Forse non se ne sarebbe dovuta mai andare dalla Calabria: restando, nulla forse le sarebbe successo, quelle amate montagne le avrebbero dato la forza di affrontare meglio la vita e di vincere l'avverso destino!

Forse con il tempo uscirà dal baratro in cui l’abbattimento l’ha fatta cadere e Maria dall'aldilà le darà la forza di andare avanti per amore dei nipotini, che, rimasti senza mamma, cercano in lei un sicuro punto di riferimento. Per Maria deve fare questo ultimo sforzo, deve riprendere in mano le fila della sua vita e di quella dei figli della sua sfortunata creatura, avviandoli verso un futuro sereno.

                                                                                               Giusy Politano

                                                                                Amantea (CS)

Catherine Florio

FLORIO - Catherine C. (nee Calabrese), 92, of Jackson, N.J., formerly of West Orange, N.J., on Thursday, April 28, 2005. Beloved wife of the late Domenico Florio, loving mother of the late Maria Guido, sister of Rosa Caponetta and Maria C. Rifici, grandmother to Donna M. Cocco, Michael P. Guido and Angela C. Gonzalez, greatgrandmother of six. Family and friends are respectfully invited to attend funeral services Wednesday, May 4, 2005, at 10:30 a.m. from The TIMOTHY E. RYAN HOME FOR FUNERALS, 705 Brewers Bridge Rd., Jackson, N.J. 08527. Visiting at the funeral home from 9 a.m. to 10:30 a.m. Interment to follow in Gate of Heaven Cemetery, East Hanover, N.J. Condolences may be sent via email to www.ryanfuneralhome.com.
Published in the Star-Ledger on 5/1/2005.